Perché la sharing economy non decolla

Passano gli anni, restano i titoli; anzi, si moltiplicano.

«Tutti pazzi per la sharing economy», per dire, comparve per la prima volta nel 2014: e da allora, mese dopo mese, quasi nessun giornale o blog è rimasto immune dall’entusiasmo per il sopraggiunto cambiamento di paradigma. Consultare Google per credere: l’ultimo avvistamento della notizia è di appena un paio di settimane fa.
Vivremmo, insomma, in un mondo in cui i vicini fanno a gara per imprestarci il trapano, le cene si consumano rigorosamente in casa di sconosciuti, gli universitari arrotondano facendo le guide turistiche e ogni buona idea, socialmente apprezzata e condivisibile, diventa business. Suona strano? Probabilmente perché c’è poco di vero.

Il gran boom dell’economia collaborativa, e il suo traino dell’economia ‘tradizionale’, infatti in Italia non c’è ancora stato e alle condizioni odierne si fatica a vederlo: il numero delle piattaforme cresce ma l’utenza non è significativa, gli investimenti e le regole sono disordinati e insufficienti, le sentenze della magistratura hanno sepolto i servizi nuovi e le facce che girano tra convegni iniziano ad avere il sapore di vecchio. Mentre, come da copione di parecchi altri settori digital, i colossi stranieri crescono, occupano il mercato e pagano poche tasse.

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Sharing: sfruttamento del lavoro, economia del noleggio o nuova modalità di consumo?

La confusione sotto il cielo è molta, complice una retorica utilizzata ad arte e la nascita di nuovi giganti dell’economia on demand.

L’ultima a schierarsi è stata Virginia Raggi, sindaco di Roma. «Airbnb e Uber fanno concorrenza sleale», ha detto in un confronto elettorale prima dell’elezione al Campidoglio, aggiungendo allo scontro quasi ontologico tra Apocalittici e Integrati della sharing economy la (presunta) contraddizione di una esponente del nuovo che si batte contro l’innovazione.

Ma le cose non sono così semplici, a partire dagli opposti ideali tra cui si muove la discussione sulla cosiddetta economia collaborativa: perché nel nome di Airbnb, Uber e BlaBlaCar, tanto per citare i più noti, si ricorre spesso a un manicheismo che imbriglia la reale comprensione dei fenomeni. Equità, innovazione, redistribuzione, circolarità sono le parole d’ordine degli Integrati; sfruttamento, dumping, neocapitalismo, precariato quelle degli Apocalittici. Nelle loro fila si agitano accademici, giornalisti, imprenditori, parlamentari, centri studi, istituzionali nazionali e sovranazionali, inclusa la Commissione europea.

Ma su cosa discordano, le tesi, esattamente? Non sull’utilità dei servizi, in linea di massima: la diffusione delle nuove piattaforme (Airbnb è cresciuta del 100% nel 2015, con 80 milioni di prenotazioni) induce il forte sospetto che anche chi ne critica motivazioni e pratiche finisca poi con lo scegliere una stanza in rete o con l’opzionare un simil-taxi dal cellulare. Sono piuttosto gli inquadramenti, la terminologia, le valutazioni sociali e le dinamiche di causa-effetto su cui Apocalittici e Integrati dissentono. Ecco allora un riassunto delle principali questioni sul tappeto, per cercare di promuovere una riflessione il più ragionata possibile.

Condivisione vs noleggio

Nella vulgata degli Integrati – o quantomeno dei più estremi tra loro – il termine sharing rimanda a un universo di buone azioni di cui è impossibile non farsi portavoce: aprire la propria casa, distribuire i propri oggetti e mettere le proprie capacità a servizio degli altri non solo è nobile, ma aiuta a limitare gli sprechi e contribuisce a creare comunità salde e dinamiche. Gli Apocalittici partono da tali considerazioni per smontarne la semantica e le intenzioni: far pagare per una stanza in casa propria non è condividere, ma affittare. Non ci sono emozioni in ballo, ma soldi. Lo stesso dicasi per automobili, posti a tavola, vestiti e persino passaggi. Con un’aggravante: il noleggio tra privati può sfuggire ai controlli e alle garanzie di sicurezze assicurati dai professionisti.

Per uscire dall’impasse bisogna intanto fare una distinzione tra ciò che si paga e quello che è gratuito: inglobati sotto il termine-ombrello sharing economy ci sono infatti siti e pratiche (per esempio couchsurfing e bookcrossing, per dormire sui divani altrui o scambiarsi libri) che esistono da tempo, e il cui reale motore è proprio la condivisione. Si potrebbe dire lo stesso della cultura dell’open source nell’informatica, e di fenomeni più concreti come le banche del tempo oggi digitalizzate, che di certo non hanno nulla a che vedere col noleggio.

I servizi a pagamento, poi, potrebbero essere descritti in modo più corretto utilizzando l’espressione “mettere a disposizione”, che non implica gratuità ma conserva alcune caratteristiche della condivisione. Prendere un estraneo in casa o dargli un passaggio in macchina, per denaro o per simpatia, implica infatti sia uno scambio umano, anche minimo, sia l’abbattimento di certi confini di possesso e consumo. Sharing, nella sua concretezza, non significa insomma essere samaritani a servizio di un mondo migliore, ma non descrive nemmeno esperienze tradizionali come entrare in un negozio per acquistare un prodotto o dormire in albergo. Le vecchie categorie risultano giocoforza superate, a prescindere dal vocabolario con cui si descrivono le nuove attività.

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MovieDay, il cinema è di tutti

Non sarà la soluzione per l’industria flagellata dallo streaming, ma l’occasione per rifarsi delle ore passate nei gabbiotti del Dams a vedere Man Ray mentre fuori  l’intero universo gioiva e si accoppiava e vibrava, bè, quello magari sì. Per non menzionare l’esperimento etnografico: qualcuno per prepararsi è arrivato già sbronzo alle 20 e, considerando che sto per raccontarvi di una serata dedicata a Hiroshima Mon Amour, non è che gli si possa dare torto.
Insomma, stiamo parlando di film – alcuni anche bellissimi, restaurati dalla cineteca di Bologna, capolavori che fino a poco tempo fa si vedevano solo in fortunatissime rassegne o nelle sfortunatissime cellette del Dams costruite apposta per punire gli studenti che la mattina non arrivano per tempo alla proiezione in aula – e di cinema, e del fatto che uno può decidere che cosa proiettare in una sala in centro a Milano (ma non solo) per poi aprire una pagina internet e invitare 100 amici o 100 sconosciuti; rendere disponibili i biglietti via web, selezionare la data e poi prepararsi alla serata, con grande godimento.
La trovata è dei ragazzi di MovieDay che hanno traghettato l’idea del cineforum nell’era della condivisione e della flessibilità, nonché dei cinema che spesso hanno sale vuote e bilanci da aiutare. Il risultato è un sito su cui ognuno può iscriversi e organizzare la propria serata: si sceglie quale film, dove e quando, stabilendo un tempo massimo per spargere la voce e per raccogliere adesioni. Il sistema indica quante persone ci vogliono in sala perché si possa fare la proiezione e calcola il costo del biglietto di conseguenza: a quel punto, un po’ come su Facebook, l’evento è creato e bisogna solo dirlo in giro: se non si raggiunge il quorum minimo, la proiezione salta. Per raggiungerlo, va da sé, i biglietti si comprano via internet, direttamente dal sito di MovieDay: nel caso in cui l’evento non si facesse, la spesa di chi riservato un posto verrebbe stornata sulla carta.
I soldi li incassano in parte in cinema e in parte (minima) i ragazzi di MovieDay: il revenue sharing che fa felici tutti.
I biglietti costano sempre meno che il cinema normale, e spesso meno di quello che costa “noleggiare” un film su iTunes – sì, ragazzi, lo so, non dovete spiegarmi che esiste lo streaming, ma vuoi mettere l’esperienza? Oltretutto,  il catalogo consta di 71 pagine, cioè si trova di tutto: i classici della Nuovelle Vague restaurati e i Soliti Idioti, gli autoprodotti e i Die Hard. Puoi organizzare una serata più o meno impegnata come quella dell’altra sera – prima che entrassimo in sala, un amico mi ha detto: l’amore è una guerra atomica, tant’è che per preparasi un certo numero di invitati è arrivato avendo preventivamente consumato tre o quattro birre – o una maratona Ritorno al futuro o persino una cosa per i bambini: ho trovato una serie di film che faranno impazzire mio nipotino, e sto pensando a una sorpresa da fargli.
E poi ti trovi lì seduto, nella serata che hai organizzato tu, con intorno amici o amici di amici, o amici di amici di amici, gente insomma che se fa casino mangiando i popcorn puoi alzarti e sottrarglieli senza indugi, in un clima un po’ familiare e un po’ surreale ma comunque molto partecipato e molto caldo –  di quelli che anche solo dieci anni fa te li saresti sognati, un po’ come quasi tutto quello che raccontiamo qui sopra, d’altronde.

Sharing economy, appuntamento a Roma

Quanto della sharing economy è retorica di un nuovo iper capitalismo? Quali sono i paletti che ci vorrebbero? Quali le aree grigie? Quali i problemi che non stiamo guardando? E quali invece i modelli da replicare?
Domani sera, 26 novembre alle 19, a Roma parliamo di tutto questo. In teoria è un workshop, in pratica ha un modello molto romano: se parla e se magna.
Siamo Luigi Cervo, docente della Luiss, e io.  Con partecipazione speciale di Michele Buono di Report.
Accademia del Cambiamento,
via dei Bruzi 4/6, 
Roma

La combriccola del tetto di Milano

Ci sono almeno tre cose di cui vale la pena di parlare (quattro se si include me, e Mi fido di te, che siamo i pretesti).
La prima è la combriccola: quelli che sognano la biblioteca virtuale più grande del mondo e quelli che la fanno nel quartiere; quelli che hanno trasformato per sempre il nostro modo di spostarci vincendo paure ataviche e quelli che stanno provando a farlo in città, quelli che danno un senso alla frase “accesso al posto del possesso” e quelli che offrono le idee, gli spazi, i libri, le connessioni. Tutti insieme, per una volta, a raccontare di come hanno fatto e di cosa si può fare. Campandoci, ovviamente: ché – giova ricordarlo considerato che il rischio è apparire freakketoni naïve – tutto è business, ma anche nel business c’è quello meglio e quello peggio.

La seconda è la location: il tetto del SuperStudio di via Tortona, già emblema della Milano che non deve chiedere mai, tutta set fotografici (anzi, shooting) e agenzie e ristoranti vegan-bio-gluten free di bianco smaltati, riconvertiti nel terzo paradiso di Pistoletto dai ragazzi di NovaCivitas. Un posto da esportazione: nella Milano meno smaltata, va da sé.

Poi c’è Adriano Solidoro, che il giorno in cui l’ho tirato su con Blablacar non avrei potuto immaginare dotato di pensieri così brillanti, cervello così funzionante, acume così disinvolto. E’ un docente universitario (e questo da solo forse basterebbe a smentire alcuni miti sulla sharing economy appannaggio di ragazzini che cercano di risparmiare), si occupa di sociologia del lavoro, innovazione e formazione e sviluppo: tutte cose che a metterle in fila così pensi a un parruccone noioso e plasticoso, ma è colpa di come in Italia le parole si usano spesso a vanvera svuotandole di senso e rimandando invece a luoghi comuni e stereotipi.
Adriano, comunque, fa da moderatore alla serata.

Infine ci sono io, questo libricino che ho scritto, un po’ di pensieri sulla sharing economy, sui cittadini, sui consumatori, sulle relazioni e sulle imprese, che poi riporteremo anche qui sopra. L’intento è sfondare il tetto di vetro, uscire dal recinto. Quando si parla di questi temi da un lato ci sono i profeti del cambiamento, velati di ingenuità, e dall’altra le aziende che vogliono disperatamente sfondare. Mettiamo insieme tutto, con realismo, per capire dove si può andare.

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Uber, i divieti e la regolamentazione della sharing economy

Il tribunale di Milano ha imposto l’oscuramento della App di Uber Pop, accogliendo il ricorso di alcuni tassisti milanesi. Significa cioè che il servizio Uber Pop diventa illegale – almeno fino alla prossima sentenza – anche se nella pratica la società potrebbe continuare a erogarlo scegliendo di pagare le multe eventuali, come peraltro ha fatto in quasi tutti gli altri Paesi in cui ha avuto problemi con la legge.
Cosa penso di Uber azienda – cioè del suo management, delle pratiche e delle strategie – l’ho detto diverse volte. Più che di sharing economy, si tratta di shock economy, con passaggi ben definiti: «Prima crescere a casa propria, infilandosi nelle crepe di un sistema e rivoltandolo, grazie al contributo (e alle necessità) dei cittadini. Poi, accumulare abbastanza denaro per sbarcare all’estero. Quindi far parlare di sé, anche con le contestazioni dei tassisti e la paralisi delle città (pare che le richieste in quei giorni mediamente crescano del 200% o più). Infine sfidare la legge, forti del consenso popolare», come avevo scritto qualche mese fa da San Francisco.
Sommate che è impossibile parlare con qualcuno, non rispondono alle richieste di interviste, il loro training per diventare autisti corre sulla linea di confine del lavaggio di cervello (l’ho fatto, lo racconto in Mi Fido di Te) e in America sono accusati di spiare sui competitor e avrete il quadro della mia valutazione dell’azienda. Che – attenzione – è molto diverso da quello del servizio che offre: Uber Pop, infatti, funziona alla grande, è comodissimo, economico e, soprattutto, permette un miglioramento della qualità di vita dei cittadini.
Ed è esattamente questo il punto.
Le sentenze dei tribunali e una variegata letteratura sull’argomento sembrano sempre dimenticarsi di una questione chiave: i cittadini e il loro accesso a servizi migliori di quelli esistenti. Certo, in nome di una presunta regolamentazione del mercato (che da mezzo secolo è lasciato in mano a lobby potentissime e ha consentito la nascita di un mondo sommerso, come quello delle licenze dei taxi appunto).
L’impressione sincera è che la regolamentazione del mercato c’entri ben poco: penso che banalmente la politica abbia paura dei tassisti, perché portano pacchetti di voto visto che sono anche rappresentati negli organi di amministrazione dei comuni.
Se il problema fosse realmente la regolamentazione, infatti, qualcuno avrebbe pensato a come farla. Invece, per il momento, niente. Il che è doppiamente paradossale: perché i servizi continuano a spuntare lo stesso, in barba alle leggi, e lo Stato perde il controllo sulle potenziali entrate che generano; e perché si dimostra così platealmente che l’offrire ai cittadini strumenti migliori non è al primo posto degli interessi dei governanti.
Capisco bene che di fronte alla sentenza della Consulta sulle pensioni, regolamentare Uber e Airbnb possa non essere il primo pensiero di Matteo Renzi; e tuttavia, se fossi la sua eminenza grigia, peraltro molto attenta alle questioni di immagine, gli direi di iniziare a pensarci (magari c’è un pool che sta studiando queste cose e io non ne so niente: un po’ me lo auguro).
L’innovazione non si blocca, e anche se l’Italia non ha la vivacità né i venture capitalist della Silicon valley, fortunatamente le idee e la loro attuazione viaggiano su altri canali, e ci coinvolgono nostro malgrado.
I famosi campioni della sharing economy anche in Italia sono aziende straniere: Airbnb, Blablacar, Uber. A dispetto della lentezza de noantri hanno comunque cambiato il nostro modo di vivere. Prima o poi, ne arriveranno altri; e gli italiani stessi si rimboccano le maniche perché capiscono che c’è un orizzonte di cambiamento.
In questo momento non parlo nemmeno dell’orizzonte valoriale, che spesso viene associato all’economia collaborativaparlo semplicemente del mercato. Di nuove idee imprenditoriali. Di nuovi servizi per i cittadini. Di un Paese che cambia verso, per usare lo slogan già pronto del premier.
Dire alla gente che non può usare Uber Pop, che costa meno della metà del taxi, ha pagamenti tracciabili, orari certi e un funzionamento facilissimo, soltanto perché nessuno ha studiato una nuova legge o ha trattato coi tassisti è abbastanza demenziale, ne converrete. E’ come mettere tra parentesi lo sviluppo del Paese.
Bisogna fornire una cornice che regolamenti queste nuove attività. E bisogna decidere come fare coi tassisti (e con gli hotel, e con i ristoranti), perché anche loro sono imprenditori e cittadini, e non sarebbe nemmeno corretto ignorare le legittime ragioni di una parte: finché sono legittime, ovviamente. La fortuna è che in altri Paesi questo lavoro lo hanno fatto, quindi forse si può prendere qualche spunto.
Poi, certo, c’è tutto il dibattito sul lavoro precario: la sharing economy crea posti di lavoro o potenzia la iper precarietà che già ci contraddistingue? Una prima risposta è che crea lavoro, perché queste società hanno comunque degli organici: ieri ero a parlare coi ragazzi di BlaBlaCar e loro sono in 10, a Milano. Fino all’anno scorso quei posti di lavoro non c’erano.
Ma soprattutto penso che la questione in questa fase, e in questo Paese, sia oziosa. Tutto quello che crea opportunità (e non è criminale, né eticamente riprovevole), e che prevede la volontarietà dei coinvolti, è buono.
Noi siamo quelli che fanno le domande per non fare le cose. Purtroppo suona come uno slogan renziano. In realtà non lo è, considerato che di sharing economy – nonostante molti inviti, alcuni anche miei personali via twitter – Renzi non ha mai parlato.

Cedesi #2 – Petit bazar Pane e sharing

Venghino signori venghino, dopo aver piazzato un computer, il portachampagne e il cappello da gran muftì (così richiesto da non riuscire nemmeno a rientrare nel listino) il bazar Pane e Sharing offre altre due occasioni ai fortunati lettori.

Numero 1 Minipimer della Guzzini ancora perfettamente funzionante.
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Questo, a dire il vero, ve la offre la mia amica Tatiana, che  – avendone un altro – me lo  imprestò nell’anno di grazia 2008 quando mi tolsero un dente del giudizio, per poi vederselo usucapito fino a dimenticare di possederlo.
Non temete: non rivendicherà alcun diritto sull’oggetto perché le ho chiesto il permesso di donarlo alla collettività, e l’ho ricevuto.
(Scambio di sms: Posso regalare il tuo minipimer? Il mio che? Minipimer, me lo hai dato due lustri fa! Non capisco la parola, mandami una foto).

 

Numero 2, videoregistratore ancora perfetto e quasi nuovo – quasi nuovo rispetto all’epoca in cui ancora i videoregistratori si usavano, va da sé.

IMG_1927L’ho comprato nel 2001, quando universitaria passavo le notti a vedere la Trilogia della Città di Wim Wenders: dopo due anni, però, feci la mia prima connessione flat a Internet ed entrai nel magico mondo di quelli che il www è il 139esimo articolo della Costituzione; i nastri Vhs andarono definitivamente in soffitta di lì a poco, ancorché io abbia conservato tutti i miei (non so dove, ma so che ci sono).
Sul videoregistratore infatti c’è una clausola: se un domani volessi utilizzarlo per rivedere qualcosa – per esempio le videocassette del mio Erasmus – lo potrò fare.
Già vi vedo che storcete il naso: ci vuoi dare un videoregistratore e metti anche le condizioni. Bè, ragazzi, se avessi una casa grande io me lo terrei, anche solo come ricordo di un passato recentissimo e spazzato via senza che ne conservassimo quasi memoria. Solo che non ho una casa grande. Anzi, quasi non ho una casa tout court.

Come ti centrifugo le spese

Storie del nuovo corso. Quello in cui un medico illuminato mi ha spiegato che il glutine è veleno e i latticini mi hanno ammazzato il metabolismo e affaticato il fegato, e prima che la me stessa sorridente che vi guarda da queste pagine scompaia in una maschera avvizzita, sarà bene che smetta di mangiare l’uno e gli altri.

Il medico illuminato stava ancora parlando che già nella mia mente scorrevano sottotitoli di cui è meglio non riferire, brioche al profumo di albicocca andavano in dissolvenza su una valle di lacrime e boccali di birra sfumavano mestamente in cieli tempestosi: un futuro orribile.
Ho trascorso il primo giorno quasi a digiuno: tutto quello che avrei ingurgitato in un giorno normale, infatti, di colpo era proibito. Il secondo ho setacciato il reparto glutine free del supermercato in cerca di idee; ne sono uscita con due pacchi di biscotti e delle gallette di riso, sufficienti almeno a un sostentamento base.
Il terzo ho studiato l’intero menù del giapponese per capire cosa fosse consentito e cosa proibito; e via così, travolta da una pigrizia che mi teneva lontana anche da tutto quello che invece avrei potuto mangiare, per l’intera settimana.

All’alba dell’ottavo giorno, mentre la pelle iniziava davvero ad avvizzirsi, ho capito che se avessi voluto sopravvivere alla rivoluzione alimentare avrei dovuto impegnarmi.
Ci avevo pensato a lungo, e nella mia testa la salvezza aveva la forma di una centrifuga, uno di quegli accessori con cui si producono i succhi (o i frullati) di carote, mele, pomodori, sedani e zucchine che nei bar vendono allo stesso prezzo dello champagne.
Volevo regalarmi quella dose di buon umore – un mix tra il mangiare bene, il sentirsi salutisti e la sensazione di fare qualcosa per sé  – che normalmente pago a caro prezzo sotto casa, e che avrebbe potuto restituire colore alla mia dieta diventata improvvisamente ocra come le gallette di mais.
Data la mia scarsa attitudine in cucina, tuttavia, spendere un paio di centinaia di euro per l’oggetto non sarebbe stato saggio: il 90% degli utensili sui miei scaffali sono durati il tempo di una dieta passeggera (e, ça va sans dire, i miei tentativi di dieta non si contano).
Quantomeno dovevo verificare se la macchina era facile da usare o se le complicazioni ingegneristiche del pulire-smontare-rimontare avrebbero inibito qualsiasi utilizzo successivo al primo.

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Loc Loc, dunque. E cioè il noleggio tra privati: al posto di comprare una centrifuga, sono entrata sul sito in cui la gente offre agli altri i propri oggetti e ho cercato qualcuno che ne avesse una. Le mie speranze di trovarla, per essere onesti, non erano altissime: mentre scorrevo l’elenco di idropulitrici, vaporetti (tra cui uno mio: almeno che me l’affitti qualcuno, visto che l’ho acquistato e mai utilizzato), flessibili e altre amenità del bricolage, temevo che la centrifuga fosse una richiesta troppo banale per l’esercito di umani dediti ai piaceri del fai da te.
Ma mi sbagliavo. Perché Dario ne aveva una. E me l’avrebbe concessa per 6 euro al giorno (non proprio pochissimo, a dire il vero: ma in definitiva quanto un bicchiere di concentrato di carota nei bar dei Navigli).

Gli ho mandato una mail, mi ha risposto dandomi il suo numero, ci siamo accordati e sono andata a ritirare l’arnese. Mi ha spiegato come funziona, mi ha pregato di lavare tutto e dato qualche consiglio di utilizzo; poi ho infilato la preziosa centrifuga in un sacco e mi sono catapultata a casa, dove ho rapidamente estratto dal frigo ogni vegetale in mio possesso per renderlo succo di frutta.
Per far fruttare i miei 6 euro di noleggio contavo di fare una decina di litri di centrifughe da mettere in frigo e consumare nella settimana. Ma, come avrebbe capito chiunque più saggio di me, non avevo fatto i conti con la realtà: dopo i primi tre bicchieri di succhi, sapevo che non avrei mai retto. La pulizia della macchina, il monta-rimonta i filtri, svuota il porta bucce e metti subito in acqua così non si rovina mi stava mettendo in terribile agitazione.

Ho ridimensionato il programma, limitandomi a una cena a base di natura centrifugata. Poi ho rimesso la macchina nel suo sacco, appagata della mia saggezza.
Penso che sia stato il mio record negativo di tenuta: meno di un’ora di utilizzo di una cosa per cui ero stata entusiasta fino a mezz’ora prima.
Da un altro punto di vista, mi sono consolata pensando che sto diventando sempre più rapida a capire quando un oggetto proprio non fa per me. E se lo capisci prima di averlo comprato, tutto sommato puoi fregiarti del titolo di ragazza responsabile.

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Sharing people #1 (Rassegna del meglio)

Normalmente le storie di sharing economy finiscono nelle pagine di economia dei quotidiani, come esempi del nuovo che avanza, delle guerre sotterranee tra colossi che non producono niente ma spostano denari a fiumi o delle nuove lotte tra guru e paradigmi. Il che, in definitiva, è perfettamente corretto, perché seguire il denaro – follow the money, diceva Falcone – è sempre la strada giusta per capire cosa sta succedendo in un certo mondo.
E tuttavia, da un altro punto di vista, quest’approccio all’economia collaborativa è un po’ povero e un po’ ristretto agli addetti ai lavori: taglia fuori l’elemento umano e la sua forza. Detto in altra maniera, tra i risvolti della sharing economy e del modo in cui sta contribuendo a ridefinire il mondo, o almeno alcuni suoi aspetti, ci sono decine di storie: di persone che fanno cose per altri, di comunità che prendono consapevolezza, di scommesse azzeccate, di trasporti sentimentali.
Ho pensato di iniziare a raccogliere un po’ di queste “altre cose” qui sopra, per costruire una specie di rassegna stampa alternativa: qualcosa di simile alle good news che, come si impara al primo giorno in qualsiasi redazione, non fanno vendere i giornali (non quanto le bad news, almeno).
L’idea mi è venuta stamane leggendo questo articolo del Guardian: un pezzo minore, destinato a uscire in fretta dalla homepage, ma capace di cambiare l’umore del mio risveglio.
Il giornale britannico racconta di James Robertson, un signore di Detroit che tutti i giorni per andare a lavorare percorre a piedi 32 chilometri, tra andata e ritorno: possedeva una macchina, un decennio fa, poi si è rotta, l’autobus non copre l’intero percorso e da allora, pur di non perdere il posto, cammina molte ore ogni giorno per arrivare in fabbrica.
In questi anni è stato talmente puntuale e ha fatto così poche assenze che il responsabile dello stabilimento lo ha preso come modello con tutti gli altri; qualche giorno fa, poi, la sua storia è finita sulla stampa locale, in America, e la gente si è molto commossa e appassionata. Così, una ragazza ha deciso di aprire un crowdfunding per aiutarlo a comprare una macchina usata e a pagare l’assicurazione: l’obiettivo era raccogliere 5 mila dollari, ma in tre giorni ne sono arrivati 90 mila.
La cosa più bella di tutte, per me, è però la risposta di Robertson. Quando gli hanno raccontato del crowdunfing e di tutti i soldi che gli sarebbero arrivati, ha detto: «Avrei preferito che quei soldi fossero spesi in un sistema di autobus che funzioni 24 ore al giorno, e non in un “piccolo bus” tutto per me. Questa città ha bisogno di un servizio pubblico di autobus».

With a little help from my friend (ossia, mi serve un aspirapolvere)

Mettiamola così, è una questione di principio. Potrei spingermi fino a Media World, andare dritta alla sezione ‘casalinghi’ ignorando le sirene ammalianti dei nuovi macbook, chiacchierare amabilmente con un inserviente e tornare a casa minuti dopo con un aspirapolvere nuovo fiammante del costo non superiore a 50 euro (ovviamente, programmato per rompersi dopo due anni, come tutti gli oggetti che arrivano al mass market – no, non è una teoria cospirazionista ma una ricerca finanziata dagli europarlamentari Verdi).
Potrei, ma non voglio. Non voglio perché sono certa, assolutamente sicura, che nelle vostre case c’è almeno un vecchio aspirapolvere dimenticato e semi-abbandonato, reinserito nello scatolone prima di un trasloco e mai più venuto alla luce, oppure relegato in cantina, sostituito da una moderna scopa elettrica capace per una volta di farvi sentire tutt’uno col focolare domestico, in una metamorfosi simile a quella delle vite delle donne americane negli Anni 50, forgiate da frigoriferi e lavatrici.
E, insomma, tutto questo per dire che il mio aspirapolvere si è rotto, e poi ne ho avuto due anni uno in prestito ma ora il suo proprietario lo ha voluto indietro, e io ne vorrei trovare un altro in prestito, perché sono intimamente convinta che non abbia senso comprare qualcosa che altri hanno in più e non usano: è una questione di razionalizzazione delle risorse.
Mi date un segno di vita se siete disponibili a imprestarmi per un po’ di tempo o addirittura a donarmi un aspirapolvere?
Lo dicevano anche i Beatles d’altronde,
Oh I get by with a little help from my friends,
Mmm,I get high with a little help from my friends,
Mmm, I’m gonna try with a little help from my friends.