With a little help from my friend (ossia, mi serve un aspirapolvere)

Mettiamola così, è una questione di principio. Potrei spingermi fino a Media World, andare dritta alla sezione ‘casalinghi’ ignorando le sirene ammalianti dei nuovi macbook, chiacchierare amabilmente con un inserviente e tornare a casa minuti dopo con un aspirapolvere nuovo fiammante del costo non superiore a 50 euro (ovviamente, programmato per rompersi dopo due anni, come tutti gli oggetti che arrivano al mass market – no, non è una teoria cospirazionista ma una ricerca finanziata dagli europarlamentari Verdi).
Potrei, ma non voglio. Non voglio perché sono certa, assolutamente sicura, che nelle vostre case c’è almeno un vecchio aspirapolvere dimenticato e semi-abbandonato, reinserito nello scatolone prima di un trasloco e mai più venuto alla luce, oppure relegato in cantina, sostituito da una moderna scopa elettrica capace per una volta di farvi sentire tutt’uno col focolare domestico, in una metamorfosi simile a quella delle vite delle donne americane negli Anni 50, forgiate da frigoriferi e lavatrici.
E, insomma, tutto questo per dire che il mio aspirapolvere si è rotto, e poi ne ho avuto due anni uno in prestito ma ora il suo proprietario lo ha voluto indietro, e io ne vorrei trovare un altro in prestito, perché sono intimamente convinta che non abbia senso comprare qualcosa che altri hanno in più e non usano: è una questione di razionalizzazione delle risorse.
Mi date un segno di vita se siete disponibili a imprestarmi per un po’ di tempo o addirittura a donarmi un aspirapolvere?
Lo dicevano anche i Beatles d’altronde,
Oh I get by with a little help from my friends,
Mmm,I get high with a little help from my friends,
Mmm, I’m gonna try with a little help from my friends.

Chi scambia moltiplica (anche i soldi)

Al quarto giorno ho maturato poche e solide certezze su San Francisco: nessuno se ne va di qui senza le ginocchia sbriciolate; nessuno se ne va di qui senza le chiappe più alte; nessuno se ne va di qui se ha deciso di fare i soldi. A Frisco non esiste un’idea o persino una visione di mondo che non sia in qualche modo monetizzabile; e va bene, i soldi non fanno schifo a nessuno, anche se ho il fortissimo sospetto che un mondo senza sarebbe infinitamente migliore.
Ieri pomeriggio sono stata piegata con la schiena spezzata a controllare il contenuto delle borse che il vicinato persone porta allo sharespot in Second street – roba che qualcun altro vuole e che passerà li a prendersi – mentre la ragazza responsabile di tutto l’ambaradan, più giovane di me e assolutamente a suo agio sprofondata in sacchi dai quali io avrei impiegato ore a riprendermi, mi spiegava che l’obiettivo di Yerdle, la società che ha organizzato tutto quanto, è eliminare il 25% degli oggetti acquistati negli Stati Uniti, abbattendo di conseguenza le risorse ambientali, l’energia e l’inquinamento necessari a produrli. Il tutto nel tentativo apparentemente utopico di invertire l’obsolescenza intenzionale con cui vengono fabbricate oggi la maggior parte delle cose che compriamo: il fatto cioè che per esempio gli elettrodomestici sono ‘programmati’ per rompersi dopo due anni.
Un proposito da visionari. Ma anche da capitalismo rampante, perché tutta l’organizzazione si basa su un sistema di crediti che si maturano ogni volta che si dà via qualcosa di proprio, ma se si vuole prendere qualcosa di altri senza avere abbastanza credito quello mancante può essere acquistato dalla società stessa: spendendo spiccioli magari, che moltiplicati per milioni di persone diventano soldi. In più ci sono gli accordi che Yerdle può prendere con le società di spedizione – metti che io desideri qualcosa che possiede un tipo in Kentucky – o con le aziende che vogliono essere parte degli scambi e mettono a disposizione alcuni dei loro prodotti, magari per rifarsi l’immagine o magari perché credono davvero a un sistema diverso o magari perché hanno semplicemente capito che il cambiamento, per quanto lento, è irreversibile, e tanto vale iniziare a esplorare nuove strade (proprio la Levi’s ieri ha mandato una vagonata di jeans e io me ne sarei anche presa uno, se non fosse che mi pareva brutto essere la prima ad aprire le scatole e a dire poi Bè ciao io vado, continuate voi a cambiare il mondo).

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Comunque, è evidente che il concetto di capitalismo come l’abbiamo conosciuto finora va rivisto, e forse spogliato da alcune delle vecchie accezioni valoriali: l’accumulazione fine a se stessa del capitale dubito possa essere etica, e tuttavia forse si può produrre denaro e avere un obiettivo etico allo stesso tempo. Ma su questo devo ragionare ancora, perché tendo ad avere paura di chi smantella Marx.
Quello che io so sui soldi e il possesso è che vivere senza avere troppe cose, senza portarsele dietro, senza doversene preoccupare, regala una sensazione di leggerezza impareggiabile.
Ho chiesto in prestito un bici ai vicini tramite una delle solite app e sono stata a pranzo alla sede del couchsurfing – dove peraltro stanno cercando di monetizzare la volontà della gente di aprire casa propria gratuitamente a sconosciuti (sarebbe un certo paradosso: io lo faccio per pura condivisione e loro ci guadagnano). Infatti una fronda di duri e puri ha già provocato uno scisma e ieri sera ho cenato con uno dei frondisti, che mentre mi snocciolava dati sullo stato della sharing economy negli Usa si alzava di colpo, andava vicino a un tizio seduto a uno degli altri tavoli a consigliargli qualcosa del menù, poi tornava indietro, prendeva a digitare freneticamente sul telefono, si rialzava, andava in cucina a parlare con lo chef, poi intravedeva qualcuno fuori per strada e si precipitava a chiedergli che modello di bici stava guidando: insomma, un ossessivo compulsivo di razza pregiatissima, come non ne avevo mai visto uno.
Ovviamente, per non farmi mancare niente, è altamente possibile che la settimana prossima passi qualche giorno anche a casa sua. Pare che sia il campione locale di lavoretti per altri: incluso scrivere critiche sul cioccolato usato nei ristoranti. Giuro, anche questo si monetizza a San Fran.

Le dimensioni non contano

In aereo mi sono allenata parecchio: contraevo i muscoli del viso in un sorriso non troppo meccanico, tra le occhiate compassionevoli dei vicini chiaramente convinti che fossi una squilibrata. La ginnastica facciale serviva per apparire sciolta e disinvolta nonostante tutto indicasse una potenziale crisi di nervi non appena messo piede nella casa del primo dei tizi che mi avrebbe ospitato a San Francisco.
A Philadelphia, in attesa del volo, in un raro moto di coscienziosità, avevo infatti ricontrollato le scarse informazioni in mio possesso su di lui e la di lui dimora. Ricapitolando: preferiva ospitare donne (chiaro segno di possibile “maniacità” o sano desiderio di una che lavi i piatti dopo colazione?); viveva in un monolocale (che a San Fran si chiama studio: I live in a studio house in effetti suona meglio di vivo in 18 metri quadrati incluso il bagno, e spendo pure una cifra mensile che moltiplicata per 12 mesi in un anno basterebbe a sfamare il Burkina Faso); era ucraino e l’esperienza migliore della sua vita era stata partecipare alla rivolta di Maidan.
Intendiamoci: nulla di sconvolgente in sé; anzi, qualcosa di meritorio. E tuttavia decenni di dominazione borghese della mente non si cancellano in un solo viaggio, e mentre mi allenavo a sorridere un sorriso che non sembrasse Terminator mi vedevo già un ribelle assetato di sangue con una stamberga come tana pronto a saltare addosso alla giornalista incosciente.
Ho visto troppi film, sì.
Comunque l’allenamento è stato opportuno, Perché la casa era ancora più piccola di quanto me la fossi immaginata e c’è mancato poco che mi cadesse la mascella: il divano su cui dormo io e il suo letto sono praticamente un tutt’uno e, insieme a un tavolino, a una poltrona e al televisore appoggiato sulla mia testa, sono anche tutto l’arredamento disponibile. Sostanzialmente, dormo con i suoi piedi a pochi centimetri dal viso. Ma non l’ho scoperto subito, perché dopo avermi fornito le chiavi il mio ospite è uscito con i suoi amici ed è tornato in piena notte, quando io avevo già iniziato a mandare sms in Italia spiegando che se nessuno mi avesse sentito l’indomani forse era il caso di preoccuparsi.
Fatica sprecata: sto benissimo. E Arthur è gentilissimo. E la sua storia di immigrato negli States al crollo dell’Unione Sovietica una di quelle che avrei pagato per leggere in una rivista. E la sua casa è gradevole, in un certo senso: ci si può quasi illudere di essere vicini a Kerouac o a Bukowsky.

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Specie perché il mio secondo appuntamento di oggi – il primo era con un economista e a raccontarlo ci vorrebbe troppo tempo: comunque è fiducioso – era con un gruppo di scrittura condivisa, spesso guidato dallo stesso Arthur: una variante artistica dello sharing che in effetti solo a San Francisco.
Funziona così. Ci si trova in un caffè di pomeriggio. Ognuno si presenta e racconta cosa deve scrivere quel giorno. Poi la capogruppo mette il timer: 60 minuti di scrittura, durante i quali Internet è proibito. Alla fine c’è la revisione di gruppo per cercare di sbloccare i punti meno riusciti del lavoro di ciascuno, con tanto di agende e computer che passano di mano in mano per un editing collettivo. Un po’ tipo quando Ginsberg e Kerouac sono andati a Tangeri per editare il Pasto nudo di Burroughs, se il paragone non è profano.
Non è esattamente come andare a smistare jeans usati – attività di domani – ma ha molto a che vedere con l’idea che dallo sforzo collettivo anche il singolo può ottenere il suo meglio. United we stand, dicono da queste parti.

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Sharing economy: cosa e dove

L’elenco che segue non è esaustivo né definitivo né tutti gli aggettivi che possono venire in mente. E’ soltanto un inizio, mio. Piattaforme alle quali io sono iscritta. Una griglia molto più  dettagliata, divisa per funzioni, si trova qui.

Cose di casa: cioè metterla in affitto, trovarne una per le vacanze, scambiare la propria con quella di altri,  accudirne una mentre i proprietari sono in vacanza, surfare sui divani degli altri (ho detto surfare…)

Airbnb
Vicini di casa
Couchsurfing
BeWelcome
Home Exchange/Scambio casa
Mindmyhouse

Where the cars have no name: e cioè farsi dare un passaggio sulla macchina di qualcuno sulle lunghe distanze o in città (ride pooling), ma anche usare una macchina a tempo (car sharing)
[i servizi sono quelli disponibili oggi a Milano: nel mondo ne esistono moooolti di più, in qualche posto per il momento anche molti di meno]

Blablacar
Uber
LetzGo
Car2Go
Enjoy
E-vai
Twist
Guidami

Mangiare social: e cioè, andare a cena da sconosciuti che si inventano ristoratori per un giorno (vantaggi: fa bene all’umore e alle relazioni; svantaggi: si ingrassa uguale).

Gnammo
Bon Appetour

L’erba del vicino: e cioè cose che succedono e persone che abitano nel tuo quartiere, con cui magari condividere qualcosa. Nonché portali per il baratto on line, il noleggio o per vendere qualcosa fatto con le proprie mani

Vicini di casa
Social street
LocLoc
Reoose
Etsy

Non lavorare stanca: e cioè come fare fruttare il proprio tempo facendo cosette per altri (e magari sentirsi anche un po’ meglio)

Time Republik
Tabbid
Sfinz

 

 

Voglio vivere di sharing

Pane e sharing. Altrimenti detto: diamoci una mano. E cioè: io metto a disposizione di tutti il mio tempo, quello che so fare e le cose che possiedo; in cambio ricevo aiuti, altri oggetti o anche denaro.
Una volta si chiamava baratto, o solidarietà. Adesso, per essere estremamente sintetici (e riduttivi), si chiama sharing economy, economia della condivisione.
Gli esperti avvizziranno di fronte a questa mia microscopica introduzione, ma non importa: questo non è un blog per esperti. È un blog per provarci.
La sharing economy è qualcosa di simile a un cappello a falde larghissime, sotto la cui ombra proliferano cose molto diverse tra loro: servizi che cambiano il nostro modo di spostarci (il carsharing, per dirne uno che tutti conoscono) e la possibilità di affittare la propria casa a sconosciuti quando si è in vacanza; ma sharing è anche girare il mondo dormendo sui divani degli altri (couchsurfing) o lo sfizio di noleggiare abiti di alta moda solo per una sera. E poi ancora dare via gli oggetti che non si vogliono più ricevendo qualcosa di nuovo in cambio o anche le banche del tempo digitali, ovvero quelle piattaforme internet in cui io so parlare l’inglese, tu sai aggiustare il forno e allora facciamo che io ti do lezioni di inglese e tu mi aggiusti il forno.
(Confesso: sono mesi che cerco qualcuno in grado di aggiustarmi il forno. Senza trovarlo. O gli aggiusta-forni non frequentano Internet oppure i forni vecchi come i mio sono dannatamente difficili da aggiustare).
In ogni caso questo blog nasce per sperimentare tutto quanto. Per vivere di sharing, cioè di condivisione.
Condividere per un periodo sarà il mio lavoro: sono iscritta praticamente a tutte le piattaforme Internet che esistono in Italia (qui l’elenco, se avete suggerimenti sono ben accetti) ed elencherò su questo blog tutte le cose che so fare o che posso fare per voi. Magari cose per cui non avete tempo o voglia: tipo andare in posta, portare fuori il cane, tenere i bambini, cucinare pranzo o cena, pulire casa, accompagnarvi da qualche parte in macchina, trasportare cose; e poi ancora, dare lezioni di inglese o di spagnolo, scrivere testi (non avete un’azienda per cui volete fare una nuova brochure?), scrivere post e blog su commissione o persino biglietti d’auguri. Insomma: più o meno qualsiasi cosa io sappia fare la farò per voi, in cambio del vostro aiuto in altre cose o di un compenso che decideremo insieme. Per organizzarci, potete semplicemente scrivermi qui sopra: i contatti sono in fondo a questa pagina).

Va bene, ora chiedetelo pure ad alta voce (lo hanno già fatto mio padre e un discreto numero di conoscenti, quindi ho la risposta pronta). Perché una che di mestiere fa la giornalista si mette a vivere così? Facile: per capire se funziona. È un blog per provarci, dicevo all’inizio. Dunque, è vero che se mettessimo tutti a frutto quello che abbiamo staremmo meglio? È vero, come suggeriscono certi guru, che essere disoccupati, incazzati, delusi, con le lettere di roba da pagare che si accumulano e l’umore che sprofonda, è soltanto uno stato dell’anima e con lo sharing le cose migliorano?
Non lo so, dunque ci provo. Qui sopra ci saranno tutti i miei resoconti dettagliati della vita da sharer: le cose che mi chiedono di fare, la fatica a farle, i soldi guadagnati, le idee che mi vengono, le riflessioni lungo il percorso (non necessariamente politically correct: vedi quella sui couchsurfer troppo amici della cipolla recentemente ospitati). Questo è qualcosa a metà tra un luogo d’incontro e un diario: ci si può passare per vedere come vanno le cose o per buttarsi nell’esperimento.

Perché questo esperimento funzioni ho bisogno fin dall’inizio del vostro aiuto.
Osate. Affidatevi a una sconosciuta e mettetela alla prova. Lasciatevi andare. C’è un mondo da scoprire e la lista dei vantaggi rischia di essere molto lunga (e se invece le cose non dovessero andare, pensate che bello potere avere qualcuno con cui prendersela per i prossimi sei mesi). Insomma. Quel dannato forno ancora non va. Se alla fine di questo esperimento avrò trovato chi lo ripara, sarà già un successo.

 

Le conseguenze del couchsurfing

Ho ospitato due couchsurfer busker, che è il nome nobile per artisti di strada, che è il nome comune per freakkettoni con zaino, dreadlock e scorte di idealismo sulle spalle.
Ho messo da parte un po’ di paranoie e di pregiudizi e alla fine quasi ho invidiato la loro naiveté nutrita di semini e tisane, che mi hanno pure regalato.
Peccato che quattro giorni dopo in casa ci sia ancora un odore pestilenziale: «Fanno benissimo alla salute», mi ha detto lui la sera che ha deciso di cucinare, tagliando mezza testa d’aglio e tre cipolle intere dentro al soffritto per altrettante persone. Se l’odore non passa entro stasera chiamo i ghostbuster.