Qualcuno li chiama rifiuti

Nicole mi ha messo in mano un elenco di posti, la combinazione del lucchetto della bici e istruzioni minime: incontrerai qualcuno che ti aspetta fuori e lo riconoscerai perché avrà un grosso zaino.
Detta così, sembrava partissi per una rapina. Invece, era la cosa più vicina alla sensazione di cambiare il mondo che avesse mai fatto. E no, davvero, non è esagerato.
Funziona così: ogni giorno i foodsaver – una rete molto organizzata di decine di persone – visita supermercati, negozi e bar a ore prestabilite (con il management di ogni posto) e ottiene accesso alla roba che è appena scaduta o che sta per scadere ma non si può più vendere, alla frutta e alla verdura considerata non appetibile per il pubblico, al pane e ai dolci di giornata che però alle 4 del pomeriggio sono considerati vecchi e sono quindi destinati alla spazzatura. Si arriva in coppie, di solito, perché capita che ci siano anche parecchi chili di roba, si prende quella buona e si va via ringraziando. Poi si porta il tutto in posti di passaggio (tipo librerie, associazioni, persino case private) si fa una foto e si pubblica su Facebook, così la gente può anche sapere cosa c’è nei vari punti di raccolta e passa a prendere quello che vuole.
Avevo studiato i percorsi sul telefono, facendo uno screenshot di ogni strada per non perdermi – cosa che in effetti mi è riuscita fino a metà giornata, quando ho dovuto fermare una tizia con un iPhone in mano, chiederle di digitare il mio percorso e poi fare una foto al suo schermo, mentre lei stava per chiamare la neuro per portarmi via.

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Al mio primo appuntamento sembravo deficiente, seguivo rintronata dal sonno questa ragazzona tedesca iperenergica capace di schivare inservienti e clienti e di calarsi nelle intestina di un supermercato aprendo con due mosse di simil-karate tutte le cassette lasciate lì per la nostra ispezione. Io tiravo su una carota alla volta mentre lei aveva già riempito tre sacchetti di funghi decantando il fantastico rizoto che avrebbe cucinato la sera, contemporaneamente selezionando anche sedani e spinaci un po’ andati – ma non troppo – destinati ai criceti e gli altri animali domestici della collettività (li ha chiamati rats e, alle otto della mattina, il pensiero di case piene di ratti da alimentare non mi ha letteralmente esaltato).

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Il secondo posto era una panetteria ed è stato molto più facile: chili di pane e pretzel erano buttati alla rinfusa nelle cassette ed è bastato selezionare un minimo per riempire quattro o cinque buste. Problematica la fase di trasporto: sudata marcia, vestita con 65 strati perché un attimo piove, un attimo c’è il sole e si passa da 14 a 22 gradi in tre ore (persino loro dicono che non è mai successo prima e infatti dopo tre giorni ho già un po’ di febbre) con le buste che mi picchiavano contro i raggi della bici e i pensieri borghesi sull’utilità di una vespetta che si facevano largo nel cielo sereno dei buoni sentimenti ecologisti. Comunque, sibilando qualche parolaccia in italiano, sono arrivata a destinazione intera.

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All’altezza del terzo posto, 30 chilometri di bici dopo, ero sufficientemente familiare con il recupero cibo che mi sono buttata sulle ciambelle fritte senza pensarci due secondi, e prima di infilarle nello zaino ne ho mangiata una praticamente senza masticare, dando enorme soddisfazione ai tizi con cui ero lì (immagino che essere un’idrovora sia il miglior segno di aver interiorizzato il concetto del foodsaving).

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Poi mi sono sparata ancora tre bar e un supermercato e sono andata a consegnare l’ultima roba nel giardino di una coppia, un posto letteralmente pieno da scoppiare di gente che andava e veniva portando e portandosi via cibo, come fosse il parcheggio di un supermercato. Qualcuno aveva recuperato persino dei torteloni bolognese e per un secondo ho avuto la tentazione di spingere questo esperimento oltre l’immaginabile, cioè di prendermeli e di cucinarli a casa, ma mi è mancato il coraggio. Poco male: le ragazze che mi ospitano avevano preparato gnokki scaduti.
Le meraviglie dello sharing.

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