My Foody e le navi rompighiaccio della sharing

Ci sono in giro due tipi di idee: quelle che vorresti averle avute tu, e quelle che vorresti averle avute tu ma sono talmente buone che va bene anche se le ha avute un altro. My Foody, per me, rientra nella seconda categoria.
Funziona così. Gli inventori della piattaforma stringono accordi con negozi e supermercati affinché, al posto di finire nella spazzatura, i prodotti in scadenza vadano sul loro sito internet, a prezzo scontato: ogni utente può quindi controllare cosa c’è a disposizione nella propria zona, verificare il prezzo, pre-ordinarlo e poi passarlo a ritirare in negozio.

 

 

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Il sito è ancora in Beta: significa che si tratta di un esperimento, per vedere come reagiscono la gente e il mercato. La sola città coinvolta (in questa fase) è Milano, ma nell’arco di un paio di settimane già c’è stato un incremento significativo dei prodotti: la prima volta che ho controllato potevo scegliere se acquistare una birra belga o una birra belga o una birra belga, e in effetti ho scelto una birra belga, anche se non risulta che i dietologi la consiglino come elemento nutritivo per stare in forma nel caldo torrido meneghino. Oggi c’è già un po’ di tutto, inclusi beni “primari”, come pasta, yogurt, mozzarelle e formaggi vari, scontati circa del 30%.
Ovviamente, non è detto che quel 30% sia sufficiente come motivazione per partire e andare magari dall’altra parte della città a fare la spesa: perché le piattaforme funzionino, devono stimolare sul piano umano (sostenibilità, agire contro gli sprechi, redistribuzione delle risorse) ma anche consentire un risparmio reale. È il segreto del foodsharing tedesco: costruire la comunità per avere, attraverso un coinvolgimento sempre più ampio e attivo, vantaggi economici stupefacenti.
E tuttavia, perché si risparmi sul serio, bisogna che siano sempre di più i supermercati a fare accordi con la piattaforma, e sempre più i cittadini che la utilizzano. In poche parole,  l’offerta deve essere così abbondante da diventare un’alternativa o quantomeno un punto di riferimento: prima di andare a fare la spesa, guardo su MyFoody cosa c’è che potrebbe farmi comodo, perché già so che almeno una parte consistente di quello è sulla mia lista si trova lì.
Come raggiungere questa condizione è il dilemma su cui si arrovellano i cosiddetti consulenti della sharing economy – che ieri erano i consulenti della new economy, e prima della net economy, e prima dell’economia e basta – e soprattutto quelli che l’idea ce l’hanno avuta, ma magari non hanno i capitali per spingere la piattaforma fino a farla diventare virale. Se ci sono i soldi è più facile (ma comunque tutt’altro che scontato). Prendete  Airbnb e Blablacar: oggi cercare una casa in affitto o un passaggio condiviso è un’operazione del tutto abituale e lo è diventata perché le due società hanno investito decine di migliaia di dollari (centinaia di migliaia, spesso), nel creare una comunità.
Cosa c’entra con My Foody e le buone idee che avresti voluto avercele tu ma son così buone che va bene lo stesso?
C’entra che per spingerle bisogna contare su una piccola avanguardia, che si senta fiera di esserlo: come se si trattasse di navi rompighiaccio, che aprono la strada per altri. Vale per My Foody e per le altre molte buone idee che girano di questi tempi e hanno bisogno di chi le sposi e le sostenga. All’inizio si fatica, con la speranza che ne valga la pena. Give change a chance. 

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