Migranti e sharing economy: soluzioni possibili

Leggevo stamane sul Corsera dello scontro tra Viminale e Regioni sulla questione migranti. Faccenda complessissima riassunta in una manciata di parole: i barconi continuano ad arrivare sulle coste del Sud; le strutture di accoglienza siciliane, calabresi e pugliesi sono piene che non ci può stare più nemmeno uno spillo; il ministero degli Interni chiede alle altre Regioni di farsi carico di un po’ di queste persone, ospitandole in centri già attrezzati o da attrezzare appositamente; le altre Regioni, specie se in aria di elezioni amministrative, rispondono che non se ne parla, con il record negativo e imbarazzante della Valle d’Aosta (regione a statuto speciale, dove ancora oggi benzina e autostrade costano meno, e le tasse si trattengono internamente in virtù di “isolamento e difficoltà territoriale” veri forse 60 anni fa) che si dice pronta ad accogliere una sola persona. Una, su 50 per cui si era fatta la richiesta.

Non voglio entrare nella dinamica politica di questa faccenda, né tantomeno nel populismo che rischia di travolgerla, su entrambi i campi semantici: il buonismo facile dell’accoglienza senza se e senza ma (ma a spese altrui); l’intolleranza verso il diverso, il nero, il povero, quello che deve tornarsene a casa sua perché qui non c’è lavoro nemmeno per noi.
Le migrazioni sono cosa seria, e noi italiani lo sappiamo meglio di altri perché siamo sbarcati in mezzo mondo, portandoci il bene e il male: i Soprano con il loro boss mafioso di origini italiane hanno solo rinforzato un’idea di lungo corso tra gli americani.
E’ certo vero che nella massa di gente che arriva oggi da noi possono esserci delinquenti (la strategia di ogni dittatore, prima di collassare, è aprire le galere per nuocere a chi arriverà dopo di lui), lazzaroni, estremisti, approfittatori. Ma è certamente vero anche che ci sono migliaia e migliaia di disperati: siriani in fuga dalla guerra, eritrei e sudanesi in fuga dalle persecuzioni, somali in fuga dagli islamisti, e molto altro ancora. Sono persone che magari attraversano a piedi mezzo continente, con in braccio i figli e pochi stracci, lasciandosi alle spalle tutto quello che hanno; persone che sanno di poter morire in ogni momento del percorso, che vengono spesso derubate e rinchiuse in galere prima di salire su un guscio di noce sovraffollato e malconcio, timonato da malavitosi aguzzini. Che, lo fanno, comunque, perché a casa loro è peggio: restarci significa morire.
(Ho scritto qualche pezzo raccontando le loro storie, negli ultimi anni, e se non sapete di cosa parlo, se non conoscete vicende e itinerari, magari può essere interessante andare a ripescarli per farsi un’idea almeno un po’ più informata della questione “migranti”: chi sono i siriani in stazione centrale a Milano; i viaggi, i costi e il traffico di persone dall’Africa alla Sicilia).

E dunque, mentre leggevo del rifiuto dei governatori regionali, stamane ho pensato a come tutta questa vicenda sia – o possa essere – strettamente legata alla sharing economy e alle pratiche collaborative. Per due ragioni. La prima è banalmente numerica: anche se i toni son sempre catastrofici ed emergenziali, da gennaio a oggi sono arrivate in Italia 22.979 persone (dati Corsera). Anche sommandole a quelle arrivate l’anno scorso e che ancora non abbiamo “smaltito”, che sono cioè ancora nei centri di accoglienza, il numero è risibile per un Paese da 60 milioni di abitanti. Non lo è però ovviamente se se ne fanno carico solo tre Regioni, poche strutture, fatiscenti, al collasso. Non lo è se queste persone vengono alternativamente tenute semi-prigioniere nei centri, in attesa di capire che farne e come smistarle, o fatte scappare di proposito pur di alleggerire la pressione e la fatica sui centri.
I numeri però dicono anche un’altra cosa: dicono che 60 milioni di persone (24 milioni e mezzo di famiglie) possono certamente fare qualcosa per altre 23 mila. Possono ospitarle e nutrirle; possono inserirle nell’ecosistema dei propri bisogni. Esempi sparsi: le donne possono dare una mano in casa, accudire bambini, preparare da mangiare, gli uomini possono fare lavori più pesanti, aiutare a riparare elettrodomestici e automobili (tra i siriani gli ingegneri sono moltissimi); tutti possono fare la coda in posta, ritirare pacchi e pacchetti, sbrigare faccende quotidiane.
Direte, giustamente, che nessuno si mette in casa uno sconosciuto, magari islamista o delinquente, vai a fidarti, come si fa a sapere. Rispondo che almeno in parte si può sapere: alcuni arrivano coi passaporti (i siriani e gli iracheni tutti, praticamente); altri arrivano da Paesi dove le minoranze sono perseguitate, e probabilmente agli operatori del settore basta un mese di osservazione all’interno dei primi centri accoglienza per capire chi hanno di fronte.

Tutto sommato, però, non c’è nemmeno bisogno di metterli in casa. Gli albergatori potrebbero accettare di dar loro una camera (quelle che sono vuote, quando sono vuote), in cambio di lavoro. E, soprattutto, i Comuni potrebbero utilizzare questa massa mostruosa di manodopera per fare alcune cose vitali: pulire muri, strade, raccogliere rifiuti dalle spiagge, servire alla mensa dei poveri, assistere gli anziani, solo per nominare le prime cose alla rinfusa. Ovviamente un ipotetico censimento di capacità e competenze aiuterebbe a impiegare meglio le risorse. In cambio, i Comuni potrebbero allestire qualche sala di accoglienza, se non hanno affiliazioni con ostelli e altri centri di ristoro.
Prevengo le obiezioni. Prima, soltanto in ordine di comparsa: e chi ha i mezzi per fare il censimento?
Perché non farlo fare ai migranti stessi? Una volta allestita la macchina, potrebbero essere loro stessi a essere reimpiegati anche in questa maniera, con l’aiuto degli operatori del settore. Sono certa, sicura, sicurissima che molti – non dico tutti, ma molti – farebbero qualsiasi cosa pur di sentirsi parte di una collettività e non un problema sociale e mondiale da risolvere con il metodo dell’invecchiamento dentro comodi blocchi di cemento.
Obiezione numero due: ci sono già gli italiani senza lavoro, perché dovremmo occuparci dei migranti al loro posto? Qui la risposta è abbastanza semplice: e allora perché non prendersela con le associazioni di volontariato? Con le au pair? Con le banche del tempo?
Siamo tutti d’accordo che l’assistenza e l’aiuto a chi ha bisogno è importante: e allora cosa importa se a dare assistenza agli anziani sono i migranti, in cambio di ospitalità? Se gli proponessimo di sistemare gratis le strade toglieremmo lavoro agli italiani? Dubito, piuttosto forse allungheremo la vita agli italiani, considerando che in mancanza di fondi statali per le piccole opere (scuole incluse) finora continuiamo a usare strade che sono colabrodo e soffitti che crollano in testa ai bambini.
Magari se spendessimo meno per alimentare e tenere i migranti dentro ai centri di detenzione – ed ecco la seconda ragione per cui ho pensato alla sharing economy – potremmo destinare quel denaro alla riparazione delle scuole.
Già sento i mormorii. Non sto dicendo che sia facile: sto dicendo che è possibile. Che vale la pena provarci: sarebbe certamente molto più dignitoso per tutti. Sarebbe anche estremamente e tremendamente umano, una contaminazione virtuosa di esperienze, afflati, sentimenti ed emozioni.
Tear down that wall, Miss Italy (chi riconosce la citazione prende 100 punti simpatia)