Uber, i divieti e la regolamentazione della sharing economy

Il tribunale di Milano ha imposto l’oscuramento della App di Uber Pop, accogliendo il ricorso di alcuni tassisti milanesi. Significa cioè che il servizio Uber Pop diventa illegale – almeno fino alla prossima sentenza – anche se nella pratica la società potrebbe continuare a erogarlo scegliendo di pagare le multe eventuali, come peraltro ha fatto in quasi tutti gli altri Paesi in cui ha avuto problemi con la legge.
Cosa penso di Uber azienda – cioè del suo management, delle pratiche e delle strategie – l’ho detto diverse volte. Più che di sharing economy, si tratta di shock economy, con passaggi ben definiti: «Prima crescere a casa propria, infilandosi nelle crepe di un sistema e rivoltandolo, grazie al contributo (e alle necessità) dei cittadini. Poi, accumulare abbastanza denaro per sbarcare all’estero. Quindi far parlare di sé, anche con le contestazioni dei tassisti e la paralisi delle città (pare che le richieste in quei giorni mediamente crescano del 200% o più). Infine sfidare la legge, forti del consenso popolare», come avevo scritto qualche mese fa da San Francisco.
Sommate che è impossibile parlare con qualcuno, non rispondono alle richieste di interviste, il loro training per diventare autisti corre sulla linea di confine del lavaggio di cervello (l’ho fatto, lo racconto in Mi Fido di Te) e in America sono accusati di spiare sui competitor e avrete il quadro della mia valutazione dell’azienda. Che – attenzione – è molto diverso da quello del servizio che offre: Uber Pop, infatti, funziona alla grande, è comodissimo, economico e, soprattutto, permette un miglioramento della qualità di vita dei cittadini.
Ed è esattamente questo il punto.
Le sentenze dei tribunali e una variegata letteratura sull’argomento sembrano sempre dimenticarsi di una questione chiave: i cittadini e il loro accesso a servizi migliori di quelli esistenti. Certo, in nome di una presunta regolamentazione del mercato (che da mezzo secolo è lasciato in mano a lobby potentissime e ha consentito la nascita di un mondo sommerso, come quello delle licenze dei taxi appunto).
L’impressione sincera è che la regolamentazione del mercato c’entri ben poco: penso che banalmente la politica abbia paura dei tassisti, perché portano pacchetti di voto visto che sono anche rappresentati negli organi di amministrazione dei comuni.
Se il problema fosse realmente la regolamentazione, infatti, qualcuno avrebbe pensato a come farla. Invece, per il momento, niente. Il che è doppiamente paradossale: perché i servizi continuano a spuntare lo stesso, in barba alle leggi, e lo Stato perde il controllo sulle potenziali entrate che generano; e perché si dimostra così platealmente che l’offrire ai cittadini strumenti migliori non è al primo posto degli interessi dei governanti.
Capisco bene che di fronte alla sentenza della Consulta sulle pensioni, regolamentare Uber e Airbnb possa non essere il primo pensiero di Matteo Renzi; e tuttavia, se fossi la sua eminenza grigia, peraltro molto attenta alle questioni di immagine, gli direi di iniziare a pensarci (magari c’è un pool che sta studiando queste cose e io non ne so niente: un po’ me lo auguro).
L’innovazione non si blocca, e anche se l’Italia non ha la vivacità né i venture capitalist della Silicon valley, fortunatamente le idee e la loro attuazione viaggiano su altri canali, e ci coinvolgono nostro malgrado.
I famosi campioni della sharing economy anche in Italia sono aziende straniere: Airbnb, Blablacar, Uber. A dispetto della lentezza de noantri hanno comunque cambiato il nostro modo di vivere. Prima o poi, ne arriveranno altri; e gli italiani stessi si rimboccano le maniche perché capiscono che c’è un orizzonte di cambiamento.
In questo momento non parlo nemmeno dell’orizzonte valoriale, che spesso viene associato all’economia collaborativaparlo semplicemente del mercato. Di nuove idee imprenditoriali. Di nuovi servizi per i cittadini. Di un Paese che cambia verso, per usare lo slogan già pronto del premier.
Dire alla gente che non può usare Uber Pop, che costa meno della metà del taxi, ha pagamenti tracciabili, orari certi e un funzionamento facilissimo, soltanto perché nessuno ha studiato una nuova legge o ha trattato coi tassisti è abbastanza demenziale, ne converrete. E’ come mettere tra parentesi lo sviluppo del Paese.
Bisogna fornire una cornice che regolamenti queste nuove attività. E bisogna decidere come fare coi tassisti (e con gli hotel, e con i ristoranti), perché anche loro sono imprenditori e cittadini, e non sarebbe nemmeno corretto ignorare le legittime ragioni di una parte: finché sono legittime, ovviamente. La fortuna è che in altri Paesi questo lavoro lo hanno fatto, quindi forse si può prendere qualche spunto.
Poi, certo, c’è tutto il dibattito sul lavoro precario: la sharing economy crea posti di lavoro o potenzia la iper precarietà che già ci contraddistingue? Una prima risposta è che crea lavoro, perché queste società hanno comunque degli organici: ieri ero a parlare coi ragazzi di BlaBlaCar e loro sono in 10, a Milano. Fino all’anno scorso quei posti di lavoro non c’erano.
Ma soprattutto penso che la questione in questa fase, e in questo Paese, sia oziosa. Tutto quello che crea opportunità (e non è criminale, né eticamente riprovevole), e che prevede la volontarietà dei coinvolti, è buono.
Noi siamo quelli che fanno le domande per non fare le cose. Purtroppo suona come uno slogan renziano. In realtà non lo è, considerato che di sharing economy – nonostante molti inviti, alcuni anche miei personali via twitter – Renzi non ha mai parlato.

Cedesi #2 – Petit bazar Pane e sharing

Venghino signori venghino, dopo aver piazzato un computer, il portachampagne e il cappello da gran muftì (così richiesto da non riuscire nemmeno a rientrare nel listino) il bazar Pane e Sharing offre altre due occasioni ai fortunati lettori.

Numero 1 Minipimer della Guzzini ancora perfettamente funzionante.
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Questo, a dire il vero, ve la offre la mia amica Tatiana, che  – avendone un altro – me lo  imprestò nell’anno di grazia 2008 quando mi tolsero un dente del giudizio, per poi vederselo usucapito fino a dimenticare di possederlo.
Non temete: non rivendicherà alcun diritto sull’oggetto perché le ho chiesto il permesso di donarlo alla collettività, e l’ho ricevuto.
(Scambio di sms: Posso regalare il tuo minipimer? Il mio che? Minipimer, me lo hai dato due lustri fa! Non capisco la parola, mandami una foto).

 

Numero 2, videoregistratore ancora perfetto e quasi nuovo – quasi nuovo rispetto all’epoca in cui ancora i videoregistratori si usavano, va da sé.

IMG_1927L’ho comprato nel 2001, quando universitaria passavo le notti a vedere la Trilogia della Città di Wim Wenders: dopo due anni, però, feci la mia prima connessione flat a Internet ed entrai nel magico mondo di quelli che il www è il 139esimo articolo della Costituzione; i nastri Vhs andarono definitivamente in soffitta di lì a poco, ancorché io abbia conservato tutti i miei (non so dove, ma so che ci sono).
Sul videoregistratore infatti c’è una clausola: se un domani volessi utilizzarlo per rivedere qualcosa – per esempio le videocassette del mio Erasmus – lo potrò fare.
Già vi vedo che storcete il naso: ci vuoi dare un videoregistratore e metti anche le condizioni. Bè, ragazzi, se avessi una casa grande io me lo terrei, anche solo come ricordo di un passato recentissimo e spazzato via senza che ne conservassimo quasi memoria. Solo che non ho una casa grande. Anzi, quasi non ho una casa tout court.

Share’NGo, il nuovo carsharing di Milano

Sono giorni in cui si scrivono fiumi di inchiostro per dire quanto è bella la nuova Milano (quella che ha fatto sponsorizzare la Darsena a Vodafone, e vabbè, accettando di chiamarla “Darsena Vodafone”, e non va bene per niente).
In realtà quello che sta succedendo a Milano è semplicemente che ci sono più cose, promosse meglio: non più come iniziative carbonare per irriducibili ecosostenibilifreak, ma patrimonio della città. Tra le nuove cose disponibili aumentano i servizi condivisi, quelli che in qualche maniera rientrano sotto al cappello della sharing economy. L’ultimo è Share’NGo, un car sharing, sviluppato interamente in Italia, che sarà attivo dal 15 giugno e che impiega soltanto auto elettriche.
L’iscrizione (da fare sul sito internet) costa 10 euro e regala 500 minuti di utilizzo; io ho già versato la mia quota.
La cosa interessante di questo servizio, oltre al fatto che segnala come il carsharing a Milano sia prossimo al diventare mainstream, è che Share’NGo si presenta come Equomobili. È cioè un un servizio che fa tariffe più vantaggiose agli iscritti potenzialmente più “deboli”: è gratis per esempio nelle ore notturne per le donne, studenti fuori sede e chi vive lontano dal centro hanno tariffe agevolate, gli anziani pagano meno, chi non ha una macchina anche.
Immagino che non sia una scelta di filantropia, al netto delle buone intenzioni: è anche marketing.
Il car sharing free floating (cioè quello senza vincoli) è stato ampiamente metabolizzato dai milanesi, perché convenienza e vantaggi sono immediati e immediatamente percepibili. Le scelte valoriali vengono dopo, pur esistendo.
Ora Share’NGo prova a metterle in prima linea, per conquistare anche l’ultima parte di resistenti al cambiamento.
Imparino le start up degli altri settori: così si cresce e si conquista il mercato. E, alla lunga, si contribuisce a cambiare in meglio il mondo, facendo profitti.

Questo il sito dove compilare un questionario e capire quale è la tariffa che spetta a voi

 

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Cedo gratuitamente causa trasloco

Non è che non lo sapessi prima: sono mesi, anzi, che ci ragiono sopra. Però un conto è pensare in astratto che hai bisogno di meno di un terzo delle cose che possiedi –  se si parla di necessità in realtà me ne serve un centesimo, ma un terzo magari mi va di tenerlo – un altro conto è impacchettare tutti quei tre terzi e trasferirli in un’altra casa, dove siccome non sono realmente necessari probabilmente non li spacchetterai nemmeno, e magari fra qualche tempo li trasferirai in un altro posto ancora, finché un giorno butterai via tutto senza nemmeno controllare davvero di cosa si trattava.

Parlo per esperienza: nel 2008 io e il mio moroso dell’epoca ci siamo lasciati, vivevamo insieme e le scatole che portai via da quella casa sono ancora intatte, parcheggiate in una cantina (meglio non dire di più: sai mai che i proprietari della cantina se ne ricordino).
A questo punto del discorso è abbastanza chiaro che sto traslocando, e bisognerebbe fare una puntata di Verissimo per riprendere quante cose ho accumulato in trenta metri quadrati: 11 scatoloni solo di libri, per la miseria, e viva l’era del digitale.
Il futuro è il booksharing, non mi è mai stato così chiaro.

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Nel presente, però, ho deciso di fare un piccolo bazar Pane & Sharing: vi offro, ovviamente agratis, qualche oggetto.
Piccole cose, ma a colpo sicuro. Per dire,  chi non vorrebbe una parrucca fucsia con cui fare un figurone alle feste di amici? Vi assicuro che non è facile trovarne una.

pickerimageOltre alla parrucca, il gran bazar in questo momento offre:

un vestitino comprato in uno dei famosi mercati provenzali – quello di Arles – capace di rendere tutte un po’ più Amelie (meglio se sotto i 50 chili);

un maglioncino molto bobo* mai indossato, nemmeno una volta (ero bobo solo nel negozio, a casa sembravo una studentessa in ritardo col programma d’esami);

un eccezionale porta champagne (o, più modestamente, porta bottiglie) che tiene anche la temperatura, f-a-n-t-a-s-t-i-c-o per fare un figurone con gli amici.

 

Certo, e poi c’è il pezzo forte. Ma qui c’è poco da scherzare: manca poco che mi si spezzi il cuore. Cinque anni di Time, collezione completa. Non chiedetemi perché la do via: banalmente non ci stanno più. Alcuni li butto via senza nemmeno aprirli, tanto li leggo sull’iPad. Se vivessi non dico in una reggia ma almeno in una casa normale potrei permettermi di coltivare la mia emeroteca, ma in quanto nomade digitale con piccola dimora devo cedere l’amata carta a chi se la può permettere. A due condizioni: l’archivio non si rivende (altrimenti lo rivenderei io), e se qualcuno vuole consultarlo può.

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Scrivetemi se interessati, a qualsiasi di questi oggetti (ne seguiranno altri).

*Bobò, in francese, crasi di bourgeois bohemian; in italiano diremmo forse radical chic, ma non combacia perfettamente

BlaBlaCar (a pagamento), il fisco, la sharing economy

L’avevo scritto in Mi fido di te e infine è successo. Blablacar da oggi diventa una vera piattaforma strutturata, in cui ci si prenota con carta di credito, il prezzo del viaggio include una commissione del 12% che trattiene la società (ma il passeggero non la vede, sta al conducente regolarsi nel fare il prezzo per riassorbirla) e i soldi all’autista li versa ex post la stessa Blablacar (quindi ricordatevi di pigiare sul testo “Versa l’accredito”, altrimenti non li prenderete).

In Francia è già così da tempo e apparentemente è servito a ridurre i pacchi dell’ultimo minuto e a facilitare l’organizzazione – oltre che, ovviamente, a far entrare qualcosa nelle casse dell’azienda, che finora in Italia aveva operato probono (a parte la vendita dei certificati energetici, ma questa è un’altra storia).

Da noi si parte con la tratta Milano – Genova, che è una delle più frequentate, e poi gradualmente la nuova modalità verrà estesa in tutta Italia entro l’anno. Personalmente non ho nulla in contrario, a parte il fatto che la perdita di spontaneità significherà giocoforza un abbandono fisiologico di alcuni disorganizzati o restii all’idea del pagamento online. Scommetto che questo fine settimana ci sarà parecchio casino e parecchie lamentele viaggeranno sui social, ma magari mi sbaglio.

La cosa che però mi tocca ripetere ancora, per la diecimilionesima volta, è che bisogna che il governo, pur gravato da problemi ben più grossi, metta la testa su tutte queste piattaforme. Il loro peso economico, man mano che crescono e si radicano, diventa impossibile da ignorare, non tanto e non solo per il volume d’affari che registrano quanto per quello che l’erario potrebbe ricavarne. E nel momento in cui una sentenza della Consulta ha fatto sballare tutti i piani e si cerca di recuperare da ogni dove, aprire una riflessione seria e articolata sul fenomeno sharing economy diventa ineludibile.

[P.S. Critica a margine: com’è che una società che cambia infine il modo di viaggiare di milioni di persone in tutto il mondo organizza conferenze stampa vecchia maniera con dieci giornalisti intorno al tavolo, buffet a margine e gadget nella cartella? L’innovazione non è solo nei profitti, ma anche nella modalità, su. Coinvolgete la gente, è la condivisione bellezza]  

Il crowdfunding del tempo

Ci son cose suggestive, che speri diventino realtà. E ci speri un po’ di più poiché la loro realizzazione, in definitiva, dipende solo dalla buona volontà della gente, la stessa gente che si lamenta della società, della crisi, dei costi, della mancanza di lavoro e via discorrendo.
Ci sono quelli che per esprimere un disagio fortissimo si dilettano nella guerriglia urbana – sono dementi, direte, o collusi: probabilmente anche questo, ma la rabbia c’è – e ci sono quelli che si industriano per tirare a campare. E, pur senza manicheismi che son sempre retorici e riduttivi, ho la sensazione che il pulsante di cui sto per parlarvi possa aiutare a credere in un mondo un poco migliore, in cui alcune diseguaglianze si livellano e le possibilità si aprono a tutti.
Il tasto è quello qui sotto: non molto diverso da quello di Facebook o di Twitter, se non fosse che porta in sé una potenziale rivoluzione (certo, anche gli altri due l’hanno portata, ma in questo caso è una rivoluzione di modalità produttive, e non distributive). Il pulsante, infatti, serve a rendere ogni potenziale post o pagina web un “crowdfunding” alla Kickstarter: un modo con cui la gente può donare tempo che il ricevente usa per “finanziare” i propri progetti chiedendo aiuto a professionisti che accettano di farsi pagare in tempo, su TimeRepublik.

Ne ho scritto nel dettaglio, qui, con tanto di ricerche economiche che calcolano il ritorno degli investimenti (Roi) sul tempo dedicato agli altri: 2,62. Sembrano cavilli per economisti, ma non lo sono affatto: significa che per un aiuto dato a un altro (per esempio, una traduzione), il tuo investimento “temporale” viene premiato più di due volte e mezzo, cioè ricevi in cambio 2 volte e mezzo tanto (2,62 per essere precisi). O, se fossero dollari, che tu ne metti 1 e te ne tornano indietro 2,62.
E lo so, capirlo è quasi più difficile che farlo. Ma intravedere mondi futuri aiuta a mettersi all’opera.

 

Sharing, ossia il potere della contaminazione

Al risveglio ho dovuto camminare circa tre minuti per arrivare dalla camera da letto alla cucina, dove già immaginavo un lucculiano banchetto: il tempo che impiego a Milano per uscire di casa e raggiungere la metro.
Ma evidentemente venerdì non ero a Milano né tantomeno a casa mia. E se a ribadirlo non fosse bastata la camminata, a un certo punto del parquet ho incrociato un signore amorevolmente piegato su un cactus, in un rettangolo di sabbia chiara ritagliato ai margini di una stanza, con piante grasse in armonica composizione e un’aurea di quiete cosmica ad aleggiare: un giardino zen, insomma. Collocato appena prima dell’accesso alla Spa, non distante da una stanza adibita a enoteca, a sua volta non distante da svariate altre cose che fino ad allora avevo visto solo nelle riviste d’architettura.
Considerato che fino a quel momento zen garden per me era stata solo una App per iPhone inavvertitamente scaricata – pare che qualcuno si diverta a rastrellare la sabbia con le dita sullo schermo – non avevo ancora raggiunto la cucina che già sapevo cosa avrei risposto al primo che mi avesse detto che il couchsurfing è roba da spiantati senza soldi.
Già, perché in quella specie di paradiso c’era finita grazie all’ospitalità di due che nella tassonomia di #occupy sono decisamente incasellati nel micro margine dell’1% – quelli ricchi, insomma. Ricchi ma sufficientemente illuminati e aperti da ospitare un incontro sulla sharing economy, la diffusione di libri e il mio in particolare, in barba a luoghi comuni e diffidenze di sorta: un punto per il nuovo mondo. Nel quale Giacomo – il fondatore di Fred – e io ci siamo comodamente adagiati: eravamo pronti a collassare su un divano, abbiamo vinto una camera tutta vetri con bagno privato e asciugamani freschi di bucato.
Poi dici a cosa serve aprirsi al nuovo.
D’altronde per arrivare laggiù, 500 km a Sud di Milano, ho raccolto un po’ di gente per strada, stabilendo il mio personale record di internazionalità da carpooling: in due settimane ho messo insieme tre russe, due cileni, un designer appena rientrato da Pechino e due americani.
«Studiamo a Valencia», mi hanno raccontato i cileni quando ho chiesto se Blablacar fosse diffuso anche da loro e come mai lo conoscessero. «Ah sì, cosa?». «Un master in Discotecologia», han risposto e siccome anche io ebbi il piacere di provare per parecchio tempo le cervezas della Costa del Sol, non ho potuto che compiacermi del perpetrarsi delle buone abitudini, interrogandoli a lungo sui nuovi posti, i costi, la gente.
Tra le loro valigie nel portabagagli non c’era la mia, giacché il mio trolley rosso compagno-di-mille-avventure al momento l’ho imprestato a un nuovo amico, un professore universitario poco più grande di me che ho conosciuto dandogli un passaggio, e da allora abbiamo scoperto che ci stiamo parecchio simpatici; così io gli do lezioni di condivisione (come mettere in affitto la casa su Airbnb? Come pulire? Cosa prendere?) e lui di tutto il resto, praticamente.
Potere della contaminazione, in cui ogni cosa è arricchimento. Cosa mi sarei persa se fossi andata a dormire in un albergo? Se avessi viaggiato da sola? Se non avessi chiacchierato con le persone trovate lungo il percorso?
In definitiva è soltanto allenamento ad aprirsi all’altro: e finire a dormire in una casa hollywoodiana aiuta a trovare coraggio.

(La vista dalla sala)
(La vista dalla sala)

Impara l’arte e mettila su carta (un corso low budget da fare)

Quando è morta mia madre mi ero laureata da tre mesi esatti e non avevo la minima idea di quello che avrei fatto nella vita.
L’unica cosa che avrei voluto fare – scrivere sui giornali –  mi veniva sconsigliata con sincero interesse da qualsiasi adulto con cui parlassi, una professione impossibile da raggiungere e peggiore da praticare, in cui ero destinata a sicuri insuccessi e infelicità. Non ne ero convintissima, ma in quel momento non avevo certo la forza per combattere contro le sicurezze altrui. Così sono finita parcheggiata in un costosissimo master, e non ho dovuto aspettare che finisse per iniziare a cercare un giornale che mi facesse scrivere due righe: qualche mese di asap e fyi avevano scolpito la consapevolezza che, per quanto dura la strada verso il reportage, restare in quell’altro mondo sarebbe stato un’imperdonabile tortura autoinflitta.
M’è tornato in mente tutto quanto oggi, nel maneggiare l’annuncio di Kilowatt per il primo corso di sceneggiatura low budget in Italia. Low budget in due sensi: uno è che il corso, 24 ore in due week end, costa poco, e ancora meno per gli studenti (150 euro); l’altro è che ti insegnano a scrivere sceneggiature che possano esse stesse costare poco, cioè essere realizzate sul serio. Il che, in un mondo in cui tra l’avere un’idea e poterla concretizzare si trovano svariati gradi di frustrazione indotta dal denaro, non è una roba da poco.
Poi ci metti che la fanno in un posto bello, un coworking che incuba idee, condivisioni ed energie, nel centro di una città bellissima – Bologna – dove tutti hanno un parente amico cugino che possa offrire un divano (e al limite c’è sempre il couchsurfing); che i docenti sono due che nel settore ci stanno e sanno come funziona, Mario Mucciarelli e Renato Giugliano; che in più hanno chiamato a insegnare un talento come Ermanno Cavazzoni, e pensi che se fosse esistito qualcosa di simile per il giornalismo quando tutti mi dicevano che non s’aveva da fare, magari non mi sarei parcheggiata in un master sprecando parecchi mesi.
Poter sperimentare e mettere un piede dentro ai propri sogni e alle proprie aspirazioni, senza chiedere ai genitori di ipotecare la casa, non è una possibilità da sottovalutare.
E va bene, l’ho presa un po’ alla lontana, ma il tutto è per dire che ci andrei io a farmi due week end di immersione nella sceneggiatura del futuro. Dare una chance alle proprie idee è un privilegio; mettere gli altri in condizione di poterlo fare è qualcosa di vicino a un servizio pubblico. Specie in un Paese in cui la lamentela su quel che non c’è o non si può fare è una sorta di inno nazionale.

Migranti e sharing economy: soluzioni possibili

Leggevo stamane sul Corsera dello scontro tra Viminale e Regioni sulla questione migranti. Faccenda complessissima riassunta in una manciata di parole: i barconi continuano ad arrivare sulle coste del Sud; le strutture di accoglienza siciliane, calabresi e pugliesi sono piene che non ci può stare più nemmeno uno spillo; il ministero degli Interni chiede alle altre Regioni di farsi carico di un po’ di queste persone, ospitandole in centri già attrezzati o da attrezzare appositamente; le altre Regioni, specie se in aria di elezioni amministrative, rispondono che non se ne parla, con il record negativo e imbarazzante della Valle d’Aosta (regione a statuto speciale, dove ancora oggi benzina e autostrade costano meno, e le tasse si trattengono internamente in virtù di “isolamento e difficoltà territoriale” veri forse 60 anni fa) che si dice pronta ad accogliere una sola persona. Una, su 50 per cui si era fatta la richiesta.

Non voglio entrare nella dinamica politica di questa faccenda, né tantomeno nel populismo che rischia di travolgerla, su entrambi i campi semantici: il buonismo facile dell’accoglienza senza se e senza ma (ma a spese altrui); l’intolleranza verso il diverso, il nero, il povero, quello che deve tornarsene a casa sua perché qui non c’è lavoro nemmeno per noi.
Le migrazioni sono cosa seria, e noi italiani lo sappiamo meglio di altri perché siamo sbarcati in mezzo mondo, portandoci il bene e il male: i Soprano con il loro boss mafioso di origini italiane hanno solo rinforzato un’idea di lungo corso tra gli americani.
E’ certo vero che nella massa di gente che arriva oggi da noi possono esserci delinquenti (la strategia di ogni dittatore, prima di collassare, è aprire le galere per nuocere a chi arriverà dopo di lui), lazzaroni, estremisti, approfittatori. Ma è certamente vero anche che ci sono migliaia e migliaia di disperati: siriani in fuga dalla guerra, eritrei e sudanesi in fuga dalle persecuzioni, somali in fuga dagli islamisti, e molto altro ancora. Sono persone che magari attraversano a piedi mezzo continente, con in braccio i figli e pochi stracci, lasciandosi alle spalle tutto quello che hanno; persone che sanno di poter morire in ogni momento del percorso, che vengono spesso derubate e rinchiuse in galere prima di salire su un guscio di noce sovraffollato e malconcio, timonato da malavitosi aguzzini. Che, lo fanno, comunque, perché a casa loro è peggio: restarci significa morire.
(Ho scritto qualche pezzo raccontando le loro storie, negli ultimi anni, e se non sapete di cosa parlo, se non conoscete vicende e itinerari, magari può essere interessante andare a ripescarli per farsi un’idea almeno un po’ più informata della questione “migranti”: chi sono i siriani in stazione centrale a Milano; i viaggi, i costi e il traffico di persone dall’Africa alla Sicilia).

E dunque, mentre leggevo del rifiuto dei governatori regionali, stamane ho pensato a come tutta questa vicenda sia – o possa essere – strettamente legata alla sharing economy e alle pratiche collaborative. Per due ragioni. La prima è banalmente numerica: anche se i toni son sempre catastrofici ed emergenziali, da gennaio a oggi sono arrivate in Italia 22.979 persone (dati Corsera). Anche sommandole a quelle arrivate l’anno scorso e che ancora non abbiamo “smaltito”, che sono cioè ancora nei centri di accoglienza, il numero è risibile per un Paese da 60 milioni di abitanti. Non lo è però ovviamente se se ne fanno carico solo tre Regioni, poche strutture, fatiscenti, al collasso. Non lo è se queste persone vengono alternativamente tenute semi-prigioniere nei centri, in attesa di capire che farne e come smistarle, o fatte scappare di proposito pur di alleggerire la pressione e la fatica sui centri.
I numeri però dicono anche un’altra cosa: dicono che 60 milioni di persone (24 milioni e mezzo di famiglie) possono certamente fare qualcosa per altre 23 mila. Possono ospitarle e nutrirle; possono inserirle nell’ecosistema dei propri bisogni. Esempi sparsi: le donne possono dare una mano in casa, accudire bambini, preparare da mangiare, gli uomini possono fare lavori più pesanti, aiutare a riparare elettrodomestici e automobili (tra i siriani gli ingegneri sono moltissimi); tutti possono fare la coda in posta, ritirare pacchi e pacchetti, sbrigare faccende quotidiane.
Direte, giustamente, che nessuno si mette in casa uno sconosciuto, magari islamista o delinquente, vai a fidarti, come si fa a sapere. Rispondo che almeno in parte si può sapere: alcuni arrivano coi passaporti (i siriani e gli iracheni tutti, praticamente); altri arrivano da Paesi dove le minoranze sono perseguitate, e probabilmente agli operatori del settore basta un mese di osservazione all’interno dei primi centri accoglienza per capire chi hanno di fronte.

Tutto sommato, però, non c’è nemmeno bisogno di metterli in casa. Gli albergatori potrebbero accettare di dar loro una camera (quelle che sono vuote, quando sono vuote), in cambio di lavoro. E, soprattutto, i Comuni potrebbero utilizzare questa massa mostruosa di manodopera per fare alcune cose vitali: pulire muri, strade, raccogliere rifiuti dalle spiagge, servire alla mensa dei poveri, assistere gli anziani, solo per nominare le prime cose alla rinfusa. Ovviamente un ipotetico censimento di capacità e competenze aiuterebbe a impiegare meglio le risorse. In cambio, i Comuni potrebbero allestire qualche sala di accoglienza, se non hanno affiliazioni con ostelli e altri centri di ristoro.
Prevengo le obiezioni. Prima, soltanto in ordine di comparsa: e chi ha i mezzi per fare il censimento?
Perché non farlo fare ai migranti stessi? Una volta allestita la macchina, potrebbero essere loro stessi a essere reimpiegati anche in questa maniera, con l’aiuto degli operatori del settore. Sono certa, sicura, sicurissima che molti – non dico tutti, ma molti – farebbero qualsiasi cosa pur di sentirsi parte di una collettività e non un problema sociale e mondiale da risolvere con il metodo dell’invecchiamento dentro comodi blocchi di cemento.
Obiezione numero due: ci sono già gli italiani senza lavoro, perché dovremmo occuparci dei migranti al loro posto? Qui la risposta è abbastanza semplice: e allora perché non prendersela con le associazioni di volontariato? Con le au pair? Con le banche del tempo?
Siamo tutti d’accordo che l’assistenza e l’aiuto a chi ha bisogno è importante: e allora cosa importa se a dare assistenza agli anziani sono i migranti, in cambio di ospitalità? Se gli proponessimo di sistemare gratis le strade toglieremmo lavoro agli italiani? Dubito, piuttosto forse allungheremo la vita agli italiani, considerando che in mancanza di fondi statali per le piccole opere (scuole incluse) finora continuiamo a usare strade che sono colabrodo e soffitti che crollano in testa ai bambini.
Magari se spendessimo meno per alimentare e tenere i migranti dentro ai centri di detenzione – ed ecco la seconda ragione per cui ho pensato alla sharing economy – potremmo destinare quel denaro alla riparazione delle scuole.
Già sento i mormorii. Non sto dicendo che sia facile: sto dicendo che è possibile. Che vale la pena provarci: sarebbe certamente molto più dignitoso per tutti. Sarebbe anche estremamente e tremendamente umano, una contaminazione virtuosa di esperienze, afflati, sentimenti ed emozioni.
Tear down that wall, Miss Italy (chi riconosce la citazione prende 100 punti simpatia)

 

Cirri, Zambotti e io

Piccolo spazio pubblicità.

Il 14 aprile, dopo aver ascoltato Caterpillar, potete venire alla libreria Centofiori di Milano (piazzale Dateo 5) per continuare ad ascoltare Sara Cirri e Massimo Zambotti che parlano di sharing economy, e di Mi Fido Di Te. Appuntamento alle ore 20.30
Tutto quanto va sotto il nome di promozione, lo so,  ma almeno promuoviamo una buona causa, la riscoperta di un approccio umano allo stare insieme, al fare affari, al vivere una città.
Vi aspettiamo.

MI FIDO DI TE MILANO 14.04.15