My Foody e le navi rompighiaccio della sharing

Ci sono in giro due tipi di idee: quelle che vorresti averle avute tu, e quelle che vorresti averle avute tu ma sono talmente buone che va bene anche se le ha avute un altro. My Foody, per me, rientra nella seconda categoria.
Funziona così. Gli inventori della piattaforma stringono accordi con negozi e supermercati affinché, al posto di finire nella spazzatura, i prodotti in scadenza vadano sul loro sito internet, a prezzo scontato: ogni utente può quindi controllare cosa c’è a disposizione nella propria zona, verificare il prezzo, pre-ordinarlo e poi passarlo a ritirare in negozio.

 

 

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Il sito è ancora in Beta: significa che si tratta di un esperimento, per vedere come reagiscono la gente e il mercato. La sola città coinvolta (in questa fase) è Milano, ma nell’arco di un paio di settimane già c’è stato un incremento significativo dei prodotti: la prima volta che ho controllato potevo scegliere se acquistare una birra belga o una birra belga o una birra belga, e in effetti ho scelto una birra belga, anche se non risulta che i dietologi la consiglino come elemento nutritivo per stare in forma nel caldo torrido meneghino. Oggi c’è già un po’ di tutto, inclusi beni “primari”, come pasta, yogurt, mozzarelle e formaggi vari, scontati circa del 30%.
Ovviamente, non è detto che quel 30% sia sufficiente come motivazione per partire e andare magari dall’altra parte della città a fare la spesa: perché le piattaforme funzionino, devono stimolare sul piano umano (sostenibilità, agire contro gli sprechi, redistribuzione delle risorse) ma anche consentire un risparmio reale. È il segreto del foodsharing tedesco: costruire la comunità per avere, attraverso un coinvolgimento sempre più ampio e attivo, vantaggi economici stupefacenti.
E tuttavia, perché si risparmi sul serio, bisogna che siano sempre di più i supermercati a fare accordi con la piattaforma, e sempre più i cittadini che la utilizzano. In poche parole,  l’offerta deve essere così abbondante da diventare un’alternativa o quantomeno un punto di riferimento: prima di andare a fare la spesa, guardo su MyFoody cosa c’è che potrebbe farmi comodo, perché già so che almeno una parte consistente di quello è sulla mia lista si trova lì.
Come raggiungere questa condizione è il dilemma su cui si arrovellano i cosiddetti consulenti della sharing economy – che ieri erano i consulenti della new economy, e prima della net economy, e prima dell’economia e basta – e soprattutto quelli che l’idea ce l’hanno avuta, ma magari non hanno i capitali per spingere la piattaforma fino a farla diventare virale. Se ci sono i soldi è più facile (ma comunque tutt’altro che scontato). Prendete  Airbnb e Blablacar: oggi cercare una casa in affitto o un passaggio condiviso è un’operazione del tutto abituale e lo è diventata perché le due società hanno investito decine di migliaia di dollari (centinaia di migliaia, spesso), nel creare una comunità.
Cosa c’entra con My Foody e le buone idee che avresti voluto avercele tu ma son così buone che va bene lo stesso?
C’entra che per spingerle bisogna contare su una piccola avanguardia, che si senta fiera di esserlo: come se si trattasse di navi rompighiaccio, che aprono la strada per altri. Vale per My Foody e per le altre molte buone idee che girano di questi tempi e hanno bisogno di chi le sposi e le sostenga. All’inizio si fatica, con la speranza che ne valga la pena. Give change a chance. 

Piacere Milano (Expo sano in turismo collaborativo)

È la seconda volta in poco tempo che mi tocca scrivere bene di questa città: non fateci l’abitudine. Ma  Piacere, Milano si merita lo strappo alla regola.
L’idea è così semplice ed efficace che c’è da chiedersi perché non sia stata messa in pratica prima, come d’altronde capita quasi sempre in questi casi (ho una risposta più che verosimile: la città è talmente non attrezzata per l’Expo, e le infrastrutture così indietro, che affidarsi ai cittadini e alla loro disponibilità è rimasta l’unica risorsa per non far fallire il progetto).
Sostanzialmente Piacere, Milano funziona così: utilizzando la piattaforma, ogni milanese o presunto tale potrà invitare a casa propria a cena un turista arrivato per l’esposizione universale o potrà offrirsi come guida turistica per mostrargli la città. Locali e stranieri devono registrarsi (a 48 ore dal lancio ci sono già 148 potenziali ospiti, inclusa me naturalmente) e poi aggiungere informazioni su di sé, sui propri gusti e via discorrendo, per consentire di accoppiare persone simili tra loro, o potenzialmente interessate le une alle altre.

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L’obiettivo del progetto, infatti, è unicamente il piacere della condivisione: non ci sono soldi in ballo. Non se ne ricevono per cena, né per gli itinerari proposti: e non è un caso che i percorsi di scoperta della città promossi finora sul web siano già quasi tutti esauriti.
La fame di contatti oltre i Piuttosto che, ti aggiorno, bella lì, il bisogno tremendo di superare i cocktail a nove euro serviti su superfici liscissime e bianchissime, l’urgenza di ridare un senso alla città che non sia quello dei trend setter in cerca di vetrine può trovare in Piacere, Milano il proprio sfogo.
Un problema, e grosso, però c’è. Alla voce “Il progetto“, tra gli obiettivi, sul sito si legge: «Realizzare un progetto partecipato in grado di coinvolgere i cittadini e di offrigli un ruolo da protagonista in occasione di Expo 2015».
Perché un comune abbastanza virtuoso da puntare sul turismo collaborativo non riesce ad affidare i testi a qualcuno sufficientemente letterato da scrivere “offrire loro” e non “offrirgli”?
Non son mica dettagli da niente.

Il conto è un optional (Sharing people #2)

Il concetto è talmente semplice da essere poco credibile: si entra in un bar, si ordina quello che si vuole e al momento di saldare il conto si lascia quanto si crede, un contributo ritenuto adeguato, al menù o alle proprie tasche. Di posti così in Inghilterra ne esistono già 30, felice invenzione di Adam Smith che, a dispetto del nome, è un 29enne che non crede affatto al magico potere della mano che autoregola il mercato. Anzi. 

Questo Adam Smith, originario di Leeds, in Gran Bretagna, crede invece nel potere autoregolante della condivisione, della lotta allo spreco e della redistribuzione: una fede grazie alla quale nel 2013 ha inaugurato the Real Junk Food Project e aperto il primo Real junk food Cafè. Un posto nel quale persino il junk food torna ad avere una sua nobiltà: vero cibo spazzatura, recuperato cioè da quello che che normalmente viene buttato via, ancorché buono e perfettamente edibile, da supermercati, negozi, ristoranti eccetera (se per caso vi siete persi quanto cavolo è, e quanto è facile recuperarlo, leggete come ho fatto a Colonia).

Smith (e le decine di persone che in poco più di un anno hanno seguito il suo esempio) cucinano e propongono unicamente piatti ottenuti con cibo di scarto (ma assolutamente commestibile) e si possono quindi permettere di chiedere ai clienti di pagare as you feel, come si sentono: c’è chi può lasciare poco o nulla e chi versa anche più del dovuto, in onore di un contributo morale al progetto. In dieci mesi hanno complessivamente recuperato circa 50 tonnellate di cibo e servito 20 mila pasti. Va da sé che per contribuire non bisogna per forza possedere un supermercato: cittadini comuni si presentano ai Real junk food cafè (qui una mappa: ce ne sono anche fuori dall’Inghilterra, ma purtroppo ancora nessuno in Italia) con quello che avanza nelle loro dispense, allungando la vita a frutta, verdura, carne e latticini pronti a volare nella pattumiera. 

Resta la questione dell’affitto: quello che entra in cassa basta a coprire le spese? Dipende. Ma Smith, come racconta questo articolo dell’Independent, ha avviato un crowdfunfing per comprare le mura del primo Real junk food Cafè che ha aperto. Servono 130 mila sterline e se riuscisse a raccoglierle avrebbe veramente dimostrato come è possibile sovvertire un modello economico che per decenni sembrava essere l’unico possibile: l’importanza di chiamarsi Adam Smith, 250 anni dopo. 

Fish you were here

Il giorno che abbiamo iniziato a fare il menù stavamo bevendo un paio di Martini prima di cena: il momento migliore per i progetti gloriosi. Naturalmente a stomaco vuoto, salvo l’oliva: puristi. E infatti minuti dopo la fine del primo cocktail già ci stavamo arrovellando con una questione vitale: apriamo la cena con un Pimms o con un Moscow Mule?
La cena in questione è un esperimento di cosiddetto social eating, che in italiano andrebbe tradotto con mangiare in compagnia anche se si perde qualcosa senza quel social. Perché sì mangi con sconosciuti, ma sono loro che arrivano a casa tua e sei tu a preparare per loro: poi loro ti pagano anche, ma ho la sensazione che se ti metti  a farlo con la stesso entusiasmo che c’abbiamo messo io e Renatino forse è già un miracolo se non ci perdi un qualche deca.
Quindi eravamo lì, rotti nel dubbio tra quale cocktail servire per scaldare la serata. Nell’impossibilità di una valutazione di merito – ai miei occhi il Mulo ha un vantaggio inarrivabile: è così secco e refrigerante da illudermi sempre di avere un impatto calorico pari a zero – abbiamo lasciato la valutazione al meteo. E convenuto che in questo autunno da Gotham city ci volesse qualcosa che portasse un po’ di colore in tavolo. «Il Pims mette allegria», ha sancito Renato, e il primo dubbio se n’era andato.
Sull’antipasto non c’erano indugi: i moscardini del prete Renato li ha fatti anche per i video di cucina del Corriere, non potevano che essere il nostro piatto forte.  Sul primo si è prospettato un secondo dilemma: abbracciare le nostre origini meridionali – spaghetti pesce spada, melanzane e mentuccia – oppure un classico della tradizione quale vongole e bottarga?
Il martini ha prodotto elucubrazioni multiple. Spada, melanzane e mentuccia avevano certo il loro appeal sugli italiani, ma siccome avremmo auspicato ospiti internazionali vongole e bottarga avrebbero sancito naturalmente la supremazia culinaria del Paese (appunti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze nazionaliste di un vodkamartini). Anche ammesso di avere una tavolata mista, se per caso le vongole avessero trattenuto la sabbia? Tini ha dissipato la questione con «Le filtriamo con uno straccio», e a quel punto la questione virava sui soldi: contando che c’erano da aggiungere parecchie bottiglie di vino, le orate del secondo e la torta al cioccolato, se fossimo stati al ristorante avremmo dovuto fissare un prezzo a 50 euro a capa per non andarci sotto.  Ma a noi dei soldi non importa nulla: in martini veritas.
Dunque vongole e bottarga.
Alla fine il menù era lungo come un mezzo papiro e mentre lo postavo su un sito di social eating mi chiedevo se qualcuno avrebbe avuto il coraggio di leggerlo fino in fondo senza ritenerci megalomani. Evidentemente sì, visto che siamo andati in overbooking.
Non è restato che prendere ferie per cucinare tutto. E scegliere la musica con cui accogliere gli ospiti. Poi, certo, c’è il trascurabile problema che non abbiamo più di sei piatti uguali e nel forno ci sta un’orata alla volta, ma siamo ragazzi fantasiosi.

Kitchen stories

Ho tirato fuori dal frigo largo quanto un armadio un sedicente roastbeef, ripiegato in fettine perfettamente regolari, gelatinose ai confini della plastica, divise con fogli oleosi, chiuse dentro un sacchetto di plastica a sua volta chiuso dentro una scatola di plastica; e poi un pezzo di feta pulito, avvolto in banale carta da formaggi.
Affiancati sul tavolo sembravano un’opera d’arte di Duchamp: la dispensa di Star Treck e il nudo alimento. Me ne sarei quasi compiaciuta se il mio ospite e i suoi amici ingegneri informatici avessero accennato un sorriso di comprensione. Invece non hanno fatto una piega, e mi è stato subito chiaro che l’avvio del primo gruppo di lavoro Eat the difference non aveva colpito nel segno. So what?
Ma ero certa di poter ottenere maggiore coinvolgimento. Così, mi sono messa a spiegare so what, cosa c’era di così diverso tra le due proposte di cena (a parte il prezzo, ovviamente: vai in America a comprare in un supermercatino bio un pezzo di formaggio ed è più o meno come aver investito in un fondo pensione).

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Ho citato la freschezza: un roastbeef che scade dopo quattro mesi si è mai visto? E poi la quantità di plastica utilizzata nella confezione, il costo ambientale, sia per produrre sia per smaltire, l’insensatezza di avere un frigo pieno di scatole di plastica che diventeranno rifiuti nonché l’esigenza di promuovere il mercato dello scambio tra produttori locali, che specie qui a San Francisco è florido e sostenuto almeno in parte dalle istituzioni.
Il merito è dei ragazzi di Shareable, pionieri della cultura della condivisione e sostanzialmente gli unici rimasti in città a non averci fatto sopra i soldi. Mentre praticamente chiunque altro qui intorno si è trasformato in un consulente della sharing economy, cosa in sé non deprecabile ma talvolta parecchio lontana dallo spirito con cui movimento è nato, quelli di Shareable spingono tremendamente per mantenere l’economia della collaborazione un fenomeno fatto di persone più che di grandi aziende, uno strumento per migliorare la vita della gente e la qualità delle città. Hanno prodotto un vademecum per le shareable cities e molti dei mercatini che oggi riempiono il quartiere di Mission, ma anche molte delle iniziative di scambio pasti tra vicini e delle cucine condivise nell’area, sono merito loro.
E non è un compito facile, per almeno due ragioni. La prima è che da queste parti camminare tre isolati per andare al negozio di alimentari è considerato uno sforzo paragonabile alla maratona, specie quando le grandi catene ti portano a casa qualsiasi cosa ordini su Internet spendendo la metà.
La seconda è che ci sono talmente tanti soldi in circolo che se uno ha una buona idea per condividere alimenti genuini e meno nocivi, prima o poi fonderà una società per portare la pratica su larga scala ed esistono considerevoli probabilità che se l’idea è davvero buona un’immissione di capitali esterni trasformerà l’azienda in una multinazionale.
Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo in là. Quello che ho fatto agli ingegneri informatici, invece, almeno lì per lì è sembrato funzionare. Specie perché dopo ho cucinato pasta, feta e noci, che non sarà una pietanza da cucchiaio d’argento ma dove mangiano roast-beef liofilizzato fa sempre la sua certa figura.
Il mio ospite era così contento che ieri mattina mi ha svegliato chiedendomi se volevo una colazione italiana. Aveva comprato all’esotico mercatino sulla 22esima un tipo nuovo di salsiccia cruda e il fatto che fosse da cuocere e non precotta come tutto il resto la rendeva automaticamente italiana: sostanzialmente era la luganega che noi mangiamo il giorno di Pasquetta. Ho apprezzato lo sforzo: non fossero state le nove di mattina sarebbe stato meglio, ma non si può andare troppo per il sottile.

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C’è un pasto per te

L’unica ad aver consultato freneticamente le previsioni del meteo sono stata io, cercando disperatamente di evitare di indossare davvero un piumino il 31 di agosto; gli altri si sono semplicemente messi addosso una giacca a vento con cappuccio, in caso di pioggia (lo abbiamo capito vero perché i tedeschi, pur con tutte le loro rigidità, in certe cose sono davvero superiori?).
Alle dieci della mattina, sotto a un cielo scritturato per 50 sfumature di grigio, un gruppetto di esuberanti era già impegnato a costruire il gazebo, mentre i reduci dei primi giri del mattino nelle panetterie riversavano sui banchi cassette intere pieni di kraphen, torte, brioche e dolciumi vari.
A dispetto del clima plumbeo, Ehrenfeld, il quartiere sobborgo dall’architettura post industriale di Colonia, domenica celebrava la propria festa, e per inserirmi al meglio nel contesto i ragazzi del foodsharing mi hanno subito messo a pelare e tagliare cipolle. Alla venticinquesima ho provato a buttare lì Magari sono abbastanza, no?, ma Nein, nein, bisogna offrire una zuppa calda a tutti quelli che passano di qui, c’è da pelare per ore. Che figata.

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Il cibo di scarto raccolto tra sabato e domenica mattina è l’occasione per la comunità di mostrare davvero quanti alimenti si buttano via e quanto si può fare con un minimo impegno; oltre a quello che si raccoglie nei supermercati, le panetterie non lavorano domenica pomeriggio e alle 11 danno già via parecchie cose che sanno non venderanno: così alle 12 i tavoli erano talmente sommersi di dolci che abbiamo dovuto scrivere un cartello che spiegava che era tutto gratis, perché non sembrasse un negozietto.
Io non ho fatto mancare il mio contributo attivo, dando l’esempio ai passanti: una cipolla pelata, un pezzo di krapen; un’altra cipolla, una briosche; una terza cipolla, un pezzo di cheesecake.

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Alle tre, quando infine era pronto un liquido indefinibile nel quale galleggiavano (ovviamente) cipolle, rape, patate, pezzi di peperoni e fagiolini – la loro genialità nel recuperare il cibo e nel condividerlo è inversamente proporzionale alla capacità di cucinare – io avevo ingurgitato tanti di quei dolci da rischiare una crisi diabetica, e ho dovuto allontanarmi con solerzia dal banchetto prima che mi raggiungesse l’iperglicemia.
Il resto è stato vagare tra i banchetti di una comunità che sembra aver trovato se stessa attraverso lo scambio e le attività condivise; un po’ tipo la human library, in cui persone in carne e ossa si mettono a disposizione di altre per fornire testimonianze e raccontare loro la propria storia (per colpa delle cipolle da pelare mi sono persa le donne velate da capo a piedi ‘prese in prestito’ dai punkettoni); i garage privati aperti al pubblico per aggiustare le proprie bici e le strutture taken-given, box sempre aperti piazzati qui e là nella città dove ognuno può lasciare gli oggetti in buone condizioni che non desidera più e chiunque può passare a prendere quello che vuole.
Alle sette, dopo due ore di cammino, ero bagnata fradicia, con il piumino zuppo di acqua e i piedi congelati dentro alle scarpe di tela; pur di levarmi dalla strada mi sono offerta di riportare le stoviglie nella casa occupata da cui le avevamo prese in prestito, una specie di spazio autogestito da un collettivo di architetti con dentro più o meno qualsiasi cosa, da una vecchia Ford degli Anni 50 a orixas brasiliane a grandezza naturale.
Non so bene come, ma nella casa era in corso una specie di funerale africano, celebrazione della scomparsa di un membro della comunità con percussionisti, un banchetto sontuoso e balli spiritati di corpi piegati su loro stessi più di molle. Il racconto di come due minuti dopo ero già seduta a uno dei loro tavoli con in mano un piatto e una signora mastodontica a raccontarmi tutta la vicenda, però, ve lo risparmio per un’altra volta.
Intanto approdo ad Amsterdam per le 56 ore più intense di sempre.

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Qualcuno li chiama rifiuti

Nicole mi ha messo in mano un elenco di posti, la combinazione del lucchetto della bici e istruzioni minime: incontrerai qualcuno che ti aspetta fuori e lo riconoscerai perché avrà un grosso zaino.
Detta così, sembrava partissi per una rapina. Invece, era la cosa più vicina alla sensazione di cambiare il mondo che avesse mai fatto. E no, davvero, non è esagerato.
Funziona così: ogni giorno i foodsaver – una rete molto organizzata di decine di persone – visita supermercati, negozi e bar a ore prestabilite (con il management di ogni posto) e ottiene accesso alla roba che è appena scaduta o che sta per scadere ma non si può più vendere, alla frutta e alla verdura considerata non appetibile per il pubblico, al pane e ai dolci di giornata che però alle 4 del pomeriggio sono considerati vecchi e sono quindi destinati alla spazzatura. Si arriva in coppie, di solito, perché capita che ci siano anche parecchi chili di roba, si prende quella buona e si va via ringraziando. Poi si porta il tutto in posti di passaggio (tipo librerie, associazioni, persino case private) si fa una foto e si pubblica su Facebook, così la gente può anche sapere cosa c’è nei vari punti di raccolta e passa a prendere quello che vuole.
Avevo studiato i percorsi sul telefono, facendo uno screenshot di ogni strada per non perdermi – cosa che in effetti mi è riuscita fino a metà giornata, quando ho dovuto fermare una tizia con un iPhone in mano, chiederle di digitare il mio percorso e poi fare una foto al suo schermo, mentre lei stava per chiamare la neuro per portarmi via.

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Al mio primo appuntamento sembravo deficiente, seguivo rintronata dal sonno questa ragazzona tedesca iperenergica capace di schivare inservienti e clienti e di calarsi nelle intestina di un supermercato aprendo con due mosse di simil-karate tutte le cassette lasciate lì per la nostra ispezione. Io tiravo su una carota alla volta mentre lei aveva già riempito tre sacchetti di funghi decantando il fantastico rizoto che avrebbe cucinato la sera, contemporaneamente selezionando anche sedani e spinaci un po’ andati – ma non troppo – destinati ai criceti e gli altri animali domestici della collettività (li ha chiamati rats e, alle otto della mattina, il pensiero di case piene di ratti da alimentare non mi ha letteralmente esaltato).

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Il secondo posto era una panetteria ed è stato molto più facile: chili di pane e pretzel erano buttati alla rinfusa nelle cassette ed è bastato selezionare un minimo per riempire quattro o cinque buste. Problematica la fase di trasporto: sudata marcia, vestita con 65 strati perché un attimo piove, un attimo c’è il sole e si passa da 14 a 22 gradi in tre ore (persino loro dicono che non è mai successo prima e infatti dopo tre giorni ho già un po’ di febbre) con le buste che mi picchiavano contro i raggi della bici e i pensieri borghesi sull’utilità di una vespetta che si facevano largo nel cielo sereno dei buoni sentimenti ecologisti. Comunque, sibilando qualche parolaccia in italiano, sono arrivata a destinazione intera.

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All’altezza del terzo posto, 30 chilometri di bici dopo, ero sufficientemente familiare con il recupero cibo che mi sono buttata sulle ciambelle fritte senza pensarci due secondi, e prima di infilarle nello zaino ne ho mangiata una praticamente senza masticare, dando enorme soddisfazione ai tizi con cui ero lì (immagino che essere un’idrovora sia il miglior segno di aver interiorizzato il concetto del foodsaving).

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Poi mi sono sparata ancora tre bar e un supermercato e sono andata a consegnare l’ultima roba nel giardino di una coppia, un posto letteralmente pieno da scoppiare di gente che andava e veniva portando e portandosi via cibo, come fosse il parcheggio di un supermercato. Qualcuno aveva recuperato persino dei torteloni bolognese e per un secondo ho avuto la tentazione di spingere questo esperimento oltre l’immaginabile, cioè di prendermeli e di cucinarli a casa, ma mi è mancato il coraggio. Poco male: le ragazze che mi ospitano avevano preparato gnokki scaduti.
Le meraviglie dello sharing.

Foodsharing, mangia la differenza

E così sono infine arrivata a Colonia, dopo aver preso una metro, un treno, un aereo e un altro treno, il tutto a partire alle 6 della mattina e spendendo meno di 50 euro (di cui 12 dedicate al Malpensa express, giusto per fare le proporzioni).
Annika, una delle ragazze della casa in cui sono ospite, si è fatta trovare sul binario con in mano un cartello con su scritto il mio nome in puro stile Valtour, ma è bastato guardarci a distanza per capire che le due squinternate eravamo proprio noi.

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Mezz’ora dopo, eravamo sedute intorno al tavolo per uno spuntino di mezzogiorno a base di scarti. Yogurt, formaggi e frutta scaduti, in procinto di scadere o recuperati tra i rifiuti dei supermercati.
Nicole, un’altra delle ragazze della casa nonché iniziatrice del Foodsharing, mi ha mostrato le date di scadenze dei prodotti una a una, tanto più fiera quanto più erano lontane nel tempo, mentre io sbocconcellavo dell’uva resistendo alla tentazione borghese di chiedermi se fosse stata proprio ripescata da un cassonetto o se magari fosse semplicemente stata scartata dal reparto ortofrutta perché non abbastanza bella. La differenza è appunto soprattutto borghese, considerato che le statistiche dicono che il 50% del cibo prodotto annualmente viene buttato via senza essere consumato – per l’incuria di chi compra troppo e anche per via di qualche legge nata per tutelare la salute di tutti e finita per tutelare gli interessi di pochi.
Nicole ha smesso di fare la spesa da dieci mesi: mangia solo gli scarti che recupera la comunità del Foodsharing (una montagna di roba, a giudicare dai 12 tipi di sale che ci sono in casa).
Sono circa 6 mila membri in tutta la Germania e, dopo lunghe trattative, ogni giorno ricevono da magazzini e supermercati decine di chili di alimenti che i negozi non vogliono o non possono vendere nonostante siano ancora consumabili; caricano il tutto in zaini mostruosamente enormi e lo mettono a disposizione di chiunque, iscritto o meno al sito, spargendo gli alimenti tra molti punti di raccolta distribuiti un po’ dappertutto sul territorio cittadino.
Siccome a sentirlo dire già mi stavo esaltando, Annika mi ha portato a fare un giretto per mostrarmi tutto. Facciamo una passeggiata, dai. Passeggiata: dieci-chilometri-dieci a piedi per un totale di tre ore di cammino, con una sosta a vedere la Cattedrale (galattica), una per guardare le mini librerie per il book crossing a ogni angolo della strada e un’altra per mettermi in bocca del gelato, ché intorno al settimo chilometro iniziavo a dare segni di cedimento (ho infine capito perché quando avevo 14 anni mia madre si rifiutava di comprarmi le Converse dicendo che non sono scarpe per camminare: negoziante se ti riporto le Converse mi ridai indietro la schiena?).
Schiena e ginocchia da buttare a parte, tutto stupendo. Talmente tanto che i ragazzi hanno colto al balzo il mio entusiasmo e mi hanno iscritto per il ritiro cibo di domani: devo andare in dieci supermercati diversi dalle sei della mattina alle otto di sera. Dalle sei, sì. Ma stai attenta, che a quell’ora c’è ancora buio e la bici che ti abbiamo recuperato ha la luce rotta. Perfettissimo.