La combriccola del tetto di Milano

Ci sono almeno tre cose di cui vale la pena di parlare (quattro se si include me, e Mi fido di te, che siamo i pretesti).
La prima è la combriccola: quelli che sognano la biblioteca virtuale più grande del mondo e quelli che la fanno nel quartiere; quelli che hanno trasformato per sempre il nostro modo di spostarci vincendo paure ataviche e quelli che stanno provando a farlo in città, quelli che danno un senso alla frase “accesso al posto del possesso” e quelli che offrono le idee, gli spazi, i libri, le connessioni. Tutti insieme, per una volta, a raccontare di come hanno fatto e di cosa si può fare. Campandoci, ovviamente: ché – giova ricordarlo considerato che il rischio è apparire freakketoni naïve – tutto è business, ma anche nel business c’è quello meglio e quello peggio.

La seconda è la location: il tetto del SuperStudio di via Tortona, già emblema della Milano che non deve chiedere mai, tutta set fotografici (anzi, shooting) e agenzie e ristoranti vegan-bio-gluten free di bianco smaltati, riconvertiti nel terzo paradiso di Pistoletto dai ragazzi di NovaCivitas. Un posto da esportazione: nella Milano meno smaltata, va da sé.

Poi c’è Adriano Solidoro, che il giorno in cui l’ho tirato su con Blablacar non avrei potuto immaginare dotato di pensieri così brillanti, cervello così funzionante, acume così disinvolto. E’ un docente universitario (e questo da solo forse basterebbe a smentire alcuni miti sulla sharing economy appannaggio di ragazzini che cercano di risparmiare), si occupa di sociologia del lavoro, innovazione e formazione e sviluppo: tutte cose che a metterle in fila così pensi a un parruccone noioso e plasticoso, ma è colpa di come in Italia le parole si usano spesso a vanvera svuotandole di senso e rimandando invece a luoghi comuni e stereotipi.
Adriano, comunque, fa da moderatore alla serata.

Infine ci sono io, questo libricino che ho scritto, un po’ di pensieri sulla sharing economy, sui cittadini, sui consumatori, sulle relazioni e sulle imprese, che poi riporteremo anche qui sopra. L’intento è sfondare il tetto di vetro, uscire dal recinto. Quando si parla di questi temi da un lato ci sono i profeti del cambiamento, velati di ingenuità, e dall’altra le aziende che vogliono disperatamente sfondare. Mettiamo insieme tutto, con realismo, per capire dove si può andare.

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Sharing people #1 (Rassegna del meglio)

Normalmente le storie di sharing economy finiscono nelle pagine di economia dei quotidiani, come esempi del nuovo che avanza, delle guerre sotterranee tra colossi che non producono niente ma spostano denari a fiumi o delle nuove lotte tra guru e paradigmi. Il che, in definitiva, è perfettamente corretto, perché seguire il denaro – follow the money, diceva Falcone – è sempre la strada giusta per capire cosa sta succedendo in un certo mondo.
E tuttavia, da un altro punto di vista, quest’approccio all’economia collaborativa è un po’ povero e un po’ ristretto agli addetti ai lavori: taglia fuori l’elemento umano e la sua forza. Detto in altra maniera, tra i risvolti della sharing economy e del modo in cui sta contribuendo a ridefinire il mondo, o almeno alcuni suoi aspetti, ci sono decine di storie: di persone che fanno cose per altri, di comunità che prendono consapevolezza, di scommesse azzeccate, di trasporti sentimentali.
Ho pensato di iniziare a raccogliere un po’ di queste “altre cose” qui sopra, per costruire una specie di rassegna stampa alternativa: qualcosa di simile alle good news che, come si impara al primo giorno in qualsiasi redazione, non fanno vendere i giornali (non quanto le bad news, almeno).
L’idea mi è venuta stamane leggendo questo articolo del Guardian: un pezzo minore, destinato a uscire in fretta dalla homepage, ma capace di cambiare l’umore del mio risveglio.
Il giornale britannico racconta di James Robertson, un signore di Detroit che tutti i giorni per andare a lavorare percorre a piedi 32 chilometri, tra andata e ritorno: possedeva una macchina, un decennio fa, poi si è rotta, l’autobus non copre l’intero percorso e da allora, pur di non perdere il posto, cammina molte ore ogni giorno per arrivare in fabbrica.
In questi anni è stato talmente puntuale e ha fatto così poche assenze che il responsabile dello stabilimento lo ha preso come modello con tutti gli altri; qualche giorno fa, poi, la sua storia è finita sulla stampa locale, in America, e la gente si è molto commossa e appassionata. Così, una ragazza ha deciso di aprire un crowdfunding per aiutarlo a comprare una macchina usata e a pagare l’assicurazione: l’obiettivo era raccogliere 5 mila dollari, ma in tre giorni ne sono arrivati 90 mila.
La cosa più bella di tutte, per me, è però la risposta di Robertson. Quando gli hanno raccontato del crowdunfing e di tutti i soldi che gli sarebbero arrivati, ha detto: «Avrei preferito che quei soldi fossero spesi in un sistema di autobus che funzioni 24 ore al giorno, e non in un “piccolo bus” tutto per me. Questa città ha bisogno di un servizio pubblico di autobus».