Baratto amministrativo, regole per l’uso

Lo hanno infilato nel decreto Sblocca Italia del 2014, tra concessioni edilizie e trivelle per l’estrazione del petrolio non proprio rassicuranti: il posto in cui meno te lo saresti aspettato. Ma il baratto amministrativo da allora esiste e inizia infine a essere una prospettiva concreta anche in Italia: tanto che giovedì 16 ottobre il comune di Massarosa (Lucca) organizza il primo convegno per parlarne. Utile per fare un po’ di chiarezza e per aiutare a tracciare la strada, per amministrazioni magari poco inclini a questi temi e cittadini con voglia di darsi da fare ma molto spaesati.
Se non sapete di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro. Il baratto amministrativo (art 24 del decreto legge n. 133 del 12.09.2014) è, in sostanza, la possibilità di fare lavoretti di pubblica utilità, in accordo col Comune e nelle forme da questo previste, in cambio di sconti su tasse o multe.
I cittadini possono per esempio compiere piccole opere di riqualificazione (dare il bianco nelle scuole), mantenere il verde pubblico, pulire muri imbrattati e via discorrendo: in cambio, l’amministrazione abbatte le tasse dovute (in misura proporzionale al lavoro svolto, va da sé) o cancella vecchie pendenze (per leggere una spiegazione dettagliata, a opera di giurista, che ha anche il pregio di valorizzare l’importanza del senso di cittadinanza e di comunità, andate qui).
Ogni Comune sceglie le modalità che ritiene idonee. Quello di Massarosa, capofila tra gli aderenti  nonché tra i primi a dotarsi di un Regolamento per la cittadinanza attiva, ha deciso di abbattere del 50% la tassa dei rifiuti a chi partecipa ad attività di volontariato civico: l’esperimento è partito già ne 2015, quindi a breve si vedranno i primi risultati. Di recente è arrivata anche l’amministrazione di Milano, che tra le grandi città è senza dubbio quella più attenta ai temi della sharing economy e affini: qui i vantaggi non sono sulle tasse future, ma su quanto si deve e non si è riusciti a pagare nel passato.
Ogni città, insomma, sta cercando la propria strada, con le specificità delle singole necessità e dei propri conti: è chiaro che un comune da 2 milioni di abitanti non può probabilmente lasciare che tutti barattino le proprie tasse con lavoretti, un po’ perché si abbatterebbero le entrate, un po’ perché l’entità dei lavoretti non sarebbe forse sufficiente a coprire la domanda.
L’importante, però, è che il tema entri nel dibattito e che si stabiliscano linee guida. Un po’ perché così si determina una nuova consapevolezza di cittadini, con effetti duraturi e capaci di modificare sul lungo periodo il nostro stare in un luogo (quel tipo di consapevolezza, per capirci, che fa venire la pelle d’oca quando qualcuno butta una carta per terra, e che spinge a fare la raccolta differenziata). E un po’ perché inizia a modificarsi (molto lentamente) il concetto stesso di denaro e di tributo, sostituito con un’attività dallo stesso valore ma altrimenti non monetizzata.
Sono concetti di lungo periodo, che vanno sottratti al battibecco politico e sostenuti con un dibattito profondo. Oggi si consumano in articolati mordi-e-fuggi sui quotidiani ma, in prospettiva, potrebbero cambiare le dinamiche del sentirsi cittadini e del rapporto con il governo degli spazi e della vita pubblica (tasse incluse).
Ammesso che si affronti un percorso, piuttosto lungo, e che nel frattempo le persone si informino e si muovano: il convegno di Massarosa – 22 mila anime molto attive – è un buon punto di partenza.

Airbnb in Lombardia: la prima legge sull’home sharing

Alla fine arrivò. Dopo Expo, anche se doveva nascere per facilitare l’ospitalità durante i giorni dell’esposizione universale. Ma comunque prima di qualsiasi altra regione italiana: è stata pubblicata il 1 ottobre sul bollettino ufficiale (Burl). La regione Lombardia ha steso la nuova legge del Turismo che inquadra anche i fenomeni dell’home sharing, cioè la possibilità di noleggiare casa propria per qualche giorno; Airbnb, come successo in altri Paesi del mondo, è stata coinvolta nella discussione e nella stesura delle regole.
La legge, per intenderci, è la stessa aspramente criticata perché penalizza gli albergatori che ospitano i migranti, ma qui ci limiteremo a parlare delle norme che regolano Airbnb e affini, tecnicamente e per quanto possibile finora.
HOME SHARING LEGALE. I punti fermi infatti sono tre o quattro, di cui il primo fondamentale: affittare temporaneamente la propria casa (ma anche un secondo immobile di cui si dispone, e persino un terzo) diventa legale. Nel testo, voleste mai leggerlo, si inserisce dunque la categoria dell’ospitalità non professionale: cioè noi che ci infiliamo un americano in casa quando siamo a Cuba, per dire.
Prima conseguenza: archiviamo felicemente le menate dei vicini che chiamano l’amministratore comunale perché «questo palazzo non è un albergo»,  visto che la legge è dalla nostra.
NON C’È (ANCORA) UNA DURATA. La formula, tuttavia, è oggi molto (troppo) generica: nessuno ha stabilito quanto duri il temporaneamente, né lo si farà con i decreti attuativi che devono ancora essere scritti. Semplicemente, dalle consuetudini (e dalle proteste, s’immagina) si determinerà la durata del “temporaneamente” (30 giorni? 60?), aprendo a successive modifiche della legge.
«In questo momento “storico” non ci si poteva spingere troppo in là con i dettagli, l’importante era stabilire una prima cornice normativa. Volevamo ottenere che la legge fosse aggiornata e l’abbiamo ottenuto», mi ha detto Matteo Stifanelli, il numero uno di Airbnb in Italia, con una certa soddisfazione.
OBBLIGO DI COMUNICAZIONE ALLE ISTITUZIONI. Il secondo punto è che sarà necessario comunicare al ministero dell’Interno (cioè alla questura) chi sono gli ospiti che arrivano; in teoria, l’obbligo esiste da sempre e per chiunque: se ti metti qualcuno in casa, lo devi dire allo Stato. Nella pratica non lo ha mai fatto quasi nessuno, spesso non lo fanno nemmeno i padroni di casa quando affittano per lungo periodo.
Dal Comune di Milano hanno fatto sapere che anche loro vogliono conoscere i nomi: quindi bisognerà dire chi sono gli ospiti a entrambe le istituzioni. Il come farlo è un punto cruciale: al momento, esistono delle pagine web per queste segnalazioni, ma funzionano solo per gli albergatori e similia. Come consentire ai non professionisti di comunicare i nomi degli ospiti senza perdersi in burocrazia non è chiaro. Airbnb sta lavorando per trovare una soluzione con la Regione: un’idea è consentire l’accesso a quella pagina web anche ai non professionisti (cioè ai suoi host), l’altra è creare una pagina ad hoc, magari linkata direttamente alla piattaforma o ben evidente nei siti di Comune e Regione. «Stiamo studiando le opzioni, la Regione si è impegnata a fare  un modulo facile, compilabile in pochi istanti dal web», mi ha garantito Stiffanelli.
PAGAMENTO TASSA DI SOGGIORNO. Una volta che l’home sharing esce dalla zona grigia, arriva con sé anche l’obbligo di pagare la tassa di soggiorno per i clienti (il che, dal mio punto di vista, è un’ottima notizia, come spiego in Mi fido di te). Se non sapete di cosa si tratta, calma e gesso: nel peggiore dei casi arriva a 5 euro, e in linea di massima sta sotto i 3. Nulla che distruggerà l’economicità di Airbnb, ma un considerevole gettito per una città come Milano, che magari con quei soldi potrà articolare nuovi servizi assai necessari.
In altre città del mondo – Parigi su tutte – Airbnb funziona come sostituto d’imposta: raccoglie cioè i soldi direttamente dai clienti, inserendo la voce “tassa di soggiorno” nel costo per la casa, e poi gira i soldi alle istituzioni. In Lombardia non è ancora chiaro come funzionerà, ma evidentemente si dovrà trovare una soluzione simile, altrimenti i soldi andranno persi: chi va a pagare una tassa che non sa nemmeno come pagare?
SI PARTE ENTRO FINE ANNO. Se in questo momento siete in Lombardia e avete un account su Airbnb il tutto può sembrare fantascienza: al momento sul sito non è cambiato nulla, né per chi è ospite né per chi affitta. I cambiamenti dovrebbero essere operativi entro fine anno, e Airbnb manderà certamente informazioni ai suoi iscritti con i dettagli.
Se tutto va bene, altri posti seguiranno. Il Turismo in Italia è una materia regolata da leggi regionali, e quindi bisogna trattare con ogni regione separatamente. Non tutti i consigli sono ugualmente aperti e disponibili. «In Toscana siamo a buon punto: Firenze vorrebbe fare come Milano. Anche a Venezia abbiamo già parlato con numerosi assessori, ora tocca aprire il dibattito con la Regione», mi ha detto Stiffanelli. Il posto più incasinato, come spesso succede, è Roma: «Stiamo lavorando sul Lazio; A Roma sono cambiati tre assessori al turismo nel giro di pochissimo, ma il nuovo assessore pare avere vedute più ampie».
BISOGNA PAGARE LE TASSE. Non detto, ma esplicito, è che con la nuova legge arriverà anche l’obbligo di pagare le tasse sul reddito prodotto: una volta che si ammette di aver affittato casa a qualcuno, è più probabile che l’erario vada a suonare il campanello a coloro che non dichiarano i proventi. Airbnb, tuttavia, garantisce che non farà da delatore: «Non ci sarà alcuno scambio di dati con comune e regione, tanto è già tutto visibile. Ma è ovvio che i singoli devono prendersi la responsabilità di dare al fisco quando dovuto».
In compenso, ora che finalmente c’è una legge, ci potranno essere iniziative congiunte: magari, chissà, anche in favore di senzatetto e migranti.

La sharing economy è morta?

Negli ultimi 20 giorni ho ricevuto tre richieste su Airbnb che avrebbero potuto mettermi in tasca un bel po’ di soldi. La prima arrivava da un ragazzo che si stava trasferendo a Milano e voleva un posto per tre mesi: invece che trovarsi una stanza con studenti o prendere qualcosa di suo, cercava una soluzione sulla piattaforma. Poi è stata la volta di un professionista che doveva fermarsi 5 settimane, non aveva voglia di un albergo ed evidentemente si era mosso un po’ in ritardo: la richiesta di alloggio partiva già dal giorno successivo. Infine, mi ha scritto una tizia che aveva chiaro quando sarebbe arrivata – dopo una settimana – ma non quando se ne sarebbe andata: forse due mesi, magari tre.
Con irritazione crescente, e nonostante il ricavato sarebbe stato superiore al costo del mio affitto, a tutti ho risposto che non ero la persona per loro: nella casa pubblicata sul sito, infatti, io ci vivo, e non posso semplicemente andarmene per tre mesi, o da un momento all’altro. Airbnb per me funziona ancora con lo spirito con il quale è nato: utilizzare un’eventuale stanza in più per ricavarci qualcosa di quando in quando, oppure riempire la casa quando sono via per lavoro o per vacanza. Due, tre settimane all’anno.
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Tuttavia, l’aumento delle richieste di questo tipo certifica una cosa su cui si discute già da un po’ (purtroppo non nei luoghi che sarebbero deputati a farlo, ossia quelli che dovrebbero legiferare in merito): dopo aver sostituito gli alberghi, Airbnb e simili sono diventati (anche) un mercato prolifico per seconde o terze case, nonché per affittacamere improvvisati e bed and breakfast. Airbnb cioè non è più soltanto un modo intelligente per arrotondare i conti, ma un’alternativa a un mercato che già esiste ed è regolamentato rigidamente, come quello degli affitti di medio e lungo periodo. Con vantaggi evidenti: al posto delle tasse e delle spese dovute quando si affitta regolarmente, scegliendo un ospite online il guadagno è tutto netto, e tutto nero.
I problemi però sono altrettanto evidenti: non solo per gli effetti distorsivi sul mercato “primario” degli affitti, ma anche sulla natura stessa del servizio Airbnb e della famiglia cui appartiene, quella della sharing economy.

Non che la sharing economy abbia mai avuto una definizione chiara e univoca: esperienze e servizi molto diversi, nelle intenzioni e nei mezzi, come il baratto online e UberPop, sono assimilati in effetti soltanto dal fatto che sfuggono a definizioni precise. Tuttavia, il termine ombrello sharing economy – forse necessario a rendere il fenomeno mainstream – ha sempre portato con sé un certo numero di elementi: la sensibilità ambientale, la predisposizione per il riuso e contro gli sprechi, la volontà di creare interazioni, modelli e strutture dal basso, la redistribuzione economica (anche attraverso la disintermediazione), l’uso efficiente di risorse e competenze altrimenti non valorizzate. Il tutto con l’aiuto della tecnologia, che rende le relazioni immediate e le transazioni molto facili.
Di questo paniere di caratteristiche, nel nuovo modello Airbnb ne sopravvivono poche. E comunque stanno sfumando sullo sfondo. L’anno scorso il sito ha anche introdotto una funzione “Prenota immediatamente”, che serve a evitare di dover chiedere preventivamente al proprietario se la casa è disponibile: gli host che attivano la funzione, sostanzialmente, possono ricevere ospiti anche con un preavviso di un’ora. Bisogna esplicitare che quasi certamente se ti puoi permettere di affittare un appartamento da un’ora all’altra non è quello in cui vivi?
Negli Stati Uniti – dove Uber pop, che lì si chiama Uber X, va alla grande – un tribunale della California ha stabilito un precedente importante, accogliendo la richiesta di un autista che guidava parecchie ore al giorno e chiedeva di essere inquadrato come un dipendente della società.
Le cose sono in realtà più complesse di come appaiono (gli autisti scelgono loro se e quando guidare: un dipendente se lo può permettere?), ma portano a una definizione nuova: molti dei campioni della (fu) sharing economy, oggi sono semplicemente campioni della on demand economy. Fanno parte di un nuovo set di servizi che permette di trovare immediatamente quello che serve, normalmente su una App, rivolgendosi perlopiù a privati (le società fanno solo da intermediazione): puoi prenotare una macchina, una casa, una babysitter (Le Cicogne) o persino qualche ora di tempo di qualcuno perché ti faccia le commissioni (Task Rabbit), con quattro o cinque clic. Servizi che funzionano magnificamente, spesso; ma che della collaborazione e condivisione come motore di sviluppo, umano ed economico, conservano poco.
Signfica dunque che la sharing economy è morta? No, affatto.
Ma c’è stato uno spostamento, io credo.
Non perché, come qualcuno dice, alcuni dei suoi esponenti più famosi abbiano trovato delle formule magiche per fare soldi.
L’idea che l’economia collaborativa avrebbe infine sovvertito il capitalismo è sempre stata estremamente naïve: tutt’al più si tratta di cambiarne alcuni meccanismi, il che è peraltro assolutamente necessario alla sua (e nostra) preservazione. In questo senso l’esempio perfetto è BlaBlaCar: chi mai potrebbe dire che un servizio che consente di togliere macchine dalle strade, inquinare meno, spendere meno e socializzare non risponda alle caratteristiche della sharing economy?
Il punto dirimente di ciò che si definisce sharing, o collaborativo, è invece il coinvolgimento dei singoli, la natura del contributo che loro si chiede, la capacità di ridefinire dei modelli socio-economici.
Ho in mente tre esempi che magari aiutano a chiarire le cose. Il primo è Oxway, la piattaforma dell’intelligenza collettiva nata in Italia. Su Oxway aziende, istituzioni, enti possono pubblicare dei challenge, delle sfide, chiedendo agli utenti di aiutare a risolverli. Il sottotesto è che molte persone, con background diversi, apportano idee più fresche e più nuove di poche persone “monoconcentrate”, e magari vincolate a schemi, procedure, rapporti.
Il Milano Film Festival, per esempio, ha chiesto suggerimenti su come rinnovare la propria organizzazione: chi partecipava al challenge riceveva un premio di qualche tipo (in stile Kickstarter), e chi aveva portato le idee migliori veniva invitato a sedere nella giuria del Festival.
TimeRepublik, di cui qui abbiamo già parlato, è una banca del tempo digitale: ci si iscrive elencando le proprie competenze, ossia l’aiuto che si potrebbe dare agli altri. Man mano che si fanno cose per altri il proprio borsellino virtuale di minuti va riempiendosi, e quel capitale accumulato si può usare per “pagare” altre cose. Io, per esempio, do una mano con le traduzioni in inglese e leggo testi di aspiranti scrittori; il tempo guadagnato l’ho speso invece in modo concretissimo: per “pagare” una persona che è venuta ad aggiustarmi il forno e altri che mi fanno dei massaggi alla schiena.
Il terzo esempio, infine, è Sherwood, una piattaforma appena nata in cui si può prendere a noleggio da altri materiale per escursioni, campeggio e gite: dalle tende alle bici. Magari cercandola direttamente nel luogo di destinazione, così è più comodo.
Questo per quello che riguarda il ricco mondo digitale. Esistono poi decine di esprimenti non digitali, forse ancora più numerosi e di successo. Si parte dalle Social Street (quella di via Fondazza è finita sul NyTimes di recente) e si arriva alle associazioni di cittadini che rimettono mano al verde pubblico abbandonato; ci sono gli esperimenti di amministrazione collettiva del bene pubblico e i privati che si reinventano guide turistiche o chef nel tempo libero, con progetti artigianali.

Avranno successo? Chissà. Non è detto che tutte le idee decollino, o che si creino colossi à la Airbnb. Ma questo non ha per forza a che vedere con la vita o la morte della sharing economy.
Piuttosto ha a che vedere con il tasso naturale di mortalità delle start up (altissimo), la fortuna, la bontà dell’idee, gli investimenti su piattaforme tecnologiche facili da usare e immediate, il sapersi proporre nel modo giusto e la cultura “umana” in cui ci si propone. Nell’unico sito di scambio oggetti italiano si offrono in permuta servizi da caffè del Mesozoico e immaginette della Madonna: chi si sorprende che non vadano via come il pane? Nel corrispettivo americano (Yerdle), che ha subito stretto una partnership con un po’ di aziende per fornire loro una specie di mercato dell’usato, si trovano iPad semi nuovi.
Quando gli italiani saranno disposti a barattare cose proprie che loro realmente hanno desiderato, allora magari questi siti di scambio decolleranno.
Anche in America d’altronde molti siti sono falliti; ma, appunto, è fisiologico. Stiamo parlando di una cultura del cambiamento: non arriva nottetempo, va costruita, va resa facile, deve rispondere a esigenze reali.
Airbnb ha sfondato anche perché raccoglieva l’esigenza della due parti, e poi ha saputo costruire una narrazione sopra al tema “condivisione”, aiutando a sdoganare il tema della fiducia e dell’apertura all’altro.
L’errore, dal mio punto di vista, è stato poi diventare soltanto un business. Un errore al quale peraltro si potrebbe rimediare: se il governo fissasse dei paletti per Airbnb, come hanno fatto ad Amsterdam e a San Francisco indicando un numero massimo di giorni in cui si può affittare, la piattaforma non potrebbe più essere un mercato secondario poco pulito. Non tornerebbe automaticamente “sharing”, ma quantomeno si indicherebbe la strada. Anche a beneficio di altre piattaforme.

Update (25 settembre 2015): Il 21 settembre, la Lombardia è stata la prima regione italiana a stabilire di fatto la legalità dell’home sharing (Airbnb e soci). Anche se non penso che sia legge migliore del mondo, e anche se ci sono parecchie cose ancora da stabilire, il primo passo è fatto. E questa è un’ottima notizia.
Mi sono soffermata a leggere i comunicati con cui Airbnb annuncia ai suoi membri i cambiamenti (qui, per esempio) e, dopo aver elencato tutte le cose che non vanno, credo che sia giusto invece sottolineare il tono di cooperazione con le autorità che la piattaforma ha sempre tenuto, a differenza di Uber.

Il che restituisce un concetto già espresso più volte, e sempre più importante: per conservare la sharing economy, e ampliarne le possibilità, il pallino è nelle mani dei governi, cui tocca stabilire le regole e i paletti, a beneficio dell’intera collettività. 

Benvenuto, rifugiato

Se un paragone può aiutare a capire, qualcuno ha usato quello con Airbnb. Solo che Flüchtlinge willkommen (Benvenuto rifugiato) non serve ai vacanzieri bensì ai richiedenti asilo. Nonché alle amministrazioni che aiuta in modo discreto.
Sul sito, creato in Germania già alla fine del 2014, ma diventato famoso solo con la crisi nella gestione dei migranti di questa disgraziata estate, i cittadini possono elencare gli spazi che hanno disponibili per accogliere i richiedenti asilo. L’associazione si preoccupa poi di far combaciare i profughi stessi con gli spazi disponibili.
In Germania finora sono stati “collocati” 96 rifugiati; in Austria, dove l’iniziativa è decollata a inizio 2015, sono stati trovati altri 81 posti. Possono sembrare pochi, ma considerando che si tratta di un movimento spontaneo pressoché sconosciuto alla massa, sono invece parecchi.
L’ospitalità non deve essere eterna: a volta si tratta di qualche settimana, altre di qualche mese.
Chi ha aperto le proprie case agli ospiti in Germania riceve un contribuito dalle amministrazioni dei Lander (le regioni), anche se l’iniziativa non è sponsorizzata né riconosciuta come ufficiale dalle istituzioni. Anche per questo, l’associazione Flüchtlinge willkommen raccoglie donazioni, e anche un contributo minimo può essere d’aiuto: sul sito ci sono le coordinate bancarie.
Ispirati dai tedeschi, gruppi gemelli stanno nascendo in altri Paesi, Italia inclusa. I lavori sono ancora in corso (e io ho chiesto di farne parte) e passano attraverso questioni burocratiche parecchio farraginose. Ma la speranza, come ci hanno insegnato i migranti, è davvero l’ultima a morire.

Airbnb, i commenti e l’articolo su D di Repubblica

Il problema dei giornali, come sanno tutti i giornalisti, a partire da chi scrive, è che vivono di fenomeni e fenomenalismi.
Il problema della sharing economy, come sanno tutti quelle che se ne occupano, a partire da chi scrive, è che spinge verso la partigianeria: per scansare le banalità altrui, tocca involontariamente fare la parte degli sponsor.
Prendete per esempio l’articolo uscito sabato su D di Repubblica dal titolo Questa casa è un inferno (non c’è sul web, purtroppo, o per fortuna); argomento Airbnb e le – trascrivo – «scene di pubblica guerriglia quotidiana online dalle pagine di Airbnb».
L’articolo riporta banalità sparse, a prescindere da come la si pensi sulla piattaforma. Il senso del pezzo è che può capitare di finire in una casa che non piace, troppo rumorosa, non esattamente rispondente alla descrizione sul sito o in cui capita di dover condividere il bagno con qualcuno (ma dai!). Questo insieme di cose configura l’inferno del titolo del pezzo, reso palpabile dalla presunta guerriglia via commenti. Fino ad arrivare a dire che «delle recensioni su Internet ci si può fidare poco in generale e pare che quelle su Airbnb non facciano eccezione», perché (sempre testualmente) «pare che non solo chi offre il servizio, ma anche l’ospite pagante viene recensito: dunque se commenta negativamente può provocare la reazione del proprietario , che può criticare a sua volta pubblicamente le sue mancanze rendendogli la vita difficile dopo per trovare un alloggio».
Per smontare l’idiozia, probabilmente, basta partire da quel «pare»: uno che lo usa ammette in partenza di non avere la certezza di quello che sta per dire, e cioè di non avere provato il servizio, né di essersi sufficientemente informato su come funziona. Proprio per evitare quel tipo di problema, infatti, su Airbnb le recensioni si scrivono simultaneamente e si pubblicano soltanto quando entrambe sono state scritte, senza che l’uno sappia il contenuto di quella dell’altro: non funziona che l’ospite pubblica un commento e allora il padrone ne scrive uno su di lui. Se dopo 15 giorni una delle due parti ha deciso di non commentare, allora il commento dell’altra (ammesso che ne abbia fornito uno) viene reso visibile, ma a quel punto il primo non può più scrivere nulla.
Si può invece rispondere al commento dell’altro (un po’ come i reply su Facebook), ma la risposta non si visualizza sul profilo dell’utente, cioè non entra a far parte della famosa reputazione online. Quindi, tutta la tesi dell’articolista è sbagliata in partenza.
Assodato dunque che l’estensore dell’articolo non conosce sufficientemente ciò di cui parla, la contestazione stessa da cui parte è ridicola. Chiunque abbia familiarità con Airbnb sa infatti benissimo due cose. La prima è che basta leggere i commenti per capire di che tipo di casa si tratti, anche quando non sono troppo espliciti (a me una volta hanno scritto che le scale per arrivare all’appartamento erano troppe e che il letto era troppo piccolo per definirlo matrimoniale: se siete americani, abituati ai king size bed, questo è sufficiente per capire che nel mio spazio non starete comodi). La seconda  è che gli insulti sono una rarità: io, personalmente non ne ho mai visto uno, ma può anche essere che alcuni ci siano e sfuggano ai controllori di Airbnb. Di sicuro, tuttavia, si tratta di pochissima roba, quasi zero: nel mio entourage, in cui quasi chiunque usa Airbnb, nessuno ha mai letto un insulto.
«Infine c’è chi racconta di commenti negativi cancellati», scrive per concludere il giornalista, con la solita vaghezza di chi non sa bene di cosa si parla, ma la butta lì per alimentare il fenomenalismo, sperando che i lettori ne sappiano meno di lui. Ma è un altro errore:  i commenti non si cancellano, lo sanno tutti quelli che hanno un account. Fanno parte del gioco.
Il punto, intendiamoci, non è che su Airbnb non si possano fare esperienze sgradevoli.
L’articolo accenna a una coppia che ha affittato la casa e l’ha ritrovata molto danneggiata (una coppia su 1 milione di alloggi disponibili, appunto), ma dimentica di dire che esiste un’assicurazione che copre fino a 1 milione di dollari.
Le esperienze negative infatti non sono queste, che sono eccezioni, più uniche che rare. I problemi comuni esistono (come, peraltro, esistono quando si va in bed and breakfast e in albergo). L’anno scorso, per esempio, a Los Angeles sono stata in una casa di russi così sporca e malconcia che penso di aver preso le cimici del letto e di essermele riportate in Italia. La recensione che ho fatto a quell’appartamento la trovate su Internet, se volete cercarla, e state tranquilli che chi ha valutato la casa dopo di me si è ben guardato dal metterci piede.
Un’amica si è trovata in Giappone in una stanza singola con sei materassini buttati per terra e condizioni igieniche pessime: ha fatto l’errore di lasciare un commento in italiano, consentendo solo gli italiani di evitare di finirci dentro (lo ha però segnalato anche ai gestori del sito, che se accumulano qualche recensione negativa possono decidere di intervenire).
Se si volesse davvero parlare di Airbnb si potrebbe aprire qualche domanda su questa policy, per esempio: quanti commenti negativi ci vogliono perché una casa venga tolta dal sito? O magari si potrebbe parlare della questione fiscale: dove finiscono i soldi che la gente incassa con Airbnb, e dove paga le tasse l’azienda? Si potrebbe criticare il fatto che viene usata spesso per mettere seconde case con affittivi continuativi, distorcendo il mercato immobiliare e causando grossi problemi alle città. E si potrebbe sottolineare quanto è necessario regolamentare il fenomeno per evitare di accentuare la gentrificazione di alcuni quartieri, e le storture degli affitti.
L’articolo su D di Repubblica, invece, taglia secco su tutte questioni, che sono rilevanti a ogni livello, dal micro al macroeconomico. E si dedica alla consueta arte del fenomenismo: dopo aver scritto decine di pezzi della categoria «Che figata Airbnb», ora siamo alla fase «Forse Airbnb non è poi così figo», e pur di tenere insieme titolo e sommario si usa qualsiasi spiegazione disponibile, ancorché sbagliata o non esatta. Con la presunzione però di non fare un articolo di colore (che potrebbe starci: una raccolta delle peggiori esperienze su Airbnb la gente se la legge al volo), bensì di fare informazione.
Che dire, allora? Forse basta ricordare che l’informazione dovrebbe servire a capire come affrontare un colosso del capitalismo globale vestito di redistribuzione; un colosso che vale poco meno del principale gruppo bancario italiano (oggi Intesa Sanpaolo vale 55 miliardi di euro; Airbnb, che non è quotata, è valutata 50 miliardi di dollari); un colosso che potrebbe portare all’erario introiti, e nuova vita alle comunità.
Invece si procede per Pare e Si racconta – cose non vere, oltretutto. E quindi capite perché tocca arrabbiarsi con il giornalismo, e avere un po’ più simpatia per Airbnb.

P.S. A proposito di esperienze di colore su Airbnb, qui una storia (involontariamente) esilarante dal Daily Mail

Due o tre cose sulla Grecia e sull’Europa

Oggi parliamo di Grecia. Parliamo di Grecia anche se non c’entra con la sharing economy, la collaborazione e il nostro solito tentativo di guardare le cose dalla parte buona (pur ricordandoci che c’è una parte per nulla buona: credere alle potenzialità del cambiamento non significa essere ingenui: al limite coraggiosi).
Parliamo di Grecia perché è una settimana che una serie di cose mi girano per la testa, e oggi più vorticosamente. Siccome ce ne sono tante da dire parto dal fondo, cioè dal fastidio. Quello che provo intensamente nel vedere trasformata una questione che ha impattato, impatta e impatterà profondamente sulla vita di milioni di persone in una serie di battute e gag su Twitter, con un ampio spettro di varianti: dai simpaticoni fine a se stessi a quelli che regolano conti interni, politici e giornalisti, soprattutto; dagli urlatori che han sempre qualcosa da dire a quelli che noi lavoriamo e voi no, e via discorrendo.
Temo di non potere sottrarre totalmente nemmeno me stessa alla conta di questi pirloni da Twitter: è un gioco in cui si cade facilmente. A mia parziale discolpa, posso dire che certamente ho provato a ragionare (detto che il mezzo è quello che è, ed è un mezzo per condividere: il ragionamento arriva dopo, se uno ha voglia di farlo). Riconosco, comunque, che forse tutti potrebbero dire lo stesso di sé, ma io quello che si impegna a mostrare che oggi Varoufakis è in costume da bagno a casa sua, e prova a spacciarlo per informazione politica, non lo posso tollerare.

Poi, ovviamente, c’è la sostanza del discorso, che è molto lontana da quanto sopra. Si articola in almeno tre aspetti: uno economico, uno politico, uno di idealismo e visione strategica.

L’economia, qui, è la questione più bistrattata. E per capirlo basta dire un paio di cose. Nel 2010, al tempo del primo salvataggio – buffa parola, per un Paese che ha perso il 25% della ricchezza nazionale in cinque anni, dove un adulto su quattro e un giovane su due non ha lavoro – il debito di Atene si aggirava intorno ai 300 miliardi di euro.
La crisi greca ha causato tre anni (almeno) di terremoto europeo, con recessioni gravissime (l’Italia ne esce, forse, solo ora), decine di milioni di disoccupati, tre Paesi sull’orlo del baratro e uno sempre appeso – Spagna, Portogallo e Irlanda da un lato, noi dall’altro. Gli speculatori hanno incendiato i mercati, dando il colpo di grazia alle finanze pubbliche, e alle banche. I tassi di interessi vertiginosi hanno eroso i margini di manovra dei Paesi, e reso insostenibili i conti.
Sono state varate riforme – alcune, anche in Italia, importantissime – ma intanto il Prodotto interno lordo sprofondava, le aziende chiudevano, i mercati azionari bruciavano il risparmio della gente, qualche fondo si arricchiva allegramente, parecchie famiglie assaggiavano il sapore della disperazione.
Non so se esiste un conteggio su quanto siano costati effettivamente questi anni, ma ne dubito: credo che sia impossibile calcolare il danno dell’avere decine di milioni di persone improduttive, bloccate anche quando potrebbero fare e contribuire allo sviluppo della nazione o del mondo. Si potrebbero calcolare le perdite di Pil e delle borse – questo qualcuno l’avrà fatto, non ce l’ho sottomano – ma non c’è dubbio, nemmeno il più piccolo e sottile, che la cifra complessiva sia probabilmente 1.000 volte più grande dell’ammontare del debito ellenico.
Se l’economia fosse davvero contata, avrebbero cancellato il debito – come peraltro si fece con la Germania al tempo della riunificazione, quando si sbianchettò la clausola siglata nel 1953 che prevedeva che se Berlino si fosse mai riunita la DDR avrebbe dovuto pagare i propri creditori.
Ovviamente, non sarebbe stato un gesto di generosità fine a se stessa: si poteva fare a fronte dell’imposizione di riforme davvero radicali e strutturali. Che, a quel punto, l’Europa avrebbe avuto tutto il diritto di pretendere e monitorare.
Invece no: non lo si è fatto allora e non li è fatto nemmeno oggi, nonostante una pletora di Nobel, docenti e analisi, inclusi gli stessi membri del Fondo monetario internazionale, abbiano specificato che senza un taglio del debito è impossibile far ripartire il Paese (cosa, peraltro, vera anche in Italia: banalmente non ci sono i margini per una politica fiscale necessaria quanto l’aria).
Quindi la prima cosa che si deve ripensare è la storiella che le scelte fatte siano state dettate da ragioni economiche, legate al denaro corrente: non è andata così. In questa partita pessima c’abbiamo perso tutti, anche in fatto di soldi. Almeno sia chiaro questo punto dirimente.

Restano poi le questione politiche. Di equilibri e di visione.
Io non penso che la Merkel sia il demonio, o che sia nazista. Penso che certamente non sia una persona aperta di vedute e flessibile. Penso che sia una persona che ha fatto sopravanzare gli interessi nazionali, anche i peggiori (il salvataggio delle banche tedesche, gli interessi chiesti alla Grecia sul primo prestito bilaterale fatto nel 2010), a quelli europei.
Penso, soprattutto, che lei – e con lei altri – non siano stati capaci di sedersi e riconoscere un errore macroscopico, certificato nero su bianco persino dalle autorità monetarie internazionali (è stato l’Fmi a far circolare un documento che ammetteva che con la Grecia era stato sbagliato tutto). Prima, hanno sbagliato peccando in pochezza (e in memoria corta). Poi, hanno peccato in orgoglio. Infine, quando si son trovati davanti Tsipras e Varoufakis, han deciso che in quanto populisti, marxisti, neofiti, eccetera, non c’era nulla da fare se non ignorarli e continuare sulla stessa strada di sempre, senza alcuna revisione dei piani.
Tsipras e Varoufakis hanno fatto moltissimi errori; le ultime ore del premier, con il penoso accordo firmato oggi, parlano da sole. Il primo errore è stato fare promesse non mantenibili (non tutte, almeno) in campagna elettorale: un peccato originario difficile da cancellare. Tsipras e il suo ex ministro delle Finanze, inoltre, non hanno mai ammesso con sufficiente chiarezza quanto profondamente andasse riformato il tessuto produttivo, amministrativo e fiscale ellenico, inefficiente, insostenibile e clientelare.
Detto questo, credo che nei mesi scorsi non abbiano davvero avuto molte possibilità di cambiare le cose in Europa; un po’ perché non c’è stato tempo, un po’ perché mi pare verosimile la versione di Varoufakis: ha raccontato di essere andato per mesi ai meeting europei, dove proponeva delle cose e gli altri rispondevano come se non avesse parlato.
Riesco a credergli senza troppi sforzi, specie considerando che per mesi l’intera stampa europea si è concentrata sulle sue camicie di marca fuori dai pantaloni e sulla sua motocicletta (uno stratega più fine magari si sarebbe messo in abito sartoriale e cravatta Marinella, ma per cortesia, di cosa stiamo parlando?).
Tuttavia, anche ammesso che Tsipras e Varoufakis fossero due dementi totali, incapaci e fuori della realtà, resta una domanda: perché gli altri 20 capoccia della Ue non sono stati capaci di essere migliori di loro? Di ascoltare, se non le loro parole, i dati economici, le analisi dei docenti internazionali, i report del Fondo e le richieste che arrivavano da altri leader europei (incluso Renzi), presenti e passati? Perché, essendo chiare le esigenze della Grecia ed evidente la frustrazione del suo popolo, non sono stati i leader europei a dire: Abbiamo sbagliato, proviamo a fare diversamente?
Chi è che ha giocato più col fuoco e con le chiappe degli altri: loro o Tsipras che ha provato il tutto per tutto?
Io, onestamente, non sarei così certa della risposta. Quando poi si dice che Tsipras è stato il solo a mettere nelle mani del popolo una scelta così cruciale per il destino dell’Europa, non ci si dimentica forse di quando i francesi bocciarono per referendum la Costituzione europea nel 2005? Forse, se ci fosse stata, avremmo avuto anche gli eurobond e una politica fiscale comune. E certe cose non sarebbero successe.

Da cui, per chiudere, l’ultimo punto: quello della visione. Quelli che oggi ridacchiano su Tsipras incapace – e magari è vero – sembrano non capire che il ribaltamento delle carte in Grecia poteva essere l’occasione per ripensare all’Europa, in due modi: dandole un senso, o decretando che era finita. Stabilendo un vero principio di sussidiarietà e un processo di revisione strutturale e fiscale, oppure ammettendo che è impossibile, perché abbiamo fatto l’euro senza fare l’Europa, e ora è impossibile armonizzare i sistemi produttivi, fiscali, pensionistici eccetera.
Non so quale fosse la scelta giusta, ma so che si è scelto di non farne alcuna, bensì di andare avanti facendo finta di nulla. E giocando a scaricabarile: se la Grecia non riuscirà a varare tutte le riforme in tre giorni, allora non sarà erogato alcun aiuto. Come dire che sarà Atene – nel caso in cui non dovesse varare le riforme in un tempo pressoché impossibile –  a prendersi la responsabilità del default e dalla probabile uscita dall’euro, un baratro sul quale è stata quantomeno sospinta.
A casa mia questo si chiama giocare sporco. Oltre che non avere alcuna capacità di visione.

 

La combriccola del tetto di Milano

Ci sono almeno tre cose di cui vale la pena di parlare (quattro se si include me, e Mi fido di te, che siamo i pretesti).
La prima è la combriccola: quelli che sognano la biblioteca virtuale più grande del mondo e quelli che la fanno nel quartiere; quelli che hanno trasformato per sempre il nostro modo di spostarci vincendo paure ataviche e quelli che stanno provando a farlo in città, quelli che danno un senso alla frase “accesso al posto del possesso” e quelli che offrono le idee, gli spazi, i libri, le connessioni. Tutti insieme, per una volta, a raccontare di come hanno fatto e di cosa si può fare. Campandoci, ovviamente: ché – giova ricordarlo considerato che il rischio è apparire freakketoni naïve – tutto è business, ma anche nel business c’è quello meglio e quello peggio.

La seconda è la location: il tetto del SuperStudio di via Tortona, già emblema della Milano che non deve chiedere mai, tutta set fotografici (anzi, shooting) e agenzie e ristoranti vegan-bio-gluten free di bianco smaltati, riconvertiti nel terzo paradiso di Pistoletto dai ragazzi di NovaCivitas. Un posto da esportazione: nella Milano meno smaltata, va da sé.

Poi c’è Adriano Solidoro, che il giorno in cui l’ho tirato su con Blablacar non avrei potuto immaginare dotato di pensieri così brillanti, cervello così funzionante, acume così disinvolto. E’ un docente universitario (e questo da solo forse basterebbe a smentire alcuni miti sulla sharing economy appannaggio di ragazzini che cercano di risparmiare), si occupa di sociologia del lavoro, innovazione e formazione e sviluppo: tutte cose che a metterle in fila così pensi a un parruccone noioso e plasticoso, ma è colpa di come in Italia le parole si usano spesso a vanvera svuotandole di senso e rimandando invece a luoghi comuni e stereotipi.
Adriano, comunque, fa da moderatore alla serata.

Infine ci sono io, questo libricino che ho scritto, un po’ di pensieri sulla sharing economy, sui cittadini, sui consumatori, sulle relazioni e sulle imprese, che poi riporteremo anche qui sopra. L’intento è sfondare il tetto di vetro, uscire dal recinto. Quando si parla di questi temi da un lato ci sono i profeti del cambiamento, velati di ingenuità, e dall’altra le aziende che vogliono disperatamente sfondare. Mettiamo insieme tutto, con realismo, per capire dove si può andare.

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Lo spettacolo della condivisione

Sant’Arcangelo di Romagna è un paesino a due passi dall’Adriatico, arroccato su colline di una morbidezza accogliente che ricorda la gente della zona. Mi è capitato spesso di finire da quella parti a dormire dopo nottate passate a rimbalzare in Riviera tra feste in spiaggia e bagni, annaffiati da parecchia birra ovviamente – erano anni eroici, del resto, in cui capitava di avere idee brillanti come un bagno di mezzanotte lasciando incustoditi vestiti e borse, salvo riemergere dalla Laguna blu scoprendo che ti avevo rubato persino i pantaloni, una condizione in cui non è facilissimo tornare a casa, né tantomeno presentarsi alla polizia per denunciare il furto.
Sto divagando, comunque: era per dire che quando in effetti riuscivi a tornarci a Sant’Arcangelo (o a Bertinoro, o in altri posti in zona) si stava benissimo, immersi in una quiete punteggiata di piadine fragranti alte un centimetro che donano la pace dei sensi.
Ho scoperto però che c’è un’altra ragione per andare a Sant’Arcangelo ed è il Festival internazionale del teatro in piazza, che già nel nome evoca cose belle, in programma dal 10 al 19 luglio.
Non conosco la manifestazione perché non ci sono mai stata, ma me ne hanno parlato. E in particolare mi hanno raccontato la storia di Veridiana Zurita, brasiliana di San Paolo che vive a Bruxelles e da qualche tempo lavora su spettacoli che nascono dalla condivisione: in senso letterale.
L’idea è buffa e ricca di spunti – a New York nei primi anni ’70 sarebbe stata una specie di routine della Factory warholiana. Veridiana (32 anni), infatti, chiede alle famiglie del posto in cui dovrà esibirsi di ospitarla qualche giorno prima dello spettacolo. Entra nella loro routine, fa cose con loro, utilizza i loro oggetti e per ripagare dell’ospitalità la sera cucina per loro. Poi arriva il momento dello spettacolo e lei cosa mette in scena? Quello di cui si è appena nutrita, cioè la vita di quelle famiglie, la loro esperienza insieme e le relazioni tra ospiti e stranieri, in una performance che è una restituzione quasi antropologica. Che, immagino, per la famiglia deve essere un po’ imbarazzante, ma certo anche molto incuriosente: l’artista sta parlando proprio di te.  Di come sei. Di come stai con gli altri. Di come stai nella tua casa.
Ogni volta che tu mi apri la porta, mi concentro per creare in me uno svuotamento e lasciarti spazio. E così ci incontreremo di nuovo. L’imbarazzo di non sapere nulla l’uno dell’altro mentre ceniamo nella tua cucina e l’intimità dello spazio domestico sono in scontro. In questo momento, che di solito non si può trattenere per troppo tempo, qualcosa di reale sembra accadere”, spiega Veridiana ai suoi potenziali ospiti.
Chi vuole averla intorno è ancora in tempo per farlo: tutte le istruzioni si trovano nei link che vi ho messo.

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My Foody e le navi rompighiaccio della sharing

Ci sono in giro due tipi di idee: quelle che vorresti averle avute tu, e quelle che vorresti averle avute tu ma sono talmente buone che va bene anche se le ha avute un altro. My Foody, per me, rientra nella seconda categoria.
Funziona così. Gli inventori della piattaforma stringono accordi con negozi e supermercati affinché, al posto di finire nella spazzatura, i prodotti in scadenza vadano sul loro sito internet, a prezzo scontato: ogni utente può quindi controllare cosa c’è a disposizione nella propria zona, verificare il prezzo, pre-ordinarlo e poi passarlo a ritirare in negozio.

 

 

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Il sito è ancora in Beta: significa che si tratta di un esperimento, per vedere come reagiscono la gente e il mercato. La sola città coinvolta (in questa fase) è Milano, ma nell’arco di un paio di settimane già c’è stato un incremento significativo dei prodotti: la prima volta che ho controllato potevo scegliere se acquistare una birra belga o una birra belga o una birra belga, e in effetti ho scelto una birra belga, anche se non risulta che i dietologi la consiglino come elemento nutritivo per stare in forma nel caldo torrido meneghino. Oggi c’è già un po’ di tutto, inclusi beni “primari”, come pasta, yogurt, mozzarelle e formaggi vari, scontati circa del 30%.
Ovviamente, non è detto che quel 30% sia sufficiente come motivazione per partire e andare magari dall’altra parte della città a fare la spesa: perché le piattaforme funzionino, devono stimolare sul piano umano (sostenibilità, agire contro gli sprechi, redistribuzione delle risorse) ma anche consentire un risparmio reale. È il segreto del foodsharing tedesco: costruire la comunità per avere, attraverso un coinvolgimento sempre più ampio e attivo, vantaggi economici stupefacenti.
E tuttavia, perché si risparmi sul serio, bisogna che siano sempre di più i supermercati a fare accordi con la piattaforma, e sempre più i cittadini che la utilizzano. In poche parole,  l’offerta deve essere così abbondante da diventare un’alternativa o quantomeno un punto di riferimento: prima di andare a fare la spesa, guardo su MyFoody cosa c’è che potrebbe farmi comodo, perché già so che almeno una parte consistente di quello è sulla mia lista si trova lì.
Come raggiungere questa condizione è il dilemma su cui si arrovellano i cosiddetti consulenti della sharing economy – che ieri erano i consulenti della new economy, e prima della net economy, e prima dell’economia e basta – e soprattutto quelli che l’idea ce l’hanno avuta, ma magari non hanno i capitali per spingere la piattaforma fino a farla diventare virale. Se ci sono i soldi è più facile (ma comunque tutt’altro che scontato). Prendete  Airbnb e Blablacar: oggi cercare una casa in affitto o un passaggio condiviso è un’operazione del tutto abituale e lo è diventata perché le due società hanno investito decine di migliaia di dollari (centinaia di migliaia, spesso), nel creare una comunità.
Cosa c’entra con My Foody e le buone idee che avresti voluto avercele tu ma son così buone che va bene lo stesso?
C’entra che per spingerle bisogna contare su una piccola avanguardia, che si senta fiera di esserlo: come se si trattasse di navi rompighiaccio, che aprono la strada per altri. Vale per My Foody e per le altre molte buone idee che girano di questi tempi e hanno bisogno di chi le sposi e le sostenga. All’inizio si fatica, con la speranza che ne valga la pena. Give change a chance. 

Uber, i divieti e la regolamentazione della sharing economy

Il tribunale di Milano ha imposto l’oscuramento della App di Uber Pop, accogliendo il ricorso di alcuni tassisti milanesi. Significa cioè che il servizio Uber Pop diventa illegale – almeno fino alla prossima sentenza – anche se nella pratica la società potrebbe continuare a erogarlo scegliendo di pagare le multe eventuali, come peraltro ha fatto in quasi tutti gli altri Paesi in cui ha avuto problemi con la legge.
Cosa penso di Uber azienda – cioè del suo management, delle pratiche e delle strategie – l’ho detto diverse volte. Più che di sharing economy, si tratta di shock economy, con passaggi ben definiti: «Prima crescere a casa propria, infilandosi nelle crepe di un sistema e rivoltandolo, grazie al contributo (e alle necessità) dei cittadini. Poi, accumulare abbastanza denaro per sbarcare all’estero. Quindi far parlare di sé, anche con le contestazioni dei tassisti e la paralisi delle città (pare che le richieste in quei giorni mediamente crescano del 200% o più). Infine sfidare la legge, forti del consenso popolare», come avevo scritto qualche mese fa da San Francisco.
Sommate che è impossibile parlare con qualcuno, non rispondono alle richieste di interviste, il loro training per diventare autisti corre sulla linea di confine del lavaggio di cervello (l’ho fatto, lo racconto in Mi Fido di Te) e in America sono accusati di spiare sui competitor e avrete il quadro della mia valutazione dell’azienda. Che – attenzione – è molto diverso da quello del servizio che offre: Uber Pop, infatti, funziona alla grande, è comodissimo, economico e, soprattutto, permette un miglioramento della qualità di vita dei cittadini.
Ed è esattamente questo il punto.
Le sentenze dei tribunali e una variegata letteratura sull’argomento sembrano sempre dimenticarsi di una questione chiave: i cittadini e il loro accesso a servizi migliori di quelli esistenti. Certo, in nome di una presunta regolamentazione del mercato (che da mezzo secolo è lasciato in mano a lobby potentissime e ha consentito la nascita di un mondo sommerso, come quello delle licenze dei taxi appunto).
L’impressione sincera è che la regolamentazione del mercato c’entri ben poco: penso che banalmente la politica abbia paura dei tassisti, perché portano pacchetti di voto visto che sono anche rappresentati negli organi di amministrazione dei comuni.
Se il problema fosse realmente la regolamentazione, infatti, qualcuno avrebbe pensato a come farla. Invece, per il momento, niente. Il che è doppiamente paradossale: perché i servizi continuano a spuntare lo stesso, in barba alle leggi, e lo Stato perde il controllo sulle potenziali entrate che generano; e perché si dimostra così platealmente che l’offrire ai cittadini strumenti migliori non è al primo posto degli interessi dei governanti.
Capisco bene che di fronte alla sentenza della Consulta sulle pensioni, regolamentare Uber e Airbnb possa non essere il primo pensiero di Matteo Renzi; e tuttavia, se fossi la sua eminenza grigia, peraltro molto attenta alle questioni di immagine, gli direi di iniziare a pensarci (magari c’è un pool che sta studiando queste cose e io non ne so niente: un po’ me lo auguro).
L’innovazione non si blocca, e anche se l’Italia non ha la vivacità né i venture capitalist della Silicon valley, fortunatamente le idee e la loro attuazione viaggiano su altri canali, e ci coinvolgono nostro malgrado.
I famosi campioni della sharing economy anche in Italia sono aziende straniere: Airbnb, Blablacar, Uber. A dispetto della lentezza de noantri hanno comunque cambiato il nostro modo di vivere. Prima o poi, ne arriveranno altri; e gli italiani stessi si rimboccano le maniche perché capiscono che c’è un orizzonte di cambiamento.
In questo momento non parlo nemmeno dell’orizzonte valoriale, che spesso viene associato all’economia collaborativaparlo semplicemente del mercato. Di nuove idee imprenditoriali. Di nuovi servizi per i cittadini. Di un Paese che cambia verso, per usare lo slogan già pronto del premier.
Dire alla gente che non può usare Uber Pop, che costa meno della metà del taxi, ha pagamenti tracciabili, orari certi e un funzionamento facilissimo, soltanto perché nessuno ha studiato una nuova legge o ha trattato coi tassisti è abbastanza demenziale, ne converrete. E’ come mettere tra parentesi lo sviluppo del Paese.
Bisogna fornire una cornice che regolamenti queste nuove attività. E bisogna decidere come fare coi tassisti (e con gli hotel, e con i ristoranti), perché anche loro sono imprenditori e cittadini, e non sarebbe nemmeno corretto ignorare le legittime ragioni di una parte: finché sono legittime, ovviamente. La fortuna è che in altri Paesi questo lavoro lo hanno fatto, quindi forse si può prendere qualche spunto.
Poi, certo, c’è tutto il dibattito sul lavoro precario: la sharing economy crea posti di lavoro o potenzia la iper precarietà che già ci contraddistingue? Una prima risposta è che crea lavoro, perché queste società hanno comunque degli organici: ieri ero a parlare coi ragazzi di BlaBlaCar e loro sono in 10, a Milano. Fino all’anno scorso quei posti di lavoro non c’erano.
Ma soprattutto penso che la questione in questa fase, e in questo Paese, sia oziosa. Tutto quello che crea opportunità (e non è criminale, né eticamente riprovevole), e che prevede la volontarietà dei coinvolti, è buono.
Noi siamo quelli che fanno le domande per non fare le cose. Purtroppo suona come uno slogan renziano. In realtà non lo è, considerato che di sharing economy – nonostante molti inviti, alcuni anche miei personali via twitter – Renzi non ha mai parlato.