Airbnb, i commenti e l’articolo su D di Repubblica

Il problema dei giornali, come sanno tutti i giornalisti, a partire da chi scrive, è che vivono di fenomeni e fenomenalismi.
Il problema della sharing economy, come sanno tutti quelle che se ne occupano, a partire da chi scrive, è che spinge verso la partigianeria: per scansare le banalità altrui, tocca involontariamente fare la parte degli sponsor.
Prendete per esempio l’articolo uscito sabato su D di Repubblica dal titolo Questa casa è un inferno (non c’è sul web, purtroppo, o per fortuna); argomento Airbnb e le – trascrivo – «scene di pubblica guerriglia quotidiana online dalle pagine di Airbnb».
L’articolo riporta banalità sparse, a prescindere da come la si pensi sulla piattaforma. Il senso del pezzo è che può capitare di finire in una casa che non piace, troppo rumorosa, non esattamente rispondente alla descrizione sul sito o in cui capita di dover condividere il bagno con qualcuno (ma dai!). Questo insieme di cose configura l’inferno del titolo del pezzo, reso palpabile dalla presunta guerriglia via commenti. Fino ad arrivare a dire che «delle recensioni su Internet ci si può fidare poco in generale e pare che quelle su Airbnb non facciano eccezione», perché (sempre testualmente) «pare che non solo chi offre il servizio, ma anche l’ospite pagante viene recensito: dunque se commenta negativamente può provocare la reazione del proprietario , che può criticare a sua volta pubblicamente le sue mancanze rendendogli la vita difficile dopo per trovare un alloggio».
Per smontare l’idiozia, probabilmente, basta partire da quel «pare»: uno che lo usa ammette in partenza di non avere la certezza di quello che sta per dire, e cioè di non avere provato il servizio, né di essersi sufficientemente informato su come funziona. Proprio per evitare quel tipo di problema, infatti, su Airbnb le recensioni si scrivono simultaneamente e si pubblicano soltanto quando entrambe sono state scritte, senza che l’uno sappia il contenuto di quella dell’altro: non funziona che l’ospite pubblica un commento e allora il padrone ne scrive uno su di lui. Se dopo 15 giorni una delle due parti ha deciso di non commentare, allora il commento dell’altra (ammesso che ne abbia fornito uno) viene reso visibile, ma a quel punto il primo non può più scrivere nulla.
Si può invece rispondere al commento dell’altro (un po’ come i reply su Facebook), ma la risposta non si visualizza sul profilo dell’utente, cioè non entra a far parte della famosa reputazione online. Quindi, tutta la tesi dell’articolista è sbagliata in partenza.
Assodato dunque che l’estensore dell’articolo non conosce sufficientemente ciò di cui parla, la contestazione stessa da cui parte è ridicola. Chiunque abbia familiarità con Airbnb sa infatti benissimo due cose. La prima è che basta leggere i commenti per capire di che tipo di casa si tratti, anche quando non sono troppo espliciti (a me una volta hanno scritto che le scale per arrivare all’appartamento erano troppe e che il letto era troppo piccolo per definirlo matrimoniale: se siete americani, abituati ai king size bed, questo è sufficiente per capire che nel mio spazio non starete comodi). La seconda  è che gli insulti sono una rarità: io, personalmente non ne ho mai visto uno, ma può anche essere che alcuni ci siano e sfuggano ai controllori di Airbnb. Di sicuro, tuttavia, si tratta di pochissima roba, quasi zero: nel mio entourage, in cui quasi chiunque usa Airbnb, nessuno ha mai letto un insulto.
«Infine c’è chi racconta di commenti negativi cancellati», scrive per concludere il giornalista, con la solita vaghezza di chi non sa bene di cosa si parla, ma la butta lì per alimentare il fenomenalismo, sperando che i lettori ne sappiano meno di lui. Ma è un altro errore:  i commenti non si cancellano, lo sanno tutti quelli che hanno un account. Fanno parte del gioco.
Il punto, intendiamoci, non è che su Airbnb non si possano fare esperienze sgradevoli.
L’articolo accenna a una coppia che ha affittato la casa e l’ha ritrovata molto danneggiata (una coppia su 1 milione di alloggi disponibili, appunto), ma dimentica di dire che esiste un’assicurazione che copre fino a 1 milione di dollari.
Le esperienze negative infatti non sono queste, che sono eccezioni, più uniche che rare. I problemi comuni esistono (come, peraltro, esistono quando si va in bed and breakfast e in albergo). L’anno scorso, per esempio, a Los Angeles sono stata in una casa di russi così sporca e malconcia che penso di aver preso le cimici del letto e di essermele riportate in Italia. La recensione che ho fatto a quell’appartamento la trovate su Internet, se volete cercarla, e state tranquilli che chi ha valutato la casa dopo di me si è ben guardato dal metterci piede.
Un’amica si è trovata in Giappone in una stanza singola con sei materassini buttati per terra e condizioni igieniche pessime: ha fatto l’errore di lasciare un commento in italiano, consentendo solo gli italiani di evitare di finirci dentro (lo ha però segnalato anche ai gestori del sito, che se accumulano qualche recensione negativa possono decidere di intervenire).
Se si volesse davvero parlare di Airbnb si potrebbe aprire qualche domanda su questa policy, per esempio: quanti commenti negativi ci vogliono perché una casa venga tolta dal sito? O magari si potrebbe parlare della questione fiscale: dove finiscono i soldi che la gente incassa con Airbnb, e dove paga le tasse l’azienda? Si potrebbe criticare il fatto che viene usata spesso per mettere seconde case con affittivi continuativi, distorcendo il mercato immobiliare e causando grossi problemi alle città. E si potrebbe sottolineare quanto è necessario regolamentare il fenomeno per evitare di accentuare la gentrificazione di alcuni quartieri, e le storture degli affitti.
L’articolo su D di Repubblica, invece, taglia secco su tutte questioni, che sono rilevanti a ogni livello, dal micro al macroeconomico. E si dedica alla consueta arte del fenomenismo: dopo aver scritto decine di pezzi della categoria «Che figata Airbnb», ora siamo alla fase «Forse Airbnb non è poi così figo», e pur di tenere insieme titolo e sommario si usa qualsiasi spiegazione disponibile, ancorché sbagliata o non esatta. Con la presunzione però di non fare un articolo di colore (che potrebbe starci: una raccolta delle peggiori esperienze su Airbnb la gente se la legge al volo), bensì di fare informazione.
Che dire, allora? Forse basta ricordare che l’informazione dovrebbe servire a capire come affrontare un colosso del capitalismo globale vestito di redistribuzione; un colosso che vale poco meno del principale gruppo bancario italiano (oggi Intesa Sanpaolo vale 55 miliardi di euro; Airbnb, che non è quotata, è valutata 50 miliardi di dollari); un colosso che potrebbe portare all’erario introiti, e nuova vita alle comunità.
Invece si procede per Pare e Si racconta – cose non vere, oltretutto. E quindi capite perché tocca arrabbiarsi con il giornalismo, e avere un po’ più simpatia per Airbnb.

P.S. A proposito di esperienze di colore su Airbnb, qui una storia (involontariamente) esilarante dal Daily Mail

Il futuro con la sharing economy

Oggi è uscito il libro, e la cosa che finora mi hanno chiesto di più nelle interviste (sì, mi fanno anche delle interviste: non ridete, su, ché già fatico) è se esiste il rischio di un ritorno al “collettivismo” di stampo sovietico (subito dopo Ma quindi prima o poi sarà tutto gratuito?: comprensibilmente ci si occupa prima delle cose realmente rilevanti e poi delle inezie della storia).
Parliamone, dunque. E sfatiamo un mito che ci vede rivoluzionari marxisti-leninisti, impegnati a combattere contro il capitalismo e la proprietà privata (abbiamo già dato, si sa com’è finita: abbiamo ancora le ossa rotte).
La sharing economy non è questo, e la condivisione non è collettivismo, men che meno forzato. Forse per capirci basterebbe menzionare Uber o Airbnb (rispettivamente 40 e 13 miliardi di dollari di valutazione), due multinazionali cresciute all’interno delle maglie larghe dell’economia collaborativa, un po’ grazie all’intuizione di quanto è grande la disponibilità della gente, un po’ infilandosi nelle crepe di un sistema spesso inefficiente (avete mai provato a prendere un taxi a Roma?). 

Si tratta di due estremi, certo, ma progenitori di molta stirpe e di altrettante aspettative. I ragazzi francesi di Weleeo, per esempio, si sono inventati un sistema di cambio valute che sfrutta i soldi che ti sono rimasti in tasca dopo un viaggio all’estero o su quelli che hai perché in un posto ci vivi: arrivo a San Francisco, ho bisogno di dollari, cerco con la app qualcuno in zona disposto a darmi biglietti verdi in cambio di euro. Perché quel qualcuno dovrebbe fare il cambio? Bè, perché magari sta per andare a fare un viaggio a Roma o a Parigi, e quegli euro gli fanno comodo. E perché il cambio peer-to-peer usa il tasso ufficiale, aggiornato in tempo reale sui mercati, solo che non c’è commissione (le commissioni valgono circa 10 miliardi di dollari l’anno, per non parlare del cambio nero). E poi perché incontrare un’altra persona, al posto che l’impiegato seccato di un cambia valute, può essere piacevole: magari si diventa amici, magari ci si scambiano dritte e consigli, magari si alimenta una rete di contatti che potrà essere utile in futuro.
Quelli di Weeleo, però, non hanno investito soldi ed energia nella loro app solo perché credono nelle magnifiche sorti e progressive. Pensano invece di guadagnarci, chiedendo una cifra simbolica – un euro o due – a chi vuole vedere gli iscritti al servizio che si trovano nei paraggi (soltanto al primo accesso in una certa località): se un centesimo di tutti coloro che oggi si spostano nel mondo usasse Weeleo, insomma, il mio amico che se l’è inventata (27 anni, a proposito) potrebbe mettersi in tasca qualche milione di euro al giorno (e, ovviamente, lui lo spera parecchio).

Si torna allora al punto di partenza. Se la sharing economy non è lotta al capitalismo ma è anzi, almeno in parte, un tentativo di trovare nuovi modi per far soldi, vuole dire che è tutta fuffa?
Per nulla. E non solo perché nella galassia della collaborazione ci sono anche moltissime cose che non contemplano il denaro (vedi Piacere, Milano, di cui ho scritto poco fa) o che restituiscono un senso alla parola “valore”, che non è più solo quello canonico attribuito alla carta moneta ma è invece associabile a qualsiasi bene e competenza, in base alle effettive necessità (se tu hai arance e a me servono, quelle arance valgono: anche se i supermercati le rifiutano perché le comprano dalla Spagna dove costano meno).
L’importanza dell’economia collaborativa, tuttavia, risiede in altro ancora, e cioè nel concetto di fiducia e apertura. Airbnb ha sdoganato il concetto di andare a dormire in casa d’altri (o di lasciare il proprio appartamento a sconosciuti), ed è questo il suo più grosso merito. Imparare a valorizzare i rapporti con le persone, a creare rete e ad eliminare automatismi (di consumo, di chiusura, di rifiuto) spinge verso una nuova dimensione sociale, in cui la mutua disponibilità può sostituire quello che una volta era il contratto sociale.
In termini marxisti (il vecchio Karl sulle analisi c’aveva visto bene), la spinta economica può ridefinire l’ideologia (e dunque la prassi) dominante. Può spingere le persone a fidarsi e ad affidarsi, a riscoprire il valore della collettività e della comunità, con conseguenze positive a cascata per l’ambiente, le città, il futuro dei vostri figli.
Ecco perché se ne parla così tanto. I soldi c’entrano, ma solo in parte.

 

Più casa (e Renatini) per tutti

Case, dunque. Spuntano come funghi. Di colpo, tutti hanno una casa da offrirti, un tetto sulla testa, in qualche caso fortunato anche una camera tutta per te e comodità di vario tipo, dalla connessione internet a quattro o cinque varietà di caffè in cucina (certo, sono pur sempre varietà di beverone americano, ma è il pensiero che conta).
Ieri sera ho detto al tizio che mi ospita attualmente che può essere che mi fermi un po’ più del previsto, se solo riesco a cambiare il mio biglietto aereo. Stavo per intonare una supplica mesta, quando mi ha invitato a restare as long as I need.
Come moneta di scambio abbiamo scelto Perry, il cane: la mattina lo porta fuori lui, la sera io. E a parte che sono discretamente amica degli animali, ma girare per Mission con un cane al guinzaglio è persino meglio della sceneggiatura che avrei voluto Woody Allen scrivesse per me.
Oggi, invece, sono stata a trovare il ragazzo che si è inventato le cene in casa, il solito 32enne che a 28 aveva già fatto quasi tutto, dal vivere in un paio di continenti ad aprire un paio di aziende, ed era pronto a pensare a qualcosa che prima non esisteva, pur esistendone tutte le componenti singole: io amo cucinare, tu vuoi mangiare bene, io non avrò mai i soldi per aprire un ristorante, a te piace incontrare gente a cena, magari anche sconosciuti, dunque mettiamo tutto insieme e facciamone un business (chissà perché le cose più furbe sembrano sempre così immediate, ma soltanto dopo che un altro le ha pensate).
Siamo stati in questa terrazza assolata a parlare un bel po’ e alla fine, dopo molte chiacchiere, avevo un’altra offerta per sistemarmi qualche giorno: una casa intera, senza tanti mobili, ma è un bel posto.
Il che, peraltro, è più o meno la descrizione dell’unica casa su cui formalmente posso far valere dei diritti, che al momento è totalmente affidata alla gestione di Renatino, giornalista affermato imprestato ai lavori domestici dai miei vagabondaggi.
Mi dimentico del fuso – e anche del fatto che per mestiere chiude le pagine politiche del Corsera, che non è esattamente come sollazzarsi qui sopra – e gli mando sms deliranti con missioni impossibili: Vai a casa mia a lavare le lenzuola che deve andarci della gente?, Togli dal mio frigo una scatola che mi sono dimenticata dentro?, Porti le chiavi alle due americane che arrivano da me?.
Oggi mi ha mandato un messaggio per raccontarmi di come sia andato a recuperare alcune cose nella mia cassetta della posta, di cui non aveva però le chiavi: pensava che la portinaia avrebbe chiamato i carabinieri vedendolo trafficare e invece se ne è andato con un fascio di copie di Time e la mia corrispondenza personale sotto il braccio senza che lei battesse ciglio. E, onestamente, non so se è una buona notizia.
Di certo, rende del tutto evidente che i portinai sarebbero più efficaci se prendessero un contributo anche loro e aiutassero nella gestione delle case affittate con Airbnb da gente che magari è lontana o non ha un Renatino sottomano.
Ragazzi, fidatevi di una che passa la giornata a dormire a casa di altri e a mandare qualcuno a sistemare la propria perché altri ci possano dormire: fare il manager di appartamenti altrui è il business del momento. I facilitatori della condivisione.