Le dimensioni non contano

In aereo mi sono allenata parecchio: contraevo i muscoli del viso in un sorriso non troppo meccanico, tra le occhiate compassionevoli dei vicini chiaramente convinti che fossi una squilibrata. La ginnastica facciale serviva per apparire sciolta e disinvolta nonostante tutto indicasse una potenziale crisi di nervi non appena messo piede nella casa del primo dei tizi che mi avrebbe ospitato a San Francisco.
A Philadelphia, in attesa del volo, in un raro moto di coscienziosità, avevo infatti ricontrollato le scarse informazioni in mio possesso su di lui e la di lui dimora. Ricapitolando: preferiva ospitare donne (chiaro segno di possibile “maniacità” o sano desiderio di una che lavi i piatti dopo colazione?); viveva in un monolocale (che a San Fran si chiama studio: I live in a studio house in effetti suona meglio di vivo in 18 metri quadrati incluso il bagno, e spendo pure una cifra mensile che moltiplicata per 12 mesi in un anno basterebbe a sfamare il Burkina Faso); era ucraino e l’esperienza migliore della sua vita era stata partecipare alla rivolta di Maidan.
Intendiamoci: nulla di sconvolgente in sé; anzi, qualcosa di meritorio. E tuttavia decenni di dominazione borghese della mente non si cancellano in un solo viaggio, e mentre mi allenavo a sorridere un sorriso che non sembrasse Terminator mi vedevo già un ribelle assetato di sangue con una stamberga come tana pronto a saltare addosso alla giornalista incosciente.
Ho visto troppi film, sì.
Comunque l’allenamento è stato opportuno, Perché la casa era ancora più piccola di quanto me la fossi immaginata e c’è mancato poco che mi cadesse la mascella: il divano su cui dormo io e il suo letto sono praticamente un tutt’uno e, insieme a un tavolino, a una poltrona e al televisore appoggiato sulla mia testa, sono anche tutto l’arredamento disponibile. Sostanzialmente, dormo con i suoi piedi a pochi centimetri dal viso. Ma non l’ho scoperto subito, perché dopo avermi fornito le chiavi il mio ospite è uscito con i suoi amici ed è tornato in piena notte, quando io avevo già iniziato a mandare sms in Italia spiegando che se nessuno mi avesse sentito l’indomani forse era il caso di preoccuparsi.
Fatica sprecata: sto benissimo. E Arthur è gentilissimo. E la sua storia di immigrato negli States al crollo dell’Unione Sovietica una di quelle che avrei pagato per leggere in una rivista. E la sua casa è gradevole, in un certo senso: ci si può quasi illudere di essere vicini a Kerouac o a Bukowsky.

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Specie perché il mio secondo appuntamento di oggi – il primo era con un economista e a raccontarlo ci vorrebbe troppo tempo: comunque è fiducioso – era con un gruppo di scrittura condivisa, spesso guidato dallo stesso Arthur: una variante artistica dello sharing che in effetti solo a San Francisco.
Funziona così. Ci si trova in un caffè di pomeriggio. Ognuno si presenta e racconta cosa deve scrivere quel giorno. Poi la capogruppo mette il timer: 60 minuti di scrittura, durante i quali Internet è proibito. Alla fine c’è la revisione di gruppo per cercare di sbloccare i punti meno riusciti del lavoro di ciascuno, con tanto di agende e computer che passano di mano in mano per un editing collettivo. Un po’ tipo quando Ginsberg e Kerouac sono andati a Tangeri per editare il Pasto nudo di Burroughs, se il paragone non è profano.
Non è esattamente come andare a smistare jeans usati – attività di domani – ma ha molto a che vedere con l’idea che dallo sforzo collettivo anche il singolo può ottenere il suo meglio. United we stand, dicono da queste parti.

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