Airbnb in Lombardia: la prima legge sull’home sharing

Alla fine arrivò. Dopo Expo, anche se doveva nascere per facilitare l’ospitalità durante i giorni dell’esposizione universale. Ma comunque prima di qualsiasi altra regione italiana: è stata pubblicata il 1 ottobre sul bollettino ufficiale (Burl). La regione Lombardia ha steso la nuova legge del Turismo che inquadra anche i fenomeni dell’home sharing, cioè la possibilità di noleggiare casa propria per qualche giorno; Airbnb, come successo in altri Paesi del mondo, è stata coinvolta nella discussione e nella stesura delle regole.
La legge, per intenderci, è la stessa aspramente criticata perché penalizza gli albergatori che ospitano i migranti, ma qui ci limiteremo a parlare delle norme che regolano Airbnb e affini, tecnicamente e per quanto possibile finora.
HOME SHARING LEGALE. I punti fermi infatti sono tre o quattro, di cui il primo fondamentale: affittare temporaneamente la propria casa (ma anche un secondo immobile di cui si dispone, e persino un terzo) diventa legale. Nel testo, voleste mai leggerlo, si inserisce dunque la categoria dell’ospitalità non professionale: cioè noi che ci infiliamo un americano in casa quando siamo a Cuba, per dire.
Prima conseguenza: archiviamo felicemente le menate dei vicini che chiamano l’amministratore comunale perché «questo palazzo non è un albergo»,  visto che la legge è dalla nostra.
NON C’È (ANCORA) UNA DURATA. La formula, tuttavia, è oggi molto (troppo) generica: nessuno ha stabilito quanto duri il temporaneamente, né lo si farà con i decreti attuativi che devono ancora essere scritti. Semplicemente, dalle consuetudini (e dalle proteste, s’immagina) si determinerà la durata del “temporaneamente” (30 giorni? 60?), aprendo a successive modifiche della legge.
«In questo momento “storico” non ci si poteva spingere troppo in là con i dettagli, l’importante era stabilire una prima cornice normativa. Volevamo ottenere che la legge fosse aggiornata e l’abbiamo ottenuto», mi ha detto Matteo Stifanelli, il numero uno di Airbnb in Italia, con una certa soddisfazione.
OBBLIGO DI COMUNICAZIONE ALLE ISTITUZIONI. Il secondo punto è che sarà necessario comunicare al ministero dell’Interno (cioè alla questura) chi sono gli ospiti che arrivano; in teoria, l’obbligo esiste da sempre e per chiunque: se ti metti qualcuno in casa, lo devi dire allo Stato. Nella pratica non lo ha mai fatto quasi nessuno, spesso non lo fanno nemmeno i padroni di casa quando affittano per lungo periodo.
Dal Comune di Milano hanno fatto sapere che anche loro vogliono conoscere i nomi: quindi bisognerà dire chi sono gli ospiti a entrambe le istituzioni. Il come farlo è un punto cruciale: al momento, esistono delle pagine web per queste segnalazioni, ma funzionano solo per gli albergatori e similia. Come consentire ai non professionisti di comunicare i nomi degli ospiti senza perdersi in burocrazia non è chiaro. Airbnb sta lavorando per trovare una soluzione con la Regione: un’idea è consentire l’accesso a quella pagina web anche ai non professionisti (cioè ai suoi host), l’altra è creare una pagina ad hoc, magari linkata direttamente alla piattaforma o ben evidente nei siti di Comune e Regione. «Stiamo studiando le opzioni, la Regione si è impegnata a fare  un modulo facile, compilabile in pochi istanti dal web», mi ha garantito Stiffanelli.
PAGAMENTO TASSA DI SOGGIORNO. Una volta che l’home sharing esce dalla zona grigia, arriva con sé anche l’obbligo di pagare la tassa di soggiorno per i clienti (il che, dal mio punto di vista, è un’ottima notizia, come spiego in Mi fido di te). Se non sapete di cosa si tratta, calma e gesso: nel peggiore dei casi arriva a 5 euro, e in linea di massima sta sotto i 3. Nulla che distruggerà l’economicità di Airbnb, ma un considerevole gettito per una città come Milano, che magari con quei soldi potrà articolare nuovi servizi assai necessari.
In altre città del mondo – Parigi su tutte – Airbnb funziona come sostituto d’imposta: raccoglie cioè i soldi direttamente dai clienti, inserendo la voce “tassa di soggiorno” nel costo per la casa, e poi gira i soldi alle istituzioni. In Lombardia non è ancora chiaro come funzionerà, ma evidentemente si dovrà trovare una soluzione simile, altrimenti i soldi andranno persi: chi va a pagare una tassa che non sa nemmeno come pagare?
SI PARTE ENTRO FINE ANNO. Se in questo momento siete in Lombardia e avete un account su Airbnb il tutto può sembrare fantascienza: al momento sul sito non è cambiato nulla, né per chi è ospite né per chi affitta. I cambiamenti dovrebbero essere operativi entro fine anno, e Airbnb manderà certamente informazioni ai suoi iscritti con i dettagli.
Se tutto va bene, altri posti seguiranno. Il Turismo in Italia è una materia regolata da leggi regionali, e quindi bisogna trattare con ogni regione separatamente. Non tutti i consigli sono ugualmente aperti e disponibili. «In Toscana siamo a buon punto: Firenze vorrebbe fare come Milano. Anche a Venezia abbiamo già parlato con numerosi assessori, ora tocca aprire il dibattito con la Regione», mi ha detto Stiffanelli. Il posto più incasinato, come spesso succede, è Roma: «Stiamo lavorando sul Lazio; A Roma sono cambiati tre assessori al turismo nel giro di pochissimo, ma il nuovo assessore pare avere vedute più ampie».
BISOGNA PAGARE LE TASSE. Non detto, ma esplicito, è che con la nuova legge arriverà anche l’obbligo di pagare le tasse sul reddito prodotto: una volta che si ammette di aver affittato casa a qualcuno, è più probabile che l’erario vada a suonare il campanello a coloro che non dichiarano i proventi. Airbnb, tuttavia, garantisce che non farà da delatore: «Non ci sarà alcuno scambio di dati con comune e regione, tanto è già tutto visibile. Ma è ovvio che i singoli devono prendersi la responsabilità di dare al fisco quando dovuto».
In compenso, ora che finalmente c’è una legge, ci potranno essere iniziative congiunte: magari, chissà, anche in favore di senzatetto e migranti.