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Baratto amministrativo, regole per l’uso

Lo hanno infilato nel decreto Sblocca Italia del 2014, tra concessioni edilizie e trivelle per l’estrazione del petrolio non proprio rassicuranti: il posto in cui meno te lo saresti aspettato. Ma il baratto amministrativo da allora esiste e inizia infine a essere una prospettiva concreta anche in Italia: tanto che giovedì 16 ottobre il comune di Massarosa (Lucca) organizza il primo convegno per parlarne. Utile per fare un po’ di chiarezza e per aiutare a tracciare la strada, per amministrazioni magari poco inclini a questi temi e cittadini con voglia di darsi da fare ma molto spaesati.
Se non sapete di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro. Il baratto amministrativo (art 24 del decreto legge n. 133 del 12.09.2014) è, in sostanza, la possibilità di fare lavoretti di pubblica utilità, in accordo col Comune e nelle forme da questo previste, in cambio di sconti su tasse o multe.
I cittadini possono per esempio compiere piccole opere di riqualificazione (dare il bianco nelle scuole), mantenere il verde pubblico, pulire muri imbrattati e via discorrendo: in cambio, l’amministrazione abbatte le tasse dovute (in misura proporzionale al lavoro svolto, va da sé) o cancella vecchie pendenze (per leggere una spiegazione dettagliata, a opera di giurista, che ha anche il pregio di valorizzare l’importanza del senso di cittadinanza e di comunità, andate qui).
Ogni Comune sceglie le modalità che ritiene idonee. Quello di Massarosa, capofila tra gli aderenti  nonché tra i primi a dotarsi di un Regolamento per la cittadinanza attiva, ha deciso di abbattere del 50% la tassa dei rifiuti a chi partecipa ad attività di volontariato civico: l’esperimento è partito già ne 2015, quindi a breve si vedranno i primi risultati. Di recente è arrivata anche l’amministrazione di Milano, che tra le grandi città è senza dubbio quella più attenta ai temi della sharing economy e affini: qui i vantaggi non sono sulle tasse future, ma su quanto si deve e non si è riusciti a pagare nel passato.
Ogni città, insomma, sta cercando la propria strada, con le specificità delle singole necessità e dei propri conti: è chiaro che un comune da 2 milioni di abitanti non può probabilmente lasciare che tutti barattino le proprie tasse con lavoretti, un po’ perché si abbatterebbero le entrate, un po’ perché l’entità dei lavoretti non sarebbe forse sufficiente a coprire la domanda.
L’importante, però, è che il tema entri nel dibattito e che si stabiliscano linee guida. Un po’ perché così si determina una nuova consapevolezza di cittadini, con effetti duraturi e capaci di modificare sul lungo periodo il nostro stare in un luogo (quel tipo di consapevolezza, per capirci, che fa venire la pelle d’oca quando qualcuno butta una carta per terra, e che spinge a fare la raccolta differenziata). E un po’ perché inizia a modificarsi (molto lentamente) il concetto stesso di denaro e di tributo, sostituito con un’attività dallo stesso valore ma altrimenti non monetizzata.
Sono concetti di lungo periodo, che vanno sottratti al battibecco politico e sostenuti con un dibattito profondo. Oggi si consumano in articolati mordi-e-fuggi sui quotidiani ma, in prospettiva, potrebbero cambiare le dinamiche del sentirsi cittadini e del rapporto con il governo degli spazi e della vita pubblica (tasse incluse).
Ammesso che si affronti un percorso, piuttosto lungo, e che nel frattempo le persone si informino e si muovano: il convegno di Massarosa – 22 mila anime molto attive – è un buon punto di partenza.

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