Come ti centrifugo le spese

Storie del nuovo corso. Quello in cui un medico illuminato mi ha spiegato che il glutine è veleno e i latticini mi hanno ammazzato il metabolismo e affaticato il fegato, e prima che la me stessa sorridente che vi guarda da queste pagine scompaia in una maschera avvizzita, sarà bene che smetta di mangiare l’uno e gli altri.

Il medico illuminato stava ancora parlando che già nella mia mente scorrevano sottotitoli di cui è meglio non riferire, brioche al profumo di albicocca andavano in dissolvenza su una valle di lacrime e boccali di birra sfumavano mestamente in cieli tempestosi: un futuro orribile.
Ho trascorso il primo giorno quasi a digiuno: tutto quello che avrei ingurgitato in un giorno normale, infatti, di colpo era proibito. Il secondo ho setacciato il reparto glutine free del supermercato in cerca di idee; ne sono uscita con due pacchi di biscotti e delle gallette di riso, sufficienti almeno a un sostentamento base.
Il terzo ho studiato l’intero menù del giapponese per capire cosa fosse consentito e cosa proibito; e via così, travolta da una pigrizia che mi teneva lontana anche da tutto quello che invece avrei potuto mangiare, per l’intera settimana.

All’alba dell’ottavo giorno, mentre la pelle iniziava davvero ad avvizzirsi, ho capito che se avessi voluto sopravvivere alla rivoluzione alimentare avrei dovuto impegnarmi.
Ci avevo pensato a lungo, e nella mia testa la salvezza aveva la forma di una centrifuga, uno di quegli accessori con cui si producono i succhi (o i frullati) di carote, mele, pomodori, sedani e zucchine che nei bar vendono allo stesso prezzo dello champagne.
Volevo regalarmi quella dose di buon umore – un mix tra il mangiare bene, il sentirsi salutisti e la sensazione di fare qualcosa per sé  – che normalmente pago a caro prezzo sotto casa, e che avrebbe potuto restituire colore alla mia dieta diventata improvvisamente ocra come le gallette di mais.
Data la mia scarsa attitudine in cucina, tuttavia, spendere un paio di centinaia di euro per l’oggetto non sarebbe stato saggio: il 90% degli utensili sui miei scaffali sono durati il tempo di una dieta passeggera (e, ça va sans dire, i miei tentativi di dieta non si contano).
Quantomeno dovevo verificare se la macchina era facile da usare o se le complicazioni ingegneristiche del pulire-smontare-rimontare avrebbero inibito qualsiasi utilizzo successivo al primo.

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Loc Loc, dunque. E cioè il noleggio tra privati: al posto di comprare una centrifuga, sono entrata sul sito in cui la gente offre agli altri i propri oggetti e ho cercato qualcuno che ne avesse una. Le mie speranze di trovarla, per essere onesti, non erano altissime: mentre scorrevo l’elenco di idropulitrici, vaporetti (tra cui uno mio: almeno che me l’affitti qualcuno, visto che l’ho acquistato e mai utilizzato), flessibili e altre amenità del bricolage, temevo che la centrifuga fosse una richiesta troppo banale per l’esercito di umani dediti ai piaceri del fai da te.
Ma mi sbagliavo. Perché Dario ne aveva una. E me l’avrebbe concessa per 6 euro al giorno (non proprio pochissimo, a dire il vero: ma in definitiva quanto un bicchiere di concentrato di carota nei bar dei Navigli).

Gli ho mandato una mail, mi ha risposto dandomi il suo numero, ci siamo accordati e sono andata a ritirare l’arnese. Mi ha spiegato come funziona, mi ha pregato di lavare tutto e dato qualche consiglio di utilizzo; poi ho infilato la preziosa centrifuga in un sacco e mi sono catapultata a casa, dove ho rapidamente estratto dal frigo ogni vegetale in mio possesso per renderlo succo di frutta.
Per far fruttare i miei 6 euro di noleggio contavo di fare una decina di litri di centrifughe da mettere in frigo e consumare nella settimana. Ma, come avrebbe capito chiunque più saggio di me, non avevo fatto i conti con la realtà: dopo i primi tre bicchieri di succhi, sapevo che non avrei mai retto. La pulizia della macchina, il monta-rimonta i filtri, svuota il porta bucce e metti subito in acqua così non si rovina mi stava mettendo in terribile agitazione.

Ho ridimensionato il programma, limitandomi a una cena a base di natura centrifugata. Poi ho rimesso la macchina nel suo sacco, appagata della mia saggezza.
Penso che sia stato il mio record negativo di tenuta: meno di un’ora di utilizzo di una cosa per cui ero stata entusiasta fino a mezz’ora prima.
Da un altro punto di vista, mi sono consolata pensando che sto diventando sempre più rapida a capire quando un oggetto proprio non fa per me. E se lo capisci prima di averlo comprato, tutto sommato puoi fregiarti del titolo di ragazza responsabile.

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