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Perché la sharing economy non decolla

Passano gli anni, restano i titoli; anzi, si moltiplicano.

«Tutti pazzi per la sharing economy», per dire, comparve per la prima volta nel 2014: e da allora, mese dopo mese, quasi nessun giornale o blog è rimasto immune dall’entusiasmo per il sopraggiunto cambiamento di paradigma. Consultare Google per credere: l’ultimo avvistamento della notizia è di appena un paio di settimane fa.
Vivremmo, insomma, in un mondo in cui i vicini fanno a gara per imprestarci il trapano, le cene si consumano rigorosamente in casa di sconosciuti, gli universitari arrotondano facendo le guide turistiche e ogni buona idea, socialmente apprezzata e condivisibile, diventa business. Suona strano? Probabilmente perché c’è poco di vero.

Il gran boom dell’economia collaborativa, e il suo traino dell’economia ‘tradizionale’, infatti in Italia non c’è ancora stato e alle condizioni odierne si fatica a vederlo: il numero delle piattaforme cresce ma l’utenza non è significativa, gli investimenti e le regole sono disordinati e insufficienti, le sentenze della magistratura hanno sepolto i servizi nuovi e le facce che girano tra convegni iniziano ad avere il sapore di vecchio. Mentre, come da copione di parecchi altri settori digital, i colossi stranieri crescono, occupano il mercato e pagano poche tasse.

(leggi il resto su Business Insider)

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