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S’ha da pensare a qualcosa

Oggi, sulla Stampa, è uscita questa intervista a Zerocalcare.
Non è molto lunga, ma il fumettista (Michele Rech, 32 anni, Rebibbia, nuovo fenomeno di semi-culto) fa comunque in tempo a tratteggiare l’angoscia di una generazione – la nostra – che ha perso i riferimenti e le certezze.
A dirlo così, per via del fatto che le parole sono sempre più consunte e sempre meno attaccate ai loro significati, sembra retorica pura, e quindi Zerocalcare fa qualche esempio: amici laureati in storia che insegnano nuoto, 35enni che vivono in una cameretta troppo cara in una casa condivisa, la pensione come concetto astratto, al quale non si pensa nemmeno.
La riflessione sulla pensione mi ha colpito particolarmente, forse perché la faccio spesso anche io. Quando l’onda mediatica riparte col conto sul sistema misto e le nuove finestre e i prelievi su quelle “d’oro”, il mio tasso di noia sale esponenzialmente: ché io so perfettamente che non la prenderò, o che sarà ridicola, o che comunque la prenderò tre anni prima di schiattare, e finora ho sostanzialmente soltanto pagato per tenere in piedi il sistema. Vorrei non pagarli più i contributi, e mi sorprendo a dirlo, perché io sono una che ha sempre creduto fermamente nello stato sociale e nel fatto che ognuno fa la sua parte per gli altri.
Ovviamente, è successo che non tutti hanno fatto ugualmente la loro parte e oggi ad alcuni si chiede uno sforzo grottesco rispetto a quello che hanno ricevuto, anche in termini di opportunità mancate. Zerocalcare riconosce per esempio che lui ce l’ha fatta, che oggi è un privilegiato. In qualche misura, sembrerebbe sfatare tutto quello detto finora: se hai il talento, alla fine, emergi.
Ma anche questa è una distorsione sociologica e cognitiva terribile. Perché oltre ai geni, agli iper talentuosi (o anche a quelli che sanno muoversi meglio col potere: non è il caso di Zerocalcare, ma nei giornali se ne vedono parecchi), ci sono anche i buoni professionisti: quelli che fanno bene il loro, senza essere “il nome di punta”. Bravi giornalisti, bravi fotografi, bravi esperti di marketing, bravi ingegneri, bravi registi, bravi copywriter. Non i Montanelli, i LaChapelle, i FordCoppola, gli ArmandoTesta: ma comunque seri, preparati e capaci. Ecco, per questi le possibilità si sono assottigliate mostruosamente, tant’è vero che insegnano nuoto, che si fanno scippare l’affitto da proprietari ansiosi di far fruttare la rendita, che saltano sulla prima occasione o la tengono stretta, perché altre non ce ne sono.
Ecco, ora vi chi chiederete cosa c’entra tutto questo discorso con la sharing economy e i temi che si trattano qui. C’entra  intanto perché si parla di economia e di come ripensare alcune cose: e sarebbe bello farlo oltre alle etichette che ormai fanno comodo soprattutto ai titoli dei giornali (sharing, appunto).
Poi c’è quella frase che Zerocalcare dice in chiusura: «Tra noi non si parla molto di pensione, tutti danno per scontato che non l’avremo. Ma riguarda tanta gente: qualcosa, tutti insieme, dovremo inventarci». Già.
L’anno scorso, ad Amsterdam, ho conosciuto un’associazione di lavoratori freelance che ha creato una propria assicurazione fuori dal mercato: si chiama Broodfond, che significa fondo per il pane. Infatti, siccome nessuno stipulava con loro una polizza che garantisse il loro reddito in caso di malattia o infortunio,  si sono messi in gruppo e hanno stabilito una quota da versare: tutto calcolato affinché si potesse restare senza lavorare fino a due anni senza rischiare di non riuscire a pagare il mutuo.
Ci sono diverse quote annuali – proprio come in un’assicurazione tradizionale – a seconda di quanto si vorrebbe ricevere: in ogni caso, a nessuno è chiesto di versare più di qualche decina di euro (i dati da allora potrebbero essere cambiati, ma erano circa 200 euro l’anno). Ogni due anni, l’ammontare del fondo che non è stato utilizzato per aiutare gli iscritti viene redistribuito: i soldi versati non sono a fondo perduto come nelle assicurazioni tradizionali. Nessuno ci deve guadagnare, è un meccanismo sussidiario, non di mercato.
Ecco, non penso che si possa fare una cosa simile con le pensioni dei 30enni: banalmente perché l’assicurazione si basa sul fatto che in realtà non tutti effettivamente ne avranno bisogno, mentre della pensione sì. Però dà il senso di cosa vuol dire mettersi insieme e pensare a qualcosa. La cosa che stupisce dei 30enni, alla fine, è che sono stati annichiliti: sarà che sono senza aspettative e promesse, ma alla fine dicono poco e niente. Non si lamentano nemmeno troppo, se non nei patetici servizi dei tigì. Penso che manchi l’energia: ci si abitua a ogni condizione. Ma l’energia e le idee vengono solo ripartendo dalla collettività. Ha ragione Zerocalcare, s’ha da pensare a qualcosa.

(L’immagine è tratta da Ogni maledetto lunedì di Zerocalcare)

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