Il crowdfunding del tempo

Ci son cose suggestive, che speri diventino realtà. E ci speri un po’ di più poiché la loro realizzazione, in definitiva, dipende solo dalla buona volontà della gente, la stessa gente che si lamenta della società, della crisi, dei costi, della mancanza di lavoro e via discorrendo.
Ci sono quelli che per esprimere un disagio fortissimo si dilettano nella guerriglia urbana – sono dementi, direte, o collusi: probabilmente anche questo, ma la rabbia c’è – e ci sono quelli che si industriano per tirare a campare. E, pur senza manicheismi che son sempre retorici e riduttivi, ho la sensazione che il pulsante di cui sto per parlarvi possa aiutare a credere in un mondo un poco migliore, in cui alcune diseguaglianze si livellano e le possibilità si aprono a tutti.
Il tasto è quello qui sotto: non molto diverso da quello di Facebook o di Twitter, se non fosse che porta in sé una potenziale rivoluzione (certo, anche gli altri due l’hanno portata, ma in questo caso è una rivoluzione di modalità produttive, e non distributive). Il pulsante, infatti, serve a rendere ogni potenziale post o pagina web un “crowdfunding” alla Kickstarter: un modo con cui la gente può donare tempo che il ricevente usa per “finanziare” i propri progetti chiedendo aiuto a professionisti che accettano di farsi pagare in tempo, su TimeRepublik.

Ne ho scritto nel dettaglio, qui, con tanto di ricerche economiche che calcolano il ritorno degli investimenti (Roi) sul tempo dedicato agli altri: 2,62. Sembrano cavilli per economisti, ma non lo sono affatto: significa che per un aiuto dato a un altro (per esempio, una traduzione), il tuo investimento “temporale” viene premiato più di due volte e mezzo, cioè ricevi in cambio 2 volte e mezzo tanto (2,62 per essere precisi). O, se fossero dollari, che tu ne metti 1 e te ne tornano indietro 2,62.
E lo so, capirlo è quasi più difficile che farlo. Ma intravedere mondi futuri aiuta a mettersi all’opera.

 

Share and Paris

Certo, bisogna soprassedere sul fatto che mi abbiano menzionata come massima esperta del settore, ignorando il fatto che passo le giornate a sbeffeggiare quelli che si definiscono massimi esperti e si prendono molto sul serio. Ma siccome si sono inventati TimeRepublik, soltanto per questa volta, li possiamo perdonare. E passare al sodo.
Il sodo è il concorso che TimeRepublik sta promuovendo, una gara di collaborazione e condivisione. Vince chi aiuta di più gli altri all’interno della piattaforma che, se non lo sapeste, è una banca del tempo digitale che restituisce valore alle capacità e al tempo, eliminando la cartamoneta (tipo quella volta che Paolo mi sistemò gratis il forno).
Ognuno dice le cose che sa fare, chi ha bisogno chiede, chi può aiutare si propone. In cambio si ottiene tempo, che può essere utilizzato per acquistare un favore o una competenza da qualcun altro ancora.
Insomma, è quasi più facile farlo che spiegarlo, con un po’ di buona volontà. E per aumentare la buona volontà ora i ragazzi di TimeRepublik hanno pensato alla gara: i più attivi sulla piattaforma saranno premiati con una super esperienza di sharing economy, un viaggio a Parigi per la OuiShareFest.  Sono tre giorni in cui si parla di condivisione, cambiamenti, transizione; di imprese e di come cambiare alcune dinamiche; degli sviluppi, anche di business, possibili per la sharing economy; di come imparare a usare i nuovi strumenti della condivisione, eccetera eccetera: una piccola finestra sul futuro annaffiata di energie e speranze.
Chi non vince il primo posto ma arriva secondo, invece, viene a Milano, che non è esattamente la Ville Lumiere ma comunque a fine maggio, in mezzo a libri, coworking ed entusiasti, si può stare proprio bene.

Riparazioni a costo zero

Il forno si è spento improvvisamente, in un freddo pomeriggio invernale. Era un sabato di raro umore casalingo e stavo cucinando amorevolmente numero sei cosce di pollo con controcosce, pagate peraltro quanto mezza rata mensile di un fondo pensionistico che non posso permettermi (in effetti mi sono interrogata a lungo chiedendomi se fosse stata una specie di rivolta dell’elettrodomestico: siccome ero stata così pirla da spendere 33 euro in dannate cosce di pollo, lui mi dava una lezione? Ma se il ragionamento fosse corretto, dovrebbero essere rotti i forni di mezza via Vigevano. E poi, che rivolta sarebbe: perché punire me e non il macellaio che vendeva cosce di pollo come fossero diamanti?).
Prima del disastro, tutto  stava andando perfettamente: per una volta, rischiavo  persino che il maschio accoccolato sul divano e impegnato a far nulla – anzi, a dare istruzioni – non trovasse niente di che lamentarsi. E invece,  puff; d’un tratto, il buio. La lampadina interna ha smesso di andare e il gelo è calato sulle mie coscette, muto lo sfrigolìo che aveva allietato l’ultima mezz’ora, in mesto declino gli aliti del loro profumo.

Ho tentato di rianimare il forno per parecchio saltellandogli intorno e imprecando lievemente, inscenando un improvvisato rituale indigeno, senza alcun successo. Finché ho capitolato, spostando la cena dal tegame a una semplice padella. E in quel momento ho saputo con certezza che per resuscitare il forno ci sarebbe voluta una rara concomitanza di miracoli: moltissimi denari sul mio conto corrente (miracolo numero 1); il tempo di intrattenere rapporti con un aggiusta-elettrodomestici (miracolo numero 2); un aggiusta-elettrodomestici disponibile a camallare il vecchio forno per tre piani di scale, fino al luogo in cui i forni si riparano (miracolo numero 3).
No surprise, nessun miracolo si è realizzato.
Almeno fino a ieri. Quando, alle 15, il signor Paolo ha suonato al mio campanello.

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Paolo è un manager, o lo è stato fino a qualche mese fa, quando in seguito a una ristrutturazione l’azienda in cui lavorava da 20 anni lo ha fatto fuori. La sua capacità di sistemare forni non ha niente a che vedere con quello che faceva per mestiere, ma ha molto a che vedere con la sua voglia di fare: pur di non stare con le mani in mano, si è iscritto a Time Republik – la banca del tempo digitale – e si è reso disponibile a fare cose.  Agratis. Cioè in cambio del tempo e dei favori che altri potranno dedicargli.
Probabilmente non toccherà a me, ma soltanto perché so fare poco e niente, e nulla di utile per un uomo abbastanza evoluto da aggiustare un forno. Però io ho pagato Paolo col mio tempo, quello che avevo accumulato facendo favori ad altri, in un circolo virtuoso e discretamente galvanizzante. Specie perché è reale tanto quanto le due orate da sei etti che ho cucinato ieri sera: dopo quattro ore di spacchettamento, apertura di ogni pannello, misurazione del voltaggio di ogni filo, rimontaggio degli stessi, sostituzione di cazzilli vari ed eventuali, Paolo ha riportato calore nella mia cucina. E nella mia vita.
Già, perché io quell’elettrodomestico mi ero rassegnata a non usarlo mai più: non me la sentivo di dare 250 euro a uno solo per venire a guardarlo e poi dirmi “Troppo vecchio, non vale la pena di sistemarlo“. Adesso qui intorno tira tutta un’altra aria. Per i prossimi sei mesi, si mangerà solo roba cotta al forno. E meno male che andiamo verso l’inverno.