La sharing economy è morta?

Negli ultimi 20 giorni ho ricevuto tre richieste su Airbnb che avrebbero potuto mettermi in tasca un bel po’ di soldi. La prima arrivava da un ragazzo che si stava trasferendo a Milano e voleva un posto per tre mesi: invece che trovarsi una stanza con studenti o prendere qualcosa di suo, cercava una soluzione sulla piattaforma. Poi è stata la volta di un professionista che doveva fermarsi 5 settimane, non aveva voglia di un albergo ed evidentemente si era mosso un po’ in ritardo: la richiesta di alloggio partiva già dal giorno successivo. Infine, mi ha scritto una tizia che aveva chiaro quando sarebbe arrivata – dopo una settimana – ma non quando se ne sarebbe andata: forse due mesi, magari tre.
Con irritazione crescente, e nonostante il ricavato sarebbe stato superiore al costo del mio affitto, a tutti ho risposto che non ero la persona per loro: nella casa pubblicata sul sito, infatti, io ci vivo, e non posso semplicemente andarmene per tre mesi, o da un momento all’altro. Airbnb per me funziona ancora con lo spirito con il quale è nato: utilizzare un’eventuale stanza in più per ricavarci qualcosa di quando in quando, oppure riempire la casa quando sono via per lavoro o per vacanza. Due, tre settimane all’anno.
Schermata 2015-09-22 alle 15.27.49

Tuttavia, l’aumento delle richieste di questo tipo certifica una cosa su cui si discute già da un po’ (purtroppo non nei luoghi che sarebbero deputati a farlo, ossia quelli che dovrebbero legiferare in merito): dopo aver sostituito gli alberghi, Airbnb e simili sono diventati (anche) un mercato prolifico per seconde o terze case, nonché per affittacamere improvvisati e bed and breakfast. Airbnb cioè non è più soltanto un modo intelligente per arrotondare i conti, ma un’alternativa a un mercato che già esiste ed è regolamentato rigidamente, come quello degli affitti di medio e lungo periodo. Con vantaggi evidenti: al posto delle tasse e delle spese dovute quando si affitta regolarmente, scegliendo un ospite online il guadagno è tutto netto, e tutto nero.
I problemi però sono altrettanto evidenti: non solo per gli effetti distorsivi sul mercato “primario” degli affitti, ma anche sulla natura stessa del servizio Airbnb e della famiglia cui appartiene, quella della sharing economy.

Non che la sharing economy abbia mai avuto una definizione chiara e univoca: esperienze e servizi molto diversi, nelle intenzioni e nei mezzi, come il baratto online e UberPop, sono assimilati in effetti soltanto dal fatto che sfuggono a definizioni precise. Tuttavia, il termine ombrello sharing economy – forse necessario a rendere il fenomeno mainstream – ha sempre portato con sé un certo numero di elementi: la sensibilità ambientale, la predisposizione per il riuso e contro gli sprechi, la volontà di creare interazioni, modelli e strutture dal basso, la redistribuzione economica (anche attraverso la disintermediazione), l’uso efficiente di risorse e competenze altrimenti non valorizzate. Il tutto con l’aiuto della tecnologia, che rende le relazioni immediate e le transazioni molto facili.
Di questo paniere di caratteristiche, nel nuovo modello Airbnb ne sopravvivono poche. E comunque stanno sfumando sullo sfondo. L’anno scorso il sito ha anche introdotto una funzione “Prenota immediatamente”, che serve a evitare di dover chiedere preventivamente al proprietario se la casa è disponibile: gli host che attivano la funzione, sostanzialmente, possono ricevere ospiti anche con un preavviso di un’ora. Bisogna esplicitare che quasi certamente se ti puoi permettere di affittare un appartamento da un’ora all’altra non è quello in cui vivi?
Negli Stati Uniti – dove Uber pop, che lì si chiama Uber X, va alla grande – un tribunale della California ha stabilito un precedente importante, accogliendo la richiesta di un autista che guidava parecchie ore al giorno e chiedeva di essere inquadrato come un dipendente della società.
Le cose sono in realtà più complesse di come appaiono (gli autisti scelgono loro se e quando guidare: un dipendente se lo può permettere?), ma portano a una definizione nuova: molti dei campioni della (fu) sharing economy, oggi sono semplicemente campioni della on demand economy. Fanno parte di un nuovo set di servizi che permette di trovare immediatamente quello che serve, normalmente su una App, rivolgendosi perlopiù a privati (le società fanno solo da intermediazione): puoi prenotare una macchina, una casa, una babysitter (Le Cicogne) o persino qualche ora di tempo di qualcuno perché ti faccia le commissioni (Task Rabbit), con quattro o cinque clic. Servizi che funzionano magnificamente, spesso; ma che della collaborazione e condivisione come motore di sviluppo, umano ed economico, conservano poco.
Signfica dunque che la sharing economy è morta? No, affatto.
Ma c’è stato uno spostamento, io credo.
Non perché, come qualcuno dice, alcuni dei suoi esponenti più famosi abbiano trovato delle formule magiche per fare soldi.
L’idea che l’economia collaborativa avrebbe infine sovvertito il capitalismo è sempre stata estremamente naïve: tutt’al più si tratta di cambiarne alcuni meccanismi, il che è peraltro assolutamente necessario alla sua (e nostra) preservazione. In questo senso l’esempio perfetto è BlaBlaCar: chi mai potrebbe dire che un servizio che consente di togliere macchine dalle strade, inquinare meno, spendere meno e socializzare non risponda alle caratteristiche della sharing economy?
Il punto dirimente di ciò che si definisce sharing, o collaborativo, è invece il coinvolgimento dei singoli, la natura del contributo che loro si chiede, la capacità di ridefinire dei modelli socio-economici.
Ho in mente tre esempi che magari aiutano a chiarire le cose. Il primo è Oxway, la piattaforma dell’intelligenza collettiva nata in Italia. Su Oxway aziende, istituzioni, enti possono pubblicare dei challenge, delle sfide, chiedendo agli utenti di aiutare a risolverli. Il sottotesto è che molte persone, con background diversi, apportano idee più fresche e più nuove di poche persone “monoconcentrate”, e magari vincolate a schemi, procedure, rapporti.
Il Milano Film Festival, per esempio, ha chiesto suggerimenti su come rinnovare la propria organizzazione: chi partecipava al challenge riceveva un premio di qualche tipo (in stile Kickstarter), e chi aveva portato le idee migliori veniva invitato a sedere nella giuria del Festival.
TimeRepublik, di cui qui abbiamo già parlato, è una banca del tempo digitale: ci si iscrive elencando le proprie competenze, ossia l’aiuto che si potrebbe dare agli altri. Man mano che si fanno cose per altri il proprio borsellino virtuale di minuti va riempiendosi, e quel capitale accumulato si può usare per “pagare” altre cose. Io, per esempio, do una mano con le traduzioni in inglese e leggo testi di aspiranti scrittori; il tempo guadagnato l’ho speso invece in modo concretissimo: per “pagare” una persona che è venuta ad aggiustarmi il forno e altri che mi fanno dei massaggi alla schiena.
Il terzo esempio, infine, è Sherwood, una piattaforma appena nata in cui si può prendere a noleggio da altri materiale per escursioni, campeggio e gite: dalle tende alle bici. Magari cercandola direttamente nel luogo di destinazione, così è più comodo.
Questo per quello che riguarda il ricco mondo digitale. Esistono poi decine di esprimenti non digitali, forse ancora più numerosi e di successo. Si parte dalle Social Street (quella di via Fondazza è finita sul NyTimes di recente) e si arriva alle associazioni di cittadini che rimettono mano al verde pubblico abbandonato; ci sono gli esperimenti di amministrazione collettiva del bene pubblico e i privati che si reinventano guide turistiche o chef nel tempo libero, con progetti artigianali.

Avranno successo? Chissà. Non è detto che tutte le idee decollino, o che si creino colossi à la Airbnb. Ma questo non ha per forza a che vedere con la vita o la morte della sharing economy.
Piuttosto ha a che vedere con il tasso naturale di mortalità delle start up (altissimo), la fortuna, la bontà dell’idee, gli investimenti su piattaforme tecnologiche facili da usare e immediate, il sapersi proporre nel modo giusto e la cultura “umana” in cui ci si propone. Nell’unico sito di scambio oggetti italiano si offrono in permuta servizi da caffè del Mesozoico e immaginette della Madonna: chi si sorprende che non vadano via come il pane? Nel corrispettivo americano (Yerdle), che ha subito stretto una partnership con un po’ di aziende per fornire loro una specie di mercato dell’usato, si trovano iPad semi nuovi.
Quando gli italiani saranno disposti a barattare cose proprie che loro realmente hanno desiderato, allora magari questi siti di scambio decolleranno.
Anche in America d’altronde molti siti sono falliti; ma, appunto, è fisiologico. Stiamo parlando di una cultura del cambiamento: non arriva nottetempo, va costruita, va resa facile, deve rispondere a esigenze reali.
Airbnb ha sfondato anche perché raccoglieva l’esigenza della due parti, e poi ha saputo costruire una narrazione sopra al tema “condivisione”, aiutando a sdoganare il tema della fiducia e dell’apertura all’altro.
L’errore, dal mio punto di vista, è stato poi diventare soltanto un business. Un errore al quale peraltro si potrebbe rimediare: se il governo fissasse dei paletti per Airbnb, come hanno fatto ad Amsterdam e a San Francisco indicando un numero massimo di giorni in cui si può affittare, la piattaforma non potrebbe più essere un mercato secondario poco pulito. Non tornerebbe automaticamente “sharing”, ma quantomeno si indicherebbe la strada. Anche a beneficio di altre piattaforme.

Update (25 settembre 2015): Il 21 settembre, la Lombardia è stata la prima regione italiana a stabilire di fatto la legalità dell’home sharing (Airbnb e soci). Anche se non penso che sia legge migliore del mondo, e anche se ci sono parecchie cose ancora da stabilire, il primo passo è fatto. E questa è un’ottima notizia.
Mi sono soffermata a leggere i comunicati con cui Airbnb annuncia ai suoi membri i cambiamenti (qui, per esempio) e, dopo aver elencato tutte le cose che non vanno, credo che sia giusto invece sottolineare il tono di cooperazione con le autorità che la piattaforma ha sempre tenuto, a differenza di Uber.

Il che restituisce un concetto già espresso più volte, e sempre più importante: per conservare la sharing economy, e ampliarne le possibilità, il pallino è nelle mani dei governi, cui tocca stabilire le regole e i paletti, a beneficio dell’intera collettività.