Piccolo cinema condiviso

San Francisco è la città in cui la parola share (condividere) è usata più frequentemente. San Francisco è anche la città in cui la parola share in tutte le sue declinazioni calamita il simbolo del dollaro, capitalisti di ventura rigonfi di quattrini nonché trentenni che avendo dormito in couchsurfing, lavorato qui e là attaccandosi a wifi gratuite, parlato con molti via skype e vissuto parecchio spendendo poco si trasformano in consulenti della sharing economy, con contratti generosi (io potrei dunque trasformarmi in un’agenzia di smistamento consulenti: molti dei miei intimi hanno fatto decisamente di meglio, per non dire che sono in giro tra Europa e Usa da un mese e ho speso 1.200 euro inclusi biglietti aerei).
Ma comunque non c’è niente di deprecabile, perché il giorno in cui i consulenti avranno convinto Google, Cysco, Vodafone e compagni che il wi-fi è un diritto acquisito tanto quanto il peccato originario se sei nato in un Paese cattolico, allora il mondo sarà realmente diverso.
E tuttavia, in questo tintinnare di idee e monete spesso inebriante, c’è anche chi di dollari non ne vuole sapere e si è inventato un cinema popolare che raccoglie di volta in volta gli abitanti di un condominio, una volta alla settimana, per imparare un’altra lingua. La cosa esilarante è che gli iniziatori sono russi, e russi moltissimi dei partecipanti, e la prima volta che mi hanno invitato oltre a un manipolo di russi c’erano due iraniani e un siriano, una specie di Asse del male su base condominiale, tanto che mi sono chiesta se non fosse una copertura della Cia: e sarà che io fantastico troppo, comunque gliela ho buttata lì scherzando.
Funziona così: il gruppetto degli iniziatori sceglie un film in lingua straniera e un palazzo i cui membri abbiano aderito, avverte in anticipo i vicini e cerca di trovare un giorno che vada bene a tutti; poi si procura o possiede un proiettore e convoca tutti per ora di cena. Tutti portano qualcosa da mangiare e da bere e, a seconda di quanta gente si presenta, la proiezione si fa nella stanza più adeguata tra le varie case. Soprattutto, per ogni film deve esserci almeno uno che capisca tutto quello che si dice per spiegarlo agli altri e scrivere le parole chiave su post it che resteranno in giro per il palazzo fino al film successivo – il tempo di impararle.
L’altro giorno sono stata convocata come hispano hablante ed ero tutta tronfia; si proiettava Y tu mama tambien e io dovevo esssere la guida del gruppo: peccato che il film in realtà fosse messicano e io capivo una parola su tre, ed è finita indegnamente che oltre ad aver mangiato più o meno tutti gli avanzi dell’ultima settimana dell’intero condominio ho dovuto anche chiedere a qualcuno che scaricasse i sottotitoli, perché non ce la potevo fare.
Sono stati tutti molto comprensivi, in ogni caso. Semplicemente non mi inviteranno più.IMG_0167.JPG

Più casa (e Renatini) per tutti

Case, dunque. Spuntano come funghi. Di colpo, tutti hanno una casa da offrirti, un tetto sulla testa, in qualche caso fortunato anche una camera tutta per te e comodità di vario tipo, dalla connessione internet a quattro o cinque varietà di caffè in cucina (certo, sono pur sempre varietà di beverone americano, ma è il pensiero che conta).
Ieri sera ho detto al tizio che mi ospita attualmente che può essere che mi fermi un po’ più del previsto, se solo riesco a cambiare il mio biglietto aereo. Stavo per intonare una supplica mesta, quando mi ha invitato a restare as long as I need.
Come moneta di scambio abbiamo scelto Perry, il cane: la mattina lo porta fuori lui, la sera io. E a parte che sono discretamente amica degli animali, ma girare per Mission con un cane al guinzaglio è persino meglio della sceneggiatura che avrei voluto Woody Allen scrivesse per me.
Oggi, invece, sono stata a trovare il ragazzo che si è inventato le cene in casa, il solito 32enne che a 28 aveva già fatto quasi tutto, dal vivere in un paio di continenti ad aprire un paio di aziende, ed era pronto a pensare a qualcosa che prima non esisteva, pur esistendone tutte le componenti singole: io amo cucinare, tu vuoi mangiare bene, io non avrò mai i soldi per aprire un ristorante, a te piace incontrare gente a cena, magari anche sconosciuti, dunque mettiamo tutto insieme e facciamone un business (chissà perché le cose più furbe sembrano sempre così immediate, ma soltanto dopo che un altro le ha pensate).
Siamo stati in questa terrazza assolata a parlare un bel po’ e alla fine, dopo molte chiacchiere, avevo un’altra offerta per sistemarmi qualche giorno: una casa intera, senza tanti mobili, ma è un bel posto.
Il che, peraltro, è più o meno la descrizione dell’unica casa su cui formalmente posso far valere dei diritti, che al momento è totalmente affidata alla gestione di Renatino, giornalista affermato imprestato ai lavori domestici dai miei vagabondaggi.
Mi dimentico del fuso – e anche del fatto che per mestiere chiude le pagine politiche del Corsera, che non è esattamente come sollazzarsi qui sopra – e gli mando sms deliranti con missioni impossibili: Vai a casa mia a lavare le lenzuola che deve andarci della gente?, Togli dal mio frigo una scatola che mi sono dimenticata dentro?, Porti le chiavi alle due americane che arrivano da me?.
Oggi mi ha mandato un messaggio per raccontarmi di come sia andato a recuperare alcune cose nella mia cassetta della posta, di cui non aveva però le chiavi: pensava che la portinaia avrebbe chiamato i carabinieri vedendolo trafficare e invece se ne è andato con un fascio di copie di Time e la mia corrispondenza personale sotto il braccio senza che lei battesse ciglio. E, onestamente, non so se è una buona notizia.
Di certo, rende del tutto evidente che i portinai sarebbero più efficaci se prendessero un contributo anche loro e aiutassero nella gestione delle case affittate con Airbnb da gente che magari è lontana o non ha un Renatino sottomano.
Ragazzi, fidatevi di una che passa la giornata a dormire a casa di altri e a mandare qualcuno a sistemare la propria perché altri ci possano dormire: fare il manager di appartamenti altrui è il business del momento. I facilitatori della condivisione.

Don’t call it Frisco

A un certo punto il ribelle ucraino è semplicemente scomparso: non è tornato a casa a dormire una sera, l’indomani gli ho mandato un sms e per ore non mi ha risposto, poi mi ha scritto dicendomi che si fermava da amici, poi gli ho rispostoMa se il problema è che siamo troppo stretti me ne vado io, poi mi ha detto che no, c’era una donna di mezzo e poi mi sono trovata nella situazione abbastanza esilarante di essere padrona di casa sua, fino a quando, domenica, avevo sia le chiavi di casa sua sia quelle del successivo posto in cui sarei stata, anche questo vuoto perché l’ingegnere egiziano che ci abita è da qualche parte per lavoro, ma si è premurato di lasciarmi le chiavi da amici (più lenzuola, password del wifi, asciugamani puliti: gente stupenda).
Quindi sono arrivata all’appuntamento con i ragazzi dei Wild tour sentendomi padrona della città nonché in equilibrio con il cosmo, una sensazione provata non più di dieci volte nella vita intera. Incredibile ma vero, il mio umore stava per migliorare ulteriormente.
I tizi di Wild Tour Sf sono due personaggi che si avvicinano parecchio a quello che io definisco genio: tre volte al giorno raccolgono gente – turisti, ma anche moltissimi del posto – e li portano in giro lungo itinerari famosi della città, che però raccontano in modo totalmente diverso.
Per esempio suonando una canzone per ogni angolo della strada particolare, o leggendo le proprie email personali per spiegare perché quel posto è così importante.

Wes, la nostra guida, ci ha portato a Castro, lo storico quartiere omosessuale, famoso per Harvey Milk e la sua battaglia politica per i diritti gay. Mentre eravamo lì, davanti a una serie di bambole appoggiate a una finestra e raffiguranti ogni genere Lgbt, ha snocciolato la mail che scrisse a sua madre per confessarle che era bisessuale, nonché la risposta di lei, in copia conoscenza a tutti i parenti fino al quarto grado, con oggetto Wes’ big news. Un racconto personale e anche un po’ toccante, ma Wes ci ha messo dentro tanta autoironia e tanta sincerità nel descrivere lo sgomento che alla fine stavamo ridendo tutti come pazzi, incluso lui.
Il senso non era farci solo divertire, ovviamente, ma piuttosto far capire quanto è difficile a volte parlare della propria sessualità o farla accettare agli altri, e quindi quanto fosse importante la storia dei diritti civili maturata a Castro. Non so se esista una forma di turismo più intelligente, ma onestamente ho parecchi dubbi.

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Specie perché è gratis: se uno vuole può fare una donazione, o comprarsi una maglietta, ma non è obbligatorio e nessuno chiede. Ciononostante Wes fornisce anche un elenco dei posti più autentici della città, quelli gestiti da cooperative di Mission, da artisti e da attivisti, e poi anche un elenco dei concerti e delle cose da fare gratis, come se il tempo si fosse fermato a 40 anni fa (o forse come se finalmente qualcuno iniziasse a riprendere possesso del tempo e della città). Ovviamente molti alla fine fanno una donazione, ed è abbastanza perché i due tizi possano vivere e divertirsi e montare un sito internet dal quale scaricare i loro dischi e quelli dei loro amici.
Alla fine della giornata ero così contenta – anche perché la nuova casa a Mission è gigante, ho una camera tutta per me e un frigo pieno di birra che il mio ospite mi ha invitato a finire – che alle dieci ho infilato un libro in borsa e sono andata in una lavanderia pubblica a fare il bucato. E mentre i jeans si asciugavano in queste gigantesche macchine per 25 cents ogni sette minuti ho goduto dei messicani addormentati sulle seggiole tutto intorno, della notte e persino del rumore della centrifuga. Spero di ricordarmela per sempre quella sensazione lì.

Chi scambia moltiplica (anche i soldi)

Al quarto giorno ho maturato poche e solide certezze su San Francisco: nessuno se ne va di qui senza le ginocchia sbriciolate; nessuno se ne va di qui senza le chiappe più alte; nessuno se ne va di qui se ha deciso di fare i soldi. A Frisco non esiste un’idea o persino una visione di mondo che non sia in qualche modo monetizzabile; e va bene, i soldi non fanno schifo a nessuno, anche se ho il fortissimo sospetto che un mondo senza sarebbe infinitamente migliore.
Ieri pomeriggio sono stata piegata con la schiena spezzata a controllare il contenuto delle borse che il vicinato persone porta allo sharespot in Second street – roba che qualcun altro vuole e che passerà li a prendersi – mentre la ragazza responsabile di tutto l’ambaradan, più giovane di me e assolutamente a suo agio sprofondata in sacchi dai quali io avrei impiegato ore a riprendermi, mi spiegava che l’obiettivo di Yerdle, la società che ha organizzato tutto quanto, è eliminare il 25% degli oggetti acquistati negli Stati Uniti, abbattendo di conseguenza le risorse ambientali, l’energia e l’inquinamento necessari a produrli. Il tutto nel tentativo apparentemente utopico di invertire l’obsolescenza intenzionale con cui vengono fabbricate oggi la maggior parte delle cose che compriamo: il fatto cioè che per esempio gli elettrodomestici sono ‘programmati’ per rompersi dopo due anni.
Un proposito da visionari. Ma anche da capitalismo rampante, perché tutta l’organizzazione si basa su un sistema di crediti che si maturano ogni volta che si dà via qualcosa di proprio, ma se si vuole prendere qualcosa di altri senza avere abbastanza credito quello mancante può essere acquistato dalla società stessa: spendendo spiccioli magari, che moltiplicati per milioni di persone diventano soldi. In più ci sono gli accordi che Yerdle può prendere con le società di spedizione – metti che io desideri qualcosa che possiede un tipo in Kentucky – o con le aziende che vogliono essere parte degli scambi e mettono a disposizione alcuni dei loro prodotti, magari per rifarsi l’immagine o magari perché credono davvero a un sistema diverso o magari perché hanno semplicemente capito che il cambiamento, per quanto lento, è irreversibile, e tanto vale iniziare a esplorare nuove strade (proprio la Levi’s ieri ha mandato una vagonata di jeans e io me ne sarei anche presa uno, se non fosse che mi pareva brutto essere la prima ad aprire le scatole e a dire poi Bè ciao io vado, continuate voi a cambiare il mondo).

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Comunque, è evidente che il concetto di capitalismo come l’abbiamo conosciuto finora va rivisto, e forse spogliato da alcune delle vecchie accezioni valoriali: l’accumulazione fine a se stessa del capitale dubito possa essere etica, e tuttavia forse si può produrre denaro e avere un obiettivo etico allo stesso tempo. Ma su questo devo ragionare ancora, perché tendo ad avere paura di chi smantella Marx.
Quello che io so sui soldi e il possesso è che vivere senza avere troppe cose, senza portarsele dietro, senza doversene preoccupare, regala una sensazione di leggerezza impareggiabile.
Ho chiesto in prestito un bici ai vicini tramite una delle solite app e sono stata a pranzo alla sede del couchsurfing – dove peraltro stanno cercando di monetizzare la volontà della gente di aprire casa propria gratuitamente a sconosciuti (sarebbe un certo paradosso: io lo faccio per pura condivisione e loro ci guadagnano). Infatti una fronda di duri e puri ha già provocato uno scisma e ieri sera ho cenato con uno dei frondisti, che mentre mi snocciolava dati sullo stato della sharing economy negli Usa si alzava di colpo, andava vicino a un tizio seduto a uno degli altri tavoli a consigliargli qualcosa del menù, poi tornava indietro, prendeva a digitare freneticamente sul telefono, si rialzava, andava in cucina a parlare con lo chef, poi intravedeva qualcuno fuori per strada e si precipitava a chiedergli che modello di bici stava guidando: insomma, un ossessivo compulsivo di razza pregiatissima, come non ne avevo mai visto uno.
Ovviamente, per non farmi mancare niente, è altamente possibile che la settimana prossima passi qualche giorno anche a casa sua. Pare che sia il campione locale di lavoretti per altri: incluso scrivere critiche sul cioccolato usato nei ristoranti. Giuro, anche questo si monetizza a San Fran.

Le dimensioni non contano

In aereo mi sono allenata parecchio: contraevo i muscoli del viso in un sorriso non troppo meccanico, tra le occhiate compassionevoli dei vicini chiaramente convinti che fossi una squilibrata. La ginnastica facciale serviva per apparire sciolta e disinvolta nonostante tutto indicasse una potenziale crisi di nervi non appena messo piede nella casa del primo dei tizi che mi avrebbe ospitato a San Francisco.
A Philadelphia, in attesa del volo, in un raro moto di coscienziosità, avevo infatti ricontrollato le scarse informazioni in mio possesso su di lui e la di lui dimora. Ricapitolando: preferiva ospitare donne (chiaro segno di possibile “maniacità” o sano desiderio di una che lavi i piatti dopo colazione?); viveva in un monolocale (che a San Fran si chiama studio: I live in a studio house in effetti suona meglio di vivo in 18 metri quadrati incluso il bagno, e spendo pure una cifra mensile che moltiplicata per 12 mesi in un anno basterebbe a sfamare il Burkina Faso); era ucraino e l’esperienza migliore della sua vita era stata partecipare alla rivolta di Maidan.
Intendiamoci: nulla di sconvolgente in sé; anzi, qualcosa di meritorio. E tuttavia decenni di dominazione borghese della mente non si cancellano in un solo viaggio, e mentre mi allenavo a sorridere un sorriso che non sembrasse Terminator mi vedevo già un ribelle assetato di sangue con una stamberga come tana pronto a saltare addosso alla giornalista incosciente.
Ho visto troppi film, sì.
Comunque l’allenamento è stato opportuno, Perché la casa era ancora più piccola di quanto me la fossi immaginata e c’è mancato poco che mi cadesse la mascella: il divano su cui dormo io e il suo letto sono praticamente un tutt’uno e, insieme a un tavolino, a una poltrona e al televisore appoggiato sulla mia testa, sono anche tutto l’arredamento disponibile. Sostanzialmente, dormo con i suoi piedi a pochi centimetri dal viso. Ma non l’ho scoperto subito, perché dopo avermi fornito le chiavi il mio ospite è uscito con i suoi amici ed è tornato in piena notte, quando io avevo già iniziato a mandare sms in Italia spiegando che se nessuno mi avesse sentito l’indomani forse era il caso di preoccuparsi.
Fatica sprecata: sto benissimo. E Arthur è gentilissimo. E la sua storia di immigrato negli States al crollo dell’Unione Sovietica una di quelle che avrei pagato per leggere in una rivista. E la sua casa è gradevole, in un certo senso: ci si può quasi illudere di essere vicini a Kerouac o a Bukowsky.

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Specie perché il mio secondo appuntamento di oggi – il primo era con un economista e a raccontarlo ci vorrebbe troppo tempo: comunque è fiducioso – era con un gruppo di scrittura condivisa, spesso guidato dallo stesso Arthur: una variante artistica dello sharing che in effetti solo a San Francisco.
Funziona così. Ci si trova in un caffè di pomeriggio. Ognuno si presenta e racconta cosa deve scrivere quel giorno. Poi la capogruppo mette il timer: 60 minuti di scrittura, durante i quali Internet è proibito. Alla fine c’è la revisione di gruppo per cercare di sbloccare i punti meno riusciti del lavoro di ciascuno, con tanto di agende e computer che passano di mano in mano per un editing collettivo. Un po’ tipo quando Ginsberg e Kerouac sono andati a Tangeri per editare il Pasto nudo di Burroughs, se il paragone non è profano.
Non è esattamente come andare a smistare jeans usati – attività di domani – ma ha molto a che vedere con l’idea che dallo sforzo collettivo anche il singolo può ottenere il suo meglio. United we stand, dicono da queste parti.

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Faccio cose, vedo gente (la collaborazione parla come mangi)

Dunque giovedì parto.
Vado a vedere il meglio degli esperimenti di economia collaborativa in qualche selezionata parte di mondo, per poi scriverne: un po’ qui, un po’ su un libro. E  se la dicitura esperimenti di economia collaborativa suona strana – già li sento quelli del «sempre meglio che lavorare» – mi piace pensare che siano quelle cose che quando diventano parte della tua normalità (tipo prendere una macchina a nolo per 30 minuti in qualsiasi città europea spendendo meno di 5 euro, cioè il carsharing) ci si chiede come si viveva prima, ma “prima” sembrava impossibile che potessero mai succedere (figurateveli i vostri genitori negli Anni 80 con i capelli cotonati e baffoni mentre si appropinquano impacciati a una macchina che non è la loro, per entrare avvicinano una scheda con un chip o il telefonino, trovano già dentro  le chiavi e una carta per fare benzina, guidano dove vogliono, mollano la macchina e la spesa di qualche spiccio arriva diretta sul loro conto corrente).

E siccome all’estero talvolta sono più svelti che in Italia, il mio tour parte da Colonia, passa per Amsterdam e infine atterra a San Francisco, dove l’idea della condivisione è diventata business. Qualche migliaio di chilometri (a costo zero, o quasi) per andare a bere un caffè  in un bar nel quale gli smanettoni ti aggiustano l’iPhone rotto solo per il piacere di farlo (Repair Cafè, Amsterdam), o per incontrare quelli che hanno convinto i supermercati a regalare alla collettività un po’ delle loro scorte alimentari  prima che vadano a male (Food sharer and saver, Colonia), o quelli che si sono inventati un sistema di cambia valuta peer to peer basato sulle banconote e gli spiccioli che restano nel portafoglio quando si torna da un viaggio, per evitare le commissioni eccessive (Weeleo, Parigi e San Francisco).

Se ancora non basta all’idea di iscrivervi ai Fee Rss di questo blog (basta cliccare qui) l’idea di me che arranco dietro a un esercito di teutonici impegnati a raccogliere cibo dai supermercati resistendo alla tentazione di mangiare quello che trovo o che dipingo casa di una sconosciuta in cambio della sua ospitalità, bè, dovrebbe fornire la giusta motivazione.

In viaggio a costo zero, o quasi

Leoni marini, bye bye. Alle prime luci dell’alba, stamane, il mio posto letto a San Francisco si è materializzato sotto forma di una mail: There is one thing that is hard to find in the US and I’m a big fan off, the Spanish “El Almendro” brand Turron candy. If you come across some…
Un couchsurfer che in cambio di un posto letto mi chiede di portargli del torrone è perfetto: lo so, lo sento.
Lontano lontano, come un’eco confusa, per qualche istante ho sentito anche la voce di mio fratello sussurrare: Ma chi sono questi, ma com’è che dormi da gente che non conosci, ma che quartiere è quello lì, hanno ammazzato uno l’altro giorno, non si può giocare con la vita e qualche altra cosetta di questo tenore.
Non che abbia torto, ma la fiducia è esattamente l’elemento che fa la differenza quando decidi di fare couchsurfing, o di affittare casa tua a uno sconosciuto (cioè il modo con cui pago il biglietto per San Francisco), o di caricare la macchina di gente che non hai mai visto prima e scorazzarli in giro per l’Italia, e via discorrendo. Poi, nella fattispecie, c’è anche che questo giovane cresciuto al Cairo e goloso di torrone spagnolo che mi apre la porta di casa sua a San Francisco è anche un iper ingegnere con stipendio e Pdh – dottorato di ricerca – che io probabilmente nemmeno se mi reincarno 160 volte per espiare tutti i miei mali riesco ad arrivarci; e insomma, appena fuori dallo stereotipo il mondo rischia di essere molto meglio di come appare.
Quindi ho trascorso la mattinata a cercare di sistemare i dettagli: prima di arrivare dall’ingegnere originario del Cairo sono dal musicista originario dell’Ucraina – gli stranieri trapiantati sulla West Coast  sono incredibilmente ospitali- e prima di arrivare da lui sarà in Olanda da una ex consigliera comunale della città di Amsterdam, e prima ancora da superattivisti e da un regista a Colonia, in Germania. Anche solo a scrivermi i nomi e gli indirizzi e i mezzi di trasporto, e a capire dove vivono questi e quante persone devo incontrare in questo tour, ci ho messo qualche ora (metti mai che una pioggia magnetica annulla tutte le conssesioni wifi del mondo, io perdo le mail e finisco in treno in mezzo alla campagna tedesca senza sapere qual è il prossimo passaggio: rischio persino di perdere due etti per lo spavento).
Ovviamente i dettagli si moltiplicano come i pani e i pesci, quindi non sarà mai veramente pronta. Ma le tempeste solari non sono poi così frequenti. E decidere di affrontare un paio di continenti alla scoperta di quello che in Italia ancora (quasi) non esiste, peraltro spendendo meno che per una borsa di Luis Vuitton, deve per forza avere la sua dose di sana incoscienza.

Cercasi letto disperatamente

Da quattro giorni passo l’intera giornata a leggere profili di couchsurfer in giro per San Francisco e a decidere quelli a cui chiedere ospitalità nel mio prossimo viaggio.
Vantaggi: la sola idea che lì fuori c’è un mondo intero di persone strafighe disposto ad aprire casa propria per conoscere qualcun altro allevia le pene dell’umanità.
Svantaggi: tutti vogliono essere ospitati da persone strafighe disposte ad aprire la porta a sconosciuti che magari sono anche un filo più bravi di me a programmare le loro date; ergo: tutti quelli a cui ho scritto finora hanno già altri ospiti.
Iniziano a esserci ottime chance che finisca a dormire di fianco ai leoni marini sul Pier 39 coi turisti a lanciarmi acciughe.