Foodsharing, mangia la differenza

E così sono infine arrivata a Colonia, dopo aver preso una metro, un treno, un aereo e un altro treno, il tutto a partire alle 6 della mattina e spendendo meno di 50 euro (di cui 12 dedicate al Malpensa express, giusto per fare le proporzioni).
Annika, una delle ragazze della casa in cui sono ospite, si è fatta trovare sul binario con in mano un cartello con su scritto il mio nome in puro stile Valtour, ma è bastato guardarci a distanza per capire che le due squinternate eravamo proprio noi.

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Mezz’ora dopo, eravamo sedute intorno al tavolo per uno spuntino di mezzogiorno a base di scarti. Yogurt, formaggi e frutta scaduti, in procinto di scadere o recuperati tra i rifiuti dei supermercati.
Nicole, un’altra delle ragazze della casa nonché iniziatrice del Foodsharing, mi ha mostrato le date di scadenze dei prodotti una a una, tanto più fiera quanto più erano lontane nel tempo, mentre io sbocconcellavo dell’uva resistendo alla tentazione borghese di chiedermi se fosse stata proprio ripescata da un cassonetto o se magari fosse semplicemente stata scartata dal reparto ortofrutta perché non abbastanza bella. La differenza è appunto soprattutto borghese, considerato che le statistiche dicono che il 50% del cibo prodotto annualmente viene buttato via senza essere consumato – per l’incuria di chi compra troppo e anche per via di qualche legge nata per tutelare la salute di tutti e finita per tutelare gli interessi di pochi.
Nicole ha smesso di fare la spesa da dieci mesi: mangia solo gli scarti che recupera la comunità del Foodsharing (una montagna di roba, a giudicare dai 12 tipi di sale che ci sono in casa).
Sono circa 6 mila membri in tutta la Germania e, dopo lunghe trattative, ogni giorno ricevono da magazzini e supermercati decine di chili di alimenti che i negozi non vogliono o non possono vendere nonostante siano ancora consumabili; caricano il tutto in zaini mostruosamente enormi e lo mettono a disposizione di chiunque, iscritto o meno al sito, spargendo gli alimenti tra molti punti di raccolta distribuiti un po’ dappertutto sul territorio cittadino.
Siccome a sentirlo dire già mi stavo esaltando, Annika mi ha portato a fare un giretto per mostrarmi tutto. Facciamo una passeggiata, dai. Passeggiata: dieci-chilometri-dieci a piedi per un totale di tre ore di cammino, con una sosta a vedere la Cattedrale (galattica), una per guardare le mini librerie per il book crossing a ogni angolo della strada e un’altra per mettermi in bocca del gelato, ché intorno al settimo chilometro iniziavo a dare segni di cedimento (ho infine capito perché quando avevo 14 anni mia madre si rifiutava di comprarmi le Converse dicendo che non sono scarpe per camminare: negoziante se ti riporto le Converse mi ridai indietro la schiena?).
Schiena e ginocchia da buttare a parte, tutto stupendo. Talmente tanto che i ragazzi hanno colto al balzo il mio entusiasmo e mi hanno iscritto per il ritiro cibo di domani: devo andare in dieci supermercati diversi dalle sei della mattina alle otto di sera. Dalle sei, sì. Ma stai attenta, che a quell’ora c’è ancora buio e la bici che ti abbiamo recuperato ha la luce rotta. Perfettissimo.

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