Il futuro con la sharing economy

Oggi è uscito il libro, e la cosa che finora mi hanno chiesto di più nelle interviste (sì, mi fanno anche delle interviste: non ridete, su, ché già fatico) è se esiste il rischio di un ritorno al “collettivismo” di stampo sovietico (subito dopo Ma quindi prima o poi sarà tutto gratuito?: comprensibilmente ci si occupa prima delle cose realmente rilevanti e poi delle inezie della storia).
Parliamone, dunque. E sfatiamo un mito che ci vede rivoluzionari marxisti-leninisti, impegnati a combattere contro il capitalismo e la proprietà privata (abbiamo già dato, si sa com’è finita: abbiamo ancora le ossa rotte).
La sharing economy non è questo, e la condivisione non è collettivismo, men che meno forzato. Forse per capirci basterebbe menzionare Uber o Airbnb (rispettivamente 40 e 13 miliardi di dollari di valutazione), due multinazionali cresciute all’interno delle maglie larghe dell’economia collaborativa, un po’ grazie all’intuizione di quanto è grande la disponibilità della gente, un po’ infilandosi nelle crepe di un sistema spesso inefficiente (avete mai provato a prendere un taxi a Roma?). 

Si tratta di due estremi, certo, ma progenitori di molta stirpe e di altrettante aspettative. I ragazzi francesi di Weleeo, per esempio, si sono inventati un sistema di cambio valute che sfrutta i soldi che ti sono rimasti in tasca dopo un viaggio all’estero o su quelli che hai perché in un posto ci vivi: arrivo a San Francisco, ho bisogno di dollari, cerco con la app qualcuno in zona disposto a darmi biglietti verdi in cambio di euro. Perché quel qualcuno dovrebbe fare il cambio? Bè, perché magari sta per andare a fare un viaggio a Roma o a Parigi, e quegli euro gli fanno comodo. E perché il cambio peer-to-peer usa il tasso ufficiale, aggiornato in tempo reale sui mercati, solo che non c’è commissione (le commissioni valgono circa 10 miliardi di dollari l’anno, per non parlare del cambio nero). E poi perché incontrare un’altra persona, al posto che l’impiegato seccato di un cambia valute, può essere piacevole: magari si diventa amici, magari ci si scambiano dritte e consigli, magari si alimenta una rete di contatti che potrà essere utile in futuro.
Quelli di Weeleo, però, non hanno investito soldi ed energia nella loro app solo perché credono nelle magnifiche sorti e progressive. Pensano invece di guadagnarci, chiedendo una cifra simbolica – un euro o due – a chi vuole vedere gli iscritti al servizio che si trovano nei paraggi (soltanto al primo accesso in una certa località): se un centesimo di tutti coloro che oggi si spostano nel mondo usasse Weeleo, insomma, il mio amico che se l’è inventata (27 anni, a proposito) potrebbe mettersi in tasca qualche milione di euro al giorno (e, ovviamente, lui lo spera parecchio).

Si torna allora al punto di partenza. Se la sharing economy non è lotta al capitalismo ma è anzi, almeno in parte, un tentativo di trovare nuovi modi per far soldi, vuole dire che è tutta fuffa?
Per nulla. E non solo perché nella galassia della collaborazione ci sono anche moltissime cose che non contemplano il denaro (vedi Piacere, Milano, di cui ho scritto poco fa) o che restituiscono un senso alla parola “valore”, che non è più solo quello canonico attribuito alla carta moneta ma è invece associabile a qualsiasi bene e competenza, in base alle effettive necessità (se tu hai arance e a me servono, quelle arance valgono: anche se i supermercati le rifiutano perché le comprano dalla Spagna dove costano meno).
L’importanza dell’economia collaborativa, tuttavia, risiede in altro ancora, e cioè nel concetto di fiducia e apertura. Airbnb ha sdoganato il concetto di andare a dormire in casa d’altri (o di lasciare il proprio appartamento a sconosciuti), ed è questo il suo più grosso merito. Imparare a valorizzare i rapporti con le persone, a creare rete e ad eliminare automatismi (di consumo, di chiusura, di rifiuto) spinge verso una nuova dimensione sociale, in cui la mutua disponibilità può sostituire quello che una volta era il contratto sociale.
In termini marxisti (il vecchio Karl sulle analisi c’aveva visto bene), la spinta economica può ridefinire l’ideologia (e dunque la prassi) dominante. Può spingere le persone a fidarsi e ad affidarsi, a riscoprire il valore della collettività e della comunità, con conseguenze positive a cascata per l’ambiente, le città, il futuro dei vostri figli.
Ecco perché se ne parla così tanto. I soldi c’entrano, ma solo in parte.