Don’t call it Frisco

A un certo punto il ribelle ucraino è semplicemente scomparso: non è tornato a casa a dormire una sera, l’indomani gli ho mandato un sms e per ore non mi ha risposto, poi mi ha scritto dicendomi che si fermava da amici, poi gli ho rispostoMa se il problema è che siamo troppo stretti me ne vado io, poi mi ha detto che no, c’era una donna di mezzo e poi mi sono trovata nella situazione abbastanza esilarante di essere padrona di casa sua, fino a quando, domenica, avevo sia le chiavi di casa sua sia quelle del successivo posto in cui sarei stata, anche questo vuoto perché l’ingegnere egiziano che ci abita è da qualche parte per lavoro, ma si è premurato di lasciarmi le chiavi da amici (più lenzuola, password del wifi, asciugamani puliti: gente stupenda).
Quindi sono arrivata all’appuntamento con i ragazzi dei Wild tour sentendomi padrona della città nonché in equilibrio con il cosmo, una sensazione provata non più di dieci volte nella vita intera. Incredibile ma vero, il mio umore stava per migliorare ulteriormente.
I tizi di Wild Tour Sf sono due personaggi che si avvicinano parecchio a quello che io definisco genio: tre volte al giorno raccolgono gente – turisti, ma anche moltissimi del posto – e li portano in giro lungo itinerari famosi della città, che però raccontano in modo totalmente diverso.
Per esempio suonando una canzone per ogni angolo della strada particolare, o leggendo le proprie email personali per spiegare perché quel posto è così importante.

Wes, la nostra guida, ci ha portato a Castro, lo storico quartiere omosessuale, famoso per Harvey Milk e la sua battaglia politica per i diritti gay. Mentre eravamo lì, davanti a una serie di bambole appoggiate a una finestra e raffiguranti ogni genere Lgbt, ha snocciolato la mail che scrisse a sua madre per confessarle che era bisessuale, nonché la risposta di lei, in copia conoscenza a tutti i parenti fino al quarto grado, con oggetto Wes’ big news. Un racconto personale e anche un po’ toccante, ma Wes ci ha messo dentro tanta autoironia e tanta sincerità nel descrivere lo sgomento che alla fine stavamo ridendo tutti come pazzi, incluso lui.
Il senso non era farci solo divertire, ovviamente, ma piuttosto far capire quanto è difficile a volte parlare della propria sessualità o farla accettare agli altri, e quindi quanto fosse importante la storia dei diritti civili maturata a Castro. Non so se esista una forma di turismo più intelligente, ma onestamente ho parecchi dubbi.

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Specie perché è gratis: se uno vuole può fare una donazione, o comprarsi una maglietta, ma non è obbligatorio e nessuno chiede. Ciononostante Wes fornisce anche un elenco dei posti più autentici della città, quelli gestiti da cooperative di Mission, da artisti e da attivisti, e poi anche un elenco dei concerti e delle cose da fare gratis, come se il tempo si fosse fermato a 40 anni fa (o forse come se finalmente qualcuno iniziasse a riprendere possesso del tempo e della città). Ovviamente molti alla fine fanno una donazione, ed è abbastanza perché i due tizi possano vivere e divertirsi e montare un sito internet dal quale scaricare i loro dischi e quelli dei loro amici.
Alla fine della giornata ero così contenta – anche perché la nuova casa a Mission è gigante, ho una camera tutta per me e un frigo pieno di birra che il mio ospite mi ha invitato a finire – che alle dieci ho infilato un libro in borsa e sono andata in una lavanderia pubblica a fare il bucato. E mentre i jeans si asciugavano in queste gigantesche macchine per 25 cents ogni sette minuti ho goduto dei messicani addormentati sulle seggiole tutto intorno, della notte e persino del rumore della centrifuga. Spero di ricordarmela per sempre quella sensazione lì.

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