Tutto torna, quindi ci vediamo il 12

Insomma, avevo voglia di capire chi fossero quelli che abitano vicino a me che in dieci anni in questo quartiere non ho mai conosciuto. E poi ci sarebbe da parlare di condivisione: di idee, di vita, di nutrimenti. E poi c’è l’Expo, che in teoria di cibo deve trattare, se non metteranno tutti in galera prima che inizi. Quindi tutto torna: ci vediamo il 12 novembre alle 19.30 sulla Darsena, il Comune ci lascia usare gratuitamente il Darsena Center uno spazio creato per l’Expo; così diamo un nome a chi abita nel Distretto, ci beviamo degli Spritz autoprodotti e iniziamo a uscire dai bit per toccare gli atomi, come dicono quelli fighi.

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Sharing, le piattaforme fondamentali

Sei aerei, cinque case, tre nazioni e decine di divani dopo, sono di nuovo a Milano.
Quando sono arrivata la cassetta della posta sputava copie di Time  che avevo già letto dall’egiziano e la casa era piena dei segni di quelli che ci sono passati in queste settimane: due couchsurfer mi hanno anche lasciato una bottiglia di rum con un bigliettino di buoni cocktail, e non ho avuto il coraggio di rispondere loro che con quello che ho mangiato e bevuto negli States sarà bene che non veda un bicchiere fino all’Avvento (certo, questa è un po’ la lista dei buoni propositi, come se fosse il 1 gennaio: ne riparliamo fra due settimane).
Dunque è tempo di un bilancio stringato. Spesa totale per 21 giorni tra Germania, Olanda e Usa: 1.240 euro. Inclusi biglietti aerei (costo biglietti aerei 900 euro circa). La cosa è particolarmente incoraggiante perché i giorni in cui non ho vissuto di sharing ma mi sono infilata in motel e similia (incluso un ranch nella Death Valley, le cui condizioni igieniche erano tali da rendere preferibile non lavarsi per due giorni in pieno deserto) ho totalizzato praticamente la stessa spesa per due settimane di vagabondaggi in paesaggi lunari e marziani.
Diciamo che non potevo fare che così: i parchi naturali e i deserti sono mete turistiche in cui le possibilità dell’economia collaborativa (per esempio macchine in condivisione, biciclette, o entrate da dividere con sconosciuti, visto che il prezzo è settimanale ma pochi restano più di due giorni) sono ancora largamente ignorate. Dopodiché, c’entra in parte la pigrizia: la lezione numero uno è che vivere usando meno e meglio implica fare un po’ più di fatica che saltare sulla propria macchina e dormire in albergo.
La differenza però non è solo l’abisso che si spalanca davanti alla ricezione dell’estratto conto, bensì l’energia che resta addosso. Tra la comunità russa con cui ho fatto il cinema condiviso a San Francisco e quelli che a Los Angeles ci hanno affittato un bungalow degno di Welcome to the Jungle, per dire, c’è la stessa lontananza che intercorre tra persone che ricordi come amici e altre a cui auguri che lo Stato mandi un controllo tasse, solo come inizio.
Per importare un po’ di quella buona energia qui, vi faccio un riassuntino di qualche piattaforma internazionale alla quale sarebbe bene iscriversi – o, in alternativa, creare un sistema simile da noi, ma siccome ci vuole molto perché non iniziare condividendo il lavoro fatto da altri?

Peerby Prendi in prestito le cose di cui hai bisogno dai vicini. E’ anche un app da scaricare sul telefono e funziona splendidamente, a patto che ci sia un numero critico di utenti iscritti. Se anche solo metà del distretto Navigli la usasse, non dovrei mai più andare al supermercato alle 20 in pigiama a comprare  la pasta.

Share your meal  Cosa cucinano i tuoi vicini? Ancora meglio di non dover più andare al supermercato, se sapessi in tempo reale che qualcuno qui in zona cucina per sé una vera cena e non la pasta al pomodoro e tonno che rimedio io normalmente intorno alle 21.30, ogni sera ordinerei una porzione del loro banchetto. Rendendoli un po’ più ricchi (basta che stiate boni col burro, ché c’ho già il bacon da smaltire).

 Bewelcome La versione più integralista del couchsurfing. Lo so che l’idea di dare casa propria a degli sconosciuti fa venire la pelle d’oca. Ma credetemi, sono stata in casa di sconosciuti che mi hanno trattato benissimo, io ho trattato benissimo le loro cose e ora li considero amici. Aprirsi al mondo è un’esperienza che non può fare male. E d’altronde esistono sempre più sistemi per valutare la reputazione delle persone, di cui presto parleremo (convincete il vostro fidanzato: nella mia esperienza in Italia sono gli uomini i più restii, a parte due eccezioni nobili, Gabri e Mi Ki)

S-cambia cibo Il food sharing in Italia. Finora nessuna delle piattaforme che sono state create ha funzionato, per varie ragioni, a partire dalle condizioni poste (consentivano scambi solo agli indigenti, mentre se ho del cibo che sta per andare a male non importa chi lo mangi, purché non si butti via). Questa piattaforma è bella anche da vedere e funziona bene, con tanto di geolocalizzazione eccetera. Quando gli iscritti saranno tanti probabilmente si potranno organizzare anche dei punti di raccolta in giro per le città come quelli che ho visto a Colonia. Intanto, però, questo c’è. E se aprite il frigo scommetto quello che volete che il 70% di voi ha dentro qualcosa che sta per scadere e lascerà andare a male. Davvero, è uno sforzo minimo e cambia un sacco di cose. A partire dall’umore la mattina: sapere di avere fatto qualcosa di buono aiuta a sentirsi meglio anche quando piove, l’estate è finita e la gente guida da fare schifo.

Per tutto il resto, ovviamente, ci sono io. Fra poco anche autista su Uber e Letzgo.

 

S-cambia cibo!

Insomma, ero così entusiasta del Foodsharing dei tedeschi e non sapevo che a Bologna alcuni ragazzi – incluso alcuni che conosco bene – stavano sviluppando S-cambia cibo. Che, peraltro, è anche un nome azzecatissimo per quello che si porta dietro, in termini di consapevolezza alimentare.
La App è in fase beta ora, ma so per esperienza che queste cose funzionano se si ottiene la giusta massa critica: dunque iscrivetevi, su. IMG_0163.PNG