Faccio cose, vedo gente (la collaborazione parla come mangi)

Dunque giovedì parto.
Vado a vedere il meglio degli esperimenti di economia collaborativa in qualche selezionata parte di mondo, per poi scriverne: un po’ qui, un po’ su un libro. E  se la dicitura esperimenti di economia collaborativa suona strana – già li sento quelli del «sempre meglio che lavorare» – mi piace pensare che siano quelle cose che quando diventano parte della tua normalità (tipo prendere una macchina a nolo per 30 minuti in qualsiasi città europea spendendo meno di 5 euro, cioè il carsharing) ci si chiede come si viveva prima, ma “prima” sembrava impossibile che potessero mai succedere (figurateveli i vostri genitori negli Anni 80 con i capelli cotonati e baffoni mentre si appropinquano impacciati a una macchina che non è la loro, per entrare avvicinano una scheda con un chip o il telefonino, trovano già dentro  le chiavi e una carta per fare benzina, guidano dove vogliono, mollano la macchina e la spesa di qualche spiccio arriva diretta sul loro conto corrente).

E siccome all’estero talvolta sono più svelti che in Italia, il mio tour parte da Colonia, passa per Amsterdam e infine atterra a San Francisco, dove l’idea della condivisione è diventata business. Qualche migliaio di chilometri (a costo zero, o quasi) per andare a bere un caffè  in un bar nel quale gli smanettoni ti aggiustano l’iPhone rotto solo per il piacere di farlo (Repair Cafè, Amsterdam), o per incontrare quelli che hanno convinto i supermercati a regalare alla collettività un po’ delle loro scorte alimentari  prima che vadano a male (Food sharer and saver, Colonia), o quelli che si sono inventati un sistema di cambia valuta peer to peer basato sulle banconote e gli spiccioli che restano nel portafoglio quando si torna da un viaggio, per evitare le commissioni eccessive (Weeleo, Parigi e San Francisco).

Se ancora non basta all’idea di iscrivervi ai Fee Rss di questo blog (basta cliccare qui) l’idea di me che arranco dietro a un esercito di teutonici impegnati a raccogliere cibo dai supermercati resistendo alla tentazione di mangiare quello che trovo o che dipingo casa di una sconosciuta in cambio della sua ospitalità, bè, dovrebbe fornire la giusta motivazione.

In viaggio a costo zero, o quasi

Leoni marini, bye bye. Alle prime luci dell’alba, stamane, il mio posto letto a San Francisco si è materializzato sotto forma di una mail: There is one thing that is hard to find in the US and I’m a big fan off, the Spanish “El Almendro” brand Turron candy. If you come across some…
Un couchsurfer che in cambio di un posto letto mi chiede di portargli del torrone è perfetto: lo so, lo sento.
Lontano lontano, come un’eco confusa, per qualche istante ho sentito anche la voce di mio fratello sussurrare: Ma chi sono questi, ma com’è che dormi da gente che non conosci, ma che quartiere è quello lì, hanno ammazzato uno l’altro giorno, non si può giocare con la vita e qualche altra cosetta di questo tenore.
Non che abbia torto, ma la fiducia è esattamente l’elemento che fa la differenza quando decidi di fare couchsurfing, o di affittare casa tua a uno sconosciuto (cioè il modo con cui pago il biglietto per San Francisco), o di caricare la macchina di gente che non hai mai visto prima e scorazzarli in giro per l’Italia, e via discorrendo. Poi, nella fattispecie, c’è anche che questo giovane cresciuto al Cairo e goloso di torrone spagnolo che mi apre la porta di casa sua a San Francisco è anche un iper ingegnere con stipendio e Pdh – dottorato di ricerca – che io probabilmente nemmeno se mi reincarno 160 volte per espiare tutti i miei mali riesco ad arrivarci; e insomma, appena fuori dallo stereotipo il mondo rischia di essere molto meglio di come appare.
Quindi ho trascorso la mattinata a cercare di sistemare i dettagli: prima di arrivare dall’ingegnere originario del Cairo sono dal musicista originario dell’Ucraina – gli stranieri trapiantati sulla West Coast  sono incredibilmente ospitali- e prima di arrivare da lui sarà in Olanda da una ex consigliera comunale della città di Amsterdam, e prima ancora da superattivisti e da un regista a Colonia, in Germania. Anche solo a scrivermi i nomi e gli indirizzi e i mezzi di trasporto, e a capire dove vivono questi e quante persone devo incontrare in questo tour, ci ho messo qualche ora (metti mai che una pioggia magnetica annulla tutte le conssesioni wifi del mondo, io perdo le mail e finisco in treno in mezzo alla campagna tedesca senza sapere qual è il prossimo passaggio: rischio persino di perdere due etti per lo spavento).
Ovviamente i dettagli si moltiplicano come i pani e i pesci, quindi non sarà mai veramente pronta. Ma le tempeste solari non sono poi così frequenti. E decidere di affrontare un paio di continenti alla scoperta di quello che in Italia ancora (quasi) non esiste, peraltro spendendo meno che per una borsa di Luis Vuitton, deve per forza avere la sua dose di sana incoscienza.

Cose che se non ci fossero bisognerebbe inventarle

(sottotitolo: e non si capisce come mai nessuno lo abbia fatto prima)

Quindi tu arrivi in un posto e al posto di affidarti al primo giro assolutamente diverso e fuori dal comune offerto dall’albergo, o da un tour operator, o dalla Lonely Planet – un’esperienza unica assolutamente da provare, peccato che in 15 anni di Lonely planet abbiano iniziato a provarla tutti – clicchi vayable.com e trovi dei giri per la città organizzati da locali (things to do with locals): la classica cosa che quando vivi in un posto per 10 anni ormai non la fai più perché ti è venuta a noia ma all’inizio era una figata pazzesca, tipo girare tutte le librerie della Beat generation a San Francisco (se sei me) o i locali dove le polpettine sono più buone e il mojito meno zuccherato (se sei me a Milano 15 anni fa) o i migliori angoli per fare foto a Central Park (se sei me tutta la vita).

 

Cercasi letto disperatamente

Da quattro giorni passo l’intera giornata a leggere profili di couchsurfer in giro per San Francisco e a decidere quelli a cui chiedere ospitalità nel mio prossimo viaggio.
Vantaggi: la sola idea che lì fuori c’è un mondo intero di persone strafighe disposto ad aprire casa propria per conoscere qualcun altro allevia le pene dell’umanità.
Svantaggi: tutti vogliono essere ospitati da persone strafighe disposte ad aprire la porta a sconosciuti che magari sono anche un filo più bravi di me a programmare le loro date; ergo: tutti quelli a cui ho scritto finora hanno già altri ospiti.
Iniziano a esserci ottime chance che finisca a dormire di fianco ai leoni marini sul Pier 39 coi turisti a lanciarmi acciughe.

Sharing economy: cosa e dove

L’elenco che segue non è esaustivo né definitivo né tutti gli aggettivi che possono venire in mente. E’ soltanto un inizio, mio. Piattaforme alle quali io sono iscritta. Una griglia molto più  dettagliata, divisa per funzioni, si trova qui.

Cose di casa: cioè metterla in affitto, trovarne una per le vacanze, scambiare la propria con quella di altri,  accudirne una mentre i proprietari sono in vacanza, surfare sui divani degli altri (ho detto surfare…)

Airbnb
Vicini di casa
Couchsurfing
BeWelcome
Home Exchange/Scambio casa
Mindmyhouse

Where the cars have no name: e cioè farsi dare un passaggio sulla macchina di qualcuno sulle lunghe distanze o in città (ride pooling), ma anche usare una macchina a tempo (car sharing)
[i servizi sono quelli disponibili oggi a Milano: nel mondo ne esistono moooolti di più, in qualche posto per il momento anche molti di meno]

Blablacar
Uber
LetzGo
Car2Go
Enjoy
E-vai
Twist
Guidami

Mangiare social: e cioè, andare a cena da sconosciuti che si inventano ristoratori per un giorno (vantaggi: fa bene all’umore e alle relazioni; svantaggi: si ingrassa uguale).

Gnammo
Bon Appetour

L’erba del vicino: e cioè cose che succedono e persone che abitano nel tuo quartiere, con cui magari condividere qualcosa. Nonché portali per il baratto on line, il noleggio o per vendere qualcosa fatto con le proprie mani

Vicini di casa
Social street
LocLoc
Reoose
Etsy

Non lavorare stanca: e cioè come fare fruttare il proprio tempo facendo cosette per altri (e magari sentirsi anche un po’ meglio)

Time Republik
Tabbid
Sfinz

 

 

Voglio vivere di sharing

Pane e sharing. Altrimenti detto: diamoci una mano. E cioè: io metto a disposizione di tutti il mio tempo, quello che so fare e le cose che possiedo; in cambio ricevo aiuti, altri oggetti o anche denaro.
Una volta si chiamava baratto, o solidarietà. Adesso, per essere estremamente sintetici (e riduttivi), si chiama sharing economy, economia della condivisione.
Gli esperti avvizziranno di fronte a questa mia microscopica introduzione, ma non importa: questo non è un blog per esperti. È un blog per provarci.
La sharing economy è qualcosa di simile a un cappello a falde larghissime, sotto la cui ombra proliferano cose molto diverse tra loro: servizi che cambiano il nostro modo di spostarci (il carsharing, per dirne uno che tutti conoscono) e la possibilità di affittare la propria casa a sconosciuti quando si è in vacanza; ma sharing è anche girare il mondo dormendo sui divani degli altri (couchsurfing) o lo sfizio di noleggiare abiti di alta moda solo per una sera. E poi ancora dare via gli oggetti che non si vogliono più ricevendo qualcosa di nuovo in cambio o anche le banche del tempo digitali, ovvero quelle piattaforme internet in cui io so parlare l’inglese, tu sai aggiustare il forno e allora facciamo che io ti do lezioni di inglese e tu mi aggiusti il forno.
(Confesso: sono mesi che cerco qualcuno in grado di aggiustarmi il forno. Senza trovarlo. O gli aggiusta-forni non frequentano Internet oppure i forni vecchi come i mio sono dannatamente difficili da aggiustare).
In ogni caso questo blog nasce per sperimentare tutto quanto. Per vivere di sharing, cioè di condivisione.
Condividere per un periodo sarà il mio lavoro: sono iscritta praticamente a tutte le piattaforme Internet che esistono in Italia (qui l’elenco, se avete suggerimenti sono ben accetti) ed elencherò su questo blog tutte le cose che so fare o che posso fare per voi. Magari cose per cui non avete tempo o voglia: tipo andare in posta, portare fuori il cane, tenere i bambini, cucinare pranzo o cena, pulire casa, accompagnarvi da qualche parte in macchina, trasportare cose; e poi ancora, dare lezioni di inglese o di spagnolo, scrivere testi (non avete un’azienda per cui volete fare una nuova brochure?), scrivere post e blog su commissione o persino biglietti d’auguri. Insomma: più o meno qualsiasi cosa io sappia fare la farò per voi, in cambio del vostro aiuto in altre cose o di un compenso che decideremo insieme. Per organizzarci, potete semplicemente scrivermi qui sopra: i contatti sono in fondo a questa pagina).

Va bene, ora chiedetelo pure ad alta voce (lo hanno già fatto mio padre e un discreto numero di conoscenti, quindi ho la risposta pronta). Perché una che di mestiere fa la giornalista si mette a vivere così? Facile: per capire se funziona. È un blog per provarci, dicevo all’inizio. Dunque, è vero che se mettessimo tutti a frutto quello che abbiamo staremmo meglio? È vero, come suggeriscono certi guru, che essere disoccupati, incazzati, delusi, con le lettere di roba da pagare che si accumulano e l’umore che sprofonda, è soltanto uno stato dell’anima e con lo sharing le cose migliorano?
Non lo so, dunque ci provo. Qui sopra ci saranno tutti i miei resoconti dettagliati della vita da sharer: le cose che mi chiedono di fare, la fatica a farle, i soldi guadagnati, le idee che mi vengono, le riflessioni lungo il percorso (non necessariamente politically correct: vedi quella sui couchsurfer troppo amici della cipolla recentemente ospitati). Questo è qualcosa a metà tra un luogo d’incontro e un diario: ci si può passare per vedere come vanno le cose o per buttarsi nell’esperimento.

Perché questo esperimento funzioni ho bisogno fin dall’inizio del vostro aiuto.
Osate. Affidatevi a una sconosciuta e mettetela alla prova. Lasciatevi andare. C’è un mondo da scoprire e la lista dei vantaggi rischia di essere molto lunga (e se invece le cose non dovessero andare, pensate che bello potere avere qualcuno con cui prendersela per i prossimi sei mesi). Insomma. Quel dannato forno ancora non va. Se alla fine di questo esperimento avrò trovato chi lo ripara, sarà già un successo.

 

Le conseguenze del couchsurfing

Ho ospitato due couchsurfer busker, che è il nome nobile per artisti di strada, che è il nome comune per freakkettoni con zaino, dreadlock e scorte di idealismo sulle spalle.
Ho messo da parte un po’ di paranoie e di pregiudizi e alla fine quasi ho invidiato la loro naiveté nutrita di semini e tisane, che mi hanno pure regalato.
Peccato che quattro giorni dopo in casa ci sia ancora un odore pestilenziale: «Fanno benissimo alla salute», mi ha detto lui la sera che ha deciso di cucinare, tagliando mezza testa d’aglio e tre cipolle intere dentro al soffritto per altrettante persone. Se l’odore non passa entro stasera chiamo i ghostbuster.