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Sharing: sfruttamento del lavoro, economia del noleggio o nuova modalità di consumo?

La confusione sotto il cielo è molta, complice una retorica utilizzata ad arte e la nascita di nuovi giganti dell’economia on demand.

L’ultima a schierarsi è stata Virginia Raggi, sindaco di Roma. «Airbnb e Uber fanno concorrenza sleale», ha detto in un confronto elettorale prima dell’elezione al Campidoglio, aggiungendo allo scontro quasi ontologico tra Apocalittici e Integrati della sharing economy la (presunta) contraddizione di una esponente del nuovo che si batte contro l’innovazione.

Ma le cose non sono così semplici, a partire dagli opposti ideali tra cui si muove la discussione sulla cosiddetta economia collaborativa: perché nel nome di Airbnb, Uber e BlaBlaCar, tanto per citare i più noti, si ricorre spesso a un manicheismo che imbriglia la reale comprensione dei fenomeni. Equità, innovazione, redistribuzione, circolarità sono le parole d’ordine degli Integrati; sfruttamento, dumping, neocapitalismo, precariato quelle degli Apocalittici. Nelle loro fila si agitano accademici, giornalisti, imprenditori, parlamentari, centri studi, istituzionali nazionali e sovranazionali, inclusa la Commissione europea.

Ma su cosa discordano, le tesi, esattamente? Non sull’utilità dei servizi, in linea di massima: la diffusione delle nuove piattaforme (Airbnb è cresciuta del 100% nel 2015, con 80 milioni di prenotazioni) induce il forte sospetto che anche chi ne critica motivazioni e pratiche finisca poi con lo scegliere una stanza in rete o con l’opzionare un simil-taxi dal cellulare. Sono piuttosto gli inquadramenti, la terminologia, le valutazioni sociali e le dinamiche di causa-effetto su cui Apocalittici e Integrati dissentono. Ecco allora un riassunto delle principali questioni sul tappeto, per cercare di promuovere una riflessione il più ragionata possibile.

Condivisione vs noleggio

Nella vulgata degli Integrati – o quantomeno dei più estremi tra loro – il termine sharing rimanda a un universo di buone azioni di cui è impossibile non farsi portavoce: aprire la propria casa, distribuire i propri oggetti e mettere le proprie capacità a servizio degli altri non solo è nobile, ma aiuta a limitare gli sprechi e contribuisce a creare comunità salde e dinamiche. Gli Apocalittici partono da tali considerazioni per smontarne la semantica e le intenzioni: far pagare per una stanza in casa propria non è condividere, ma affittare. Non ci sono emozioni in ballo, ma soldi. Lo stesso dicasi per automobili, posti a tavola, vestiti e persino passaggi. Con un’aggravante: il noleggio tra privati può sfuggire ai controlli e alle garanzie di sicurezze assicurati dai professionisti.

Per uscire dall’impasse bisogna intanto fare una distinzione tra ciò che si paga e quello che è gratuito: inglobati sotto il termine-ombrello sharing economy ci sono infatti siti e pratiche (per esempio couchsurfing e bookcrossing, per dormire sui divani altrui o scambiarsi libri) che esistono da tempo, e il cui reale motore è proprio la condivisione. Si potrebbe dire lo stesso della cultura dell’open source nell’informatica, e di fenomeni più concreti come le banche del tempo oggi digitalizzate, che di certo non hanno nulla a che vedere col noleggio.

I servizi a pagamento, poi, potrebbero essere descritti in modo più corretto utilizzando l’espressione “mettere a disposizione”, che non implica gratuità ma conserva alcune caratteristiche della condivisione. Prendere un estraneo in casa o dargli un passaggio in macchina, per denaro o per simpatia, implica infatti sia uno scambio umano, anche minimo, sia l’abbattimento di certi confini di possesso e consumo. Sharing, nella sua concretezza, non significa insomma essere samaritani a servizio di un mondo migliore, ma non descrive nemmeno esperienze tradizionali come entrare in un negozio per acquistare un prodotto o dormire in albergo. Le vecchie categorie risultano giocoforza superate, a prescindere dal vocabolario con cui si descrivono le nuove attività.

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