Sharing people #1 (Rassegna del meglio)

Normalmente le storie di sharing economy finiscono nelle pagine di economia dei quotidiani, come esempi del nuovo che avanza, delle guerre sotterranee tra colossi che non producono niente ma spostano denari a fiumi o delle nuove lotte tra guru e paradigmi. Il che, in definitiva, è perfettamente corretto, perché seguire il denaro – follow the money, diceva Falcone – è sempre la strada giusta per capire cosa sta succedendo in un certo mondo.
E tuttavia, da un altro punto di vista, quest’approccio all’economia collaborativa è un po’ povero e un po’ ristretto agli addetti ai lavori: taglia fuori l’elemento umano e la sua forza. Detto in altra maniera, tra i risvolti della sharing economy e del modo in cui sta contribuendo a ridefinire il mondo, o almeno alcuni suoi aspetti, ci sono decine di storie: di persone che fanno cose per altri, di comunità che prendono consapevolezza, di scommesse azzeccate, di trasporti sentimentali.
Ho pensato di iniziare a raccogliere un po’ di queste “altre cose” qui sopra, per costruire una specie di rassegna stampa alternativa: qualcosa di simile alle good news che, come si impara al primo giorno in qualsiasi redazione, non fanno vendere i giornali (non quanto le bad news, almeno).
L’idea mi è venuta stamane leggendo questo articolo del Guardian: un pezzo minore, destinato a uscire in fretta dalla homepage, ma capace di cambiare l’umore del mio risveglio.
Il giornale britannico racconta di James Robertson, un signore di Detroit che tutti i giorni per andare a lavorare percorre a piedi 32 chilometri, tra andata e ritorno: possedeva una macchina, un decennio fa, poi si è rotta, l’autobus non copre l’intero percorso e da allora, pur di non perdere il posto, cammina molte ore ogni giorno per arrivare in fabbrica.
In questi anni è stato talmente puntuale e ha fatto così poche assenze che il responsabile dello stabilimento lo ha preso come modello con tutti gli altri; qualche giorno fa, poi, la sua storia è finita sulla stampa locale, in America, e la gente si è molto commossa e appassionata. Così, una ragazza ha deciso di aprire un crowdfunding per aiutarlo a comprare una macchina usata e a pagare l’assicurazione: l’obiettivo era raccogliere 5 mila dollari, ma in tre giorni ne sono arrivati 90 mila.
La cosa più bella di tutte, per me, è però la risposta di Robertson. Quando gli hanno raccontato del crowdunfing e di tutti i soldi che gli sarebbero arrivati, ha detto: «Avrei preferito che quei soldi fossero spesi in un sistema di autobus che funzioni 24 ore al giorno, e non in un “piccolo bus” tutto per me. Questa città ha bisogno di un servizio pubblico di autobus».

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