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Siamo tutti disrupted, ma i tassisti non lo accettano

nanzitutto, prima che qualcuno tiri fuori i nuovi modelli occupazionali e di consumo, sgombriamo il campo dagli equivoci: con la protesta dei tassisti che il 16 febbraio hanno mollato a piedi migliaia di cittadini, la sharing economy non c’entra nulla. E, per una volta, nemmeno la gig economy, il suo contraltare ‘cattivo’, quello dei lavoretti e del precariato. C’entrano, invece, essenzialmente tre cose: l’innovazione, il corporativismo violento e la politica ignava.

TUTTE LE PROFESSIONI SONO STATE DISRUPTED. Non c’è nessuna categoria professionale o comparto economico nel mondo occidentale che negli ultimi due decenni non sia stato colpito (o, talvolta, travolto) dalla disruption digitale. Smartphone, internet veloce, connessioni wifi, algoritmi, cloud computing, app e via discorrendo hanno irreversibilmente cambiato le condizioni, le opportunità e le modalità di lavoro e di consumo. Per tutti. Gli operatori telefonici sono stati sorpassati da Whatsapp e simili, le librerie da Amazon, gli editori da Internet; persino i giornalisti, categoria tradizionalmente protetta – e oggi viepiù abbandonata – se la devono vedere nientemeno che con software di composizione automatica degli articoli, che costano poco e lavorano molto.

NUOVI SERVIZI, NUOVE OFFERTE. Inarrestabile, l’innovazione ha portato in ogni settore due conseguenze almeno: nuove offerte e nuovi servizi per i consumatori, che apprezzano (alzi la mano l’ultimo che ha ricevuto un vecchio sms a pagamento al posto di un messaggino su chat), e sfide complesse per i professionisti coinvolti, in termini di aggiornamento delle proprie competenze, di rinnovamento della propria offerta e di battaglie per non perdere i diritti acquisiti. O, talvolta, anche i privilegi.

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