Non solo soldi: la settimana del baratto

Ci vuole un po’  di intraprendenza, un pizzico di faccia tosta e  la voglia di fare qualcosa di insolito (basta poi anche non avere una lira in tasca: condizione abituale per parecchi). A parte questo, è sufficiente alzare la cornetta o mandare una mail, dopo essersi fatti un giro su B&Baratto e aver individuato il proprio posto: quello al quale si chiede ospitalità in cambio di qualcosa che non son soldi. Potrebbero essere bottiglie di olio o di vino, servizi fotografici, brochure promozionali, lavoretti di manutenzione, videogiochi usati o qualsiasi altra cosa che venga in mente e che possa essere gradita ai proprietari di casa.
Trattasi della settimana del baratto (19-22 novembre): la fantasia è d’obbligo.

Quest’anno  sono 2.500 i bed and brekfast che aderiscono all’iniziativa – una piccola certezza dell’economia alternativa – dislocati un po’ dappertutto in Italia. Ogni struttura scrive sul sito quello che vorrebbe ricevere come pagamenti, ma se anche non ne foste in possesso comunque la pena provare a chiamare facendo una proposta: la flessibilità di molte strutture potrebbe stupire.

E d’altronde ci vuole un po’ di apertura mentale ad aderire allo scambio, oltre che un certo spirito di marketing (coadiuvante di molte buone intenzioni): perché magari qualcuno arriva barattando il soggiorno una volta e poi ritorna pagando con l’intera famiglia, perché magari si barattano vacanze intere a casa di altri in paradisi esotici, perché magari quello che arriva col baratto è il commericalista che risolverà le grane di una vita intera (sì, anche gli insospettabili barattano).

L’anno scorso io sono andata a Trieste e mi è piaciuto un sacco, non solo perché era tutta la vita che chiedevo a qualcuno di portarmici senza successo.
È stato strano chiamare qualcuno che vive di quello che pagano gli ospiti dicendo: «Soldi non ne ho, ma posso scrivere per te se ti interessa». Strano, ma non intendo imbarazzante: straniante, piuttosto,  come quando l’evidenza materiale riporta alla consapevolezza che i soldi sono solo una convenzione, sostituibile con qualsiasi altra cosa abbia un valore in quel momento e in quello specifico ecosistema.

(Poi, in Mi fido di te, ho spiegato che c’è un mondo che fa sta sempre in un altro ecosistema: gli 800 B&B che accettano permanentemente il baratto come forma di pagamento).

Airbnb in Lombardia: la prima legge sull’home sharing

Alla fine arrivò. Dopo Expo, anche se doveva nascere per facilitare l’ospitalità durante i giorni dell’esposizione universale. Ma comunque prima di qualsiasi altra regione italiana: è stata pubblicata il 1 ottobre sul bollettino ufficiale (Burl). La regione Lombardia ha steso la nuova legge del Turismo che inquadra anche i fenomeni dell’home sharing, cioè la possibilità di noleggiare casa propria per qualche giorno; Airbnb, come successo in altri Paesi del mondo, è stata coinvolta nella discussione e nella stesura delle regole.
La legge, per intenderci, è la stessa aspramente criticata perché penalizza gli albergatori che ospitano i migranti, ma qui ci limiteremo a parlare delle norme che regolano Airbnb e affini, tecnicamente e per quanto possibile finora.
HOME SHARING LEGALE. I punti fermi infatti sono tre o quattro, di cui il primo fondamentale: affittare temporaneamente la propria casa (ma anche un secondo immobile di cui si dispone, e persino un terzo) diventa legale. Nel testo, voleste mai leggerlo, si inserisce dunque la categoria dell’ospitalità non professionale: cioè noi che ci infiliamo un americano in casa quando siamo a Cuba, per dire.
Prima conseguenza: archiviamo felicemente le menate dei vicini che chiamano l’amministratore comunale perché «questo palazzo non è un albergo»,  visto che la legge è dalla nostra.
NON C’È (ANCORA) UNA DURATA. La formula, tuttavia, è oggi molto (troppo) generica: nessuno ha stabilito quanto duri il temporaneamente, né lo si farà con i decreti attuativi che devono ancora essere scritti. Semplicemente, dalle consuetudini (e dalle proteste, s’immagina) si determinerà la durata del “temporaneamente” (30 giorni? 60?), aprendo a successive modifiche della legge.
«In questo momento “storico” non ci si poteva spingere troppo in là con i dettagli, l’importante era stabilire una prima cornice normativa. Volevamo ottenere che la legge fosse aggiornata e l’abbiamo ottenuto», mi ha detto Matteo Stifanelli, il numero uno di Airbnb in Italia, con una certa soddisfazione.
OBBLIGO DI COMUNICAZIONE ALLE ISTITUZIONI. Il secondo punto è che sarà necessario comunicare al ministero dell’Interno (cioè alla questura) chi sono gli ospiti che arrivano; in teoria, l’obbligo esiste da sempre e per chiunque: se ti metti qualcuno in casa, lo devi dire allo Stato. Nella pratica non lo ha mai fatto quasi nessuno, spesso non lo fanno nemmeno i padroni di casa quando affittano per lungo periodo.
Dal Comune di Milano hanno fatto sapere che anche loro vogliono conoscere i nomi: quindi bisognerà dire chi sono gli ospiti a entrambe le istituzioni. Il come farlo è un punto cruciale: al momento, esistono delle pagine web per queste segnalazioni, ma funzionano solo per gli albergatori e similia. Come consentire ai non professionisti di comunicare i nomi degli ospiti senza perdersi in burocrazia non è chiaro. Airbnb sta lavorando per trovare una soluzione con la Regione: un’idea è consentire l’accesso a quella pagina web anche ai non professionisti (cioè ai suoi host), l’altra è creare una pagina ad hoc, magari linkata direttamente alla piattaforma o ben evidente nei siti di Comune e Regione. «Stiamo studiando le opzioni, la Regione si è impegnata a fare  un modulo facile, compilabile in pochi istanti dal web», mi ha garantito Stiffanelli.
PAGAMENTO TASSA DI SOGGIORNO. Una volta che l’home sharing esce dalla zona grigia, arriva con sé anche l’obbligo di pagare la tassa di soggiorno per i clienti (il che, dal mio punto di vista, è un’ottima notizia, come spiego in Mi fido di te). Se non sapete di cosa si tratta, calma e gesso: nel peggiore dei casi arriva a 5 euro, e in linea di massima sta sotto i 3. Nulla che distruggerà l’economicità di Airbnb, ma un considerevole gettito per una città come Milano, che magari con quei soldi potrà articolare nuovi servizi assai necessari.
In altre città del mondo – Parigi su tutte – Airbnb funziona come sostituto d’imposta: raccoglie cioè i soldi direttamente dai clienti, inserendo la voce “tassa di soggiorno” nel costo per la casa, e poi gira i soldi alle istituzioni. In Lombardia non è ancora chiaro come funzionerà, ma evidentemente si dovrà trovare una soluzione simile, altrimenti i soldi andranno persi: chi va a pagare una tassa che non sa nemmeno come pagare?
SI PARTE ENTRO FINE ANNO. Se in questo momento siete in Lombardia e avete un account su Airbnb il tutto può sembrare fantascienza: al momento sul sito non è cambiato nulla, né per chi è ospite né per chi affitta. I cambiamenti dovrebbero essere operativi entro fine anno, e Airbnb manderà certamente informazioni ai suoi iscritti con i dettagli.
Se tutto va bene, altri posti seguiranno. Il Turismo in Italia è una materia regolata da leggi regionali, e quindi bisogna trattare con ogni regione separatamente. Non tutti i consigli sono ugualmente aperti e disponibili. «In Toscana siamo a buon punto: Firenze vorrebbe fare come Milano. Anche a Venezia abbiamo già parlato con numerosi assessori, ora tocca aprire il dibattito con la Regione», mi ha detto Stiffanelli. Il posto più incasinato, come spesso succede, è Roma: «Stiamo lavorando sul Lazio; A Roma sono cambiati tre assessori al turismo nel giro di pochissimo, ma il nuovo assessore pare avere vedute più ampie».
BISOGNA PAGARE LE TASSE. Non detto, ma esplicito, è che con la nuova legge arriverà anche l’obbligo di pagare le tasse sul reddito prodotto: una volta che si ammette di aver affittato casa a qualcuno, è più probabile che l’erario vada a suonare il campanello a coloro che non dichiarano i proventi. Airbnb, tuttavia, garantisce che non farà da delatore: «Non ci sarà alcuno scambio di dati con comune e regione, tanto è già tutto visibile. Ma è ovvio che i singoli devono prendersi la responsabilità di dare al fisco quando dovuto».
In compenso, ora che finalmente c’è una legge, ci potranno essere iniziative congiunte: magari, chissà, anche in favore di senzatetto e migranti.

Sharing, ossia il potere della contaminazione

Al risveglio ho dovuto camminare circa tre minuti per arrivare dalla camera da letto alla cucina, dove già immaginavo un lucculiano banchetto: il tempo che impiego a Milano per uscire di casa e raggiungere la metro.
Ma evidentemente venerdì non ero a Milano né tantomeno a casa mia. E se a ribadirlo non fosse bastata la camminata, a un certo punto del parquet ho incrociato un signore amorevolmente piegato su un cactus, in un rettangolo di sabbia chiara ritagliato ai margini di una stanza, con piante grasse in armonica composizione e un’aurea di quiete cosmica ad aleggiare: un giardino zen, insomma. Collocato appena prima dell’accesso alla Spa, non distante da una stanza adibita a enoteca, a sua volta non distante da svariate altre cose che fino ad allora avevo visto solo nelle riviste d’architettura.
Considerato che fino a quel momento zen garden per me era stata solo una App per iPhone inavvertitamente scaricata – pare che qualcuno si diverta a rastrellare la sabbia con le dita sullo schermo – non avevo ancora raggiunto la cucina che già sapevo cosa avrei risposto al primo che mi avesse detto che il couchsurfing è roba da spiantati senza soldi.
Già, perché in quella specie di paradiso c’era finita grazie all’ospitalità di due che nella tassonomia di #occupy sono decisamente incasellati nel micro margine dell’1% – quelli ricchi, insomma. Ricchi ma sufficientemente illuminati e aperti da ospitare un incontro sulla sharing economy, la diffusione di libri e il mio in particolare, in barba a luoghi comuni e diffidenze di sorta: un punto per il nuovo mondo. Nel quale Giacomo – il fondatore di Fred – e io ci siamo comodamente adagiati: eravamo pronti a collassare su un divano, abbiamo vinto una camera tutta vetri con bagno privato e asciugamani freschi di bucato.
Poi dici a cosa serve aprirsi al nuovo.
D’altronde per arrivare laggiù, 500 km a Sud di Milano, ho raccolto un po’ di gente per strada, stabilendo il mio personale record di internazionalità da carpooling: in due settimane ho messo insieme tre russe, due cileni, un designer appena rientrato da Pechino e due americani.
«Studiamo a Valencia», mi hanno raccontato i cileni quando ho chiesto se Blablacar fosse diffuso anche da loro e come mai lo conoscessero. «Ah sì, cosa?». «Un master in Discotecologia», han risposto e siccome anche io ebbi il piacere di provare per parecchio tempo le cervezas della Costa del Sol, non ho potuto che compiacermi del perpetrarsi delle buone abitudini, interrogandoli a lungo sui nuovi posti, i costi, la gente.
Tra le loro valigie nel portabagagli non c’era la mia, giacché il mio trolley rosso compagno-di-mille-avventure al momento l’ho imprestato a un nuovo amico, un professore universitario poco più grande di me che ho conosciuto dandogli un passaggio, e da allora abbiamo scoperto che ci stiamo parecchio simpatici; così io gli do lezioni di condivisione (come mettere in affitto la casa su Airbnb? Come pulire? Cosa prendere?) e lui di tutto il resto, praticamente.
Potere della contaminazione, in cui ogni cosa è arricchimento. Cosa mi sarei persa se fossi andata a dormire in un albergo? Se avessi viaggiato da sola? Se non avessi chiacchierato con le persone trovate lungo il percorso?
In definitiva è soltanto allenamento ad aprirsi all’altro: e finire a dormire in una casa hollywoodiana aiuta a trovare coraggio.

(La vista dalla sala)
(La vista dalla sala)

Piccolo cinema condiviso

San Francisco è la città in cui la parola share (condividere) è usata più frequentemente. San Francisco è anche la città in cui la parola share in tutte le sue declinazioni calamita il simbolo del dollaro, capitalisti di ventura rigonfi di quattrini nonché trentenni che avendo dormito in couchsurfing, lavorato qui e là attaccandosi a wifi gratuite, parlato con molti via skype e vissuto parecchio spendendo poco si trasformano in consulenti della sharing economy, con contratti generosi (io potrei dunque trasformarmi in un’agenzia di smistamento consulenti: molti dei miei intimi hanno fatto decisamente di meglio, per non dire che sono in giro tra Europa e Usa da un mese e ho speso 1.200 euro inclusi biglietti aerei).
Ma comunque non c’è niente di deprecabile, perché il giorno in cui i consulenti avranno convinto Google, Cysco, Vodafone e compagni che il wi-fi è un diritto acquisito tanto quanto il peccato originario se sei nato in un Paese cattolico, allora il mondo sarà realmente diverso.
E tuttavia, in questo tintinnare di idee e monete spesso inebriante, c’è anche chi di dollari non ne vuole sapere e si è inventato un cinema popolare che raccoglie di volta in volta gli abitanti di un condominio, una volta alla settimana, per imparare un’altra lingua. La cosa esilarante è che gli iniziatori sono russi, e russi moltissimi dei partecipanti, e la prima volta che mi hanno invitato oltre a un manipolo di russi c’erano due iraniani e un siriano, una specie di Asse del male su base condominiale, tanto che mi sono chiesta se non fosse una copertura della Cia: e sarà che io fantastico troppo, comunque gliela ho buttata lì scherzando.
Funziona così: il gruppetto degli iniziatori sceglie un film in lingua straniera e un palazzo i cui membri abbiano aderito, avverte in anticipo i vicini e cerca di trovare un giorno che vada bene a tutti; poi si procura o possiede un proiettore e convoca tutti per ora di cena. Tutti portano qualcosa da mangiare e da bere e, a seconda di quanta gente si presenta, la proiezione si fa nella stanza più adeguata tra le varie case. Soprattutto, per ogni film deve esserci almeno uno che capisca tutto quello che si dice per spiegarlo agli altri e scrivere le parole chiave su post it che resteranno in giro per il palazzo fino al film successivo – il tempo di impararle.
L’altro giorno sono stata convocata come hispano hablante ed ero tutta tronfia; si proiettava Y tu mama tambien e io dovevo esssere la guida del gruppo: peccato che il film in realtà fosse messicano e io capivo una parola su tre, ed è finita indegnamente che oltre ad aver mangiato più o meno tutti gli avanzi dell’ultima settimana dell’intero condominio ho dovuto anche chiedere a qualcuno che scaricasse i sottotitoli, perché non ce la potevo fare.
Sono stati tutti molto comprensivi, in ogni caso. Semplicemente non mi inviteranno più.IMG_0167.JPG

Kitchen stories

Ho tirato fuori dal frigo largo quanto un armadio un sedicente roastbeef, ripiegato in fettine perfettamente regolari, gelatinose ai confini della plastica, divise con fogli oleosi, chiuse dentro un sacchetto di plastica a sua volta chiuso dentro una scatola di plastica; e poi un pezzo di feta pulito, avvolto in banale carta da formaggi.
Affiancati sul tavolo sembravano un’opera d’arte di Duchamp: la dispensa di Star Treck e il nudo alimento. Me ne sarei quasi compiaciuta se il mio ospite e i suoi amici ingegneri informatici avessero accennato un sorriso di comprensione. Invece non hanno fatto una piega, e mi è stato subito chiaro che l’avvio del primo gruppo di lavoro Eat the difference non aveva colpito nel segno. So what?
Ma ero certa di poter ottenere maggiore coinvolgimento. Così, mi sono messa a spiegare so what, cosa c’era di così diverso tra le due proposte di cena (a parte il prezzo, ovviamente: vai in America a comprare in un supermercatino bio un pezzo di formaggio ed è più o meno come aver investito in un fondo pensione).

IMG_0146.JPG

Ho citato la freschezza: un roastbeef che scade dopo quattro mesi si è mai visto? E poi la quantità di plastica utilizzata nella confezione, il costo ambientale, sia per produrre sia per smaltire, l’insensatezza di avere un frigo pieno di scatole di plastica che diventeranno rifiuti nonché l’esigenza di promuovere il mercato dello scambio tra produttori locali, che specie qui a San Francisco è florido e sostenuto almeno in parte dalle istituzioni.
Il merito è dei ragazzi di Shareable, pionieri della cultura della condivisione e sostanzialmente gli unici rimasti in città a non averci fatto sopra i soldi. Mentre praticamente chiunque altro qui intorno si è trasformato in un consulente della sharing economy, cosa in sé non deprecabile ma talvolta parecchio lontana dallo spirito con cui movimento è nato, quelli di Shareable spingono tremendamente per mantenere l’economia della collaborazione un fenomeno fatto di persone più che di grandi aziende, uno strumento per migliorare la vita della gente e la qualità delle città. Hanno prodotto un vademecum per le shareable cities e molti dei mercatini che oggi riempiono il quartiere di Mission, ma anche molte delle iniziative di scambio pasti tra vicini e delle cucine condivise nell’area, sono merito loro.
E non è un compito facile, per almeno due ragioni. La prima è che da queste parti camminare tre isolati per andare al negozio di alimentari è considerato uno sforzo paragonabile alla maratona, specie quando le grandi catene ti portano a casa qualsiasi cosa ordini su Internet spendendo la metà.
La seconda è che ci sono talmente tanti soldi in circolo che se uno ha una buona idea per condividere alimenti genuini e meno nocivi, prima o poi fonderà una società per portare la pratica su larga scala ed esistono considerevoli probabilità che se l’idea è davvero buona un’immissione di capitali esterni trasformerà l’azienda in una multinazionale.
Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo in là. Quello che ho fatto agli ingegneri informatici, invece, almeno lì per lì è sembrato funzionare. Specie perché dopo ho cucinato pasta, feta e noci, che non sarà una pietanza da cucchiaio d’argento ma dove mangiano roast-beef liofilizzato fa sempre la sua certa figura.
Il mio ospite era così contento che ieri mattina mi ha svegliato chiedendomi se volevo una colazione italiana. Aveva comprato all’esotico mercatino sulla 22esima un tipo nuovo di salsiccia cruda e il fatto che fosse da cuocere e non precotta come tutto il resto la rendeva automaticamente italiana: sostanzialmente era la luganega che noi mangiamo il giorno di Pasquetta. Ho apprezzato lo sforzo: non fossero state le nove di mattina sarebbe stato meglio, ma non si può andare troppo per il sottile.

IMG_0148.JPG

Più casa (e Renatini) per tutti

Case, dunque. Spuntano come funghi. Di colpo, tutti hanno una casa da offrirti, un tetto sulla testa, in qualche caso fortunato anche una camera tutta per te e comodità di vario tipo, dalla connessione internet a quattro o cinque varietà di caffè in cucina (certo, sono pur sempre varietà di beverone americano, ma è il pensiero che conta).
Ieri sera ho detto al tizio che mi ospita attualmente che può essere che mi fermi un po’ più del previsto, se solo riesco a cambiare il mio biglietto aereo. Stavo per intonare una supplica mesta, quando mi ha invitato a restare as long as I need.
Come moneta di scambio abbiamo scelto Perry, il cane: la mattina lo porta fuori lui, la sera io. E a parte che sono discretamente amica degli animali, ma girare per Mission con un cane al guinzaglio è persino meglio della sceneggiatura che avrei voluto Woody Allen scrivesse per me.
Oggi, invece, sono stata a trovare il ragazzo che si è inventato le cene in casa, il solito 32enne che a 28 aveva già fatto quasi tutto, dal vivere in un paio di continenti ad aprire un paio di aziende, ed era pronto a pensare a qualcosa che prima non esisteva, pur esistendone tutte le componenti singole: io amo cucinare, tu vuoi mangiare bene, io non avrò mai i soldi per aprire un ristorante, a te piace incontrare gente a cena, magari anche sconosciuti, dunque mettiamo tutto insieme e facciamone un business (chissà perché le cose più furbe sembrano sempre così immediate, ma soltanto dopo che un altro le ha pensate).
Siamo stati in questa terrazza assolata a parlare un bel po’ e alla fine, dopo molte chiacchiere, avevo un’altra offerta per sistemarmi qualche giorno: una casa intera, senza tanti mobili, ma è un bel posto.
Il che, peraltro, è più o meno la descrizione dell’unica casa su cui formalmente posso far valere dei diritti, che al momento è totalmente affidata alla gestione di Renatino, giornalista affermato imprestato ai lavori domestici dai miei vagabondaggi.
Mi dimentico del fuso – e anche del fatto che per mestiere chiude le pagine politiche del Corsera, che non è esattamente come sollazzarsi qui sopra – e gli mando sms deliranti con missioni impossibili: Vai a casa mia a lavare le lenzuola che deve andarci della gente?, Togli dal mio frigo una scatola che mi sono dimenticata dentro?, Porti le chiavi alle due americane che arrivano da me?.
Oggi mi ha mandato un messaggio per raccontarmi di come sia andato a recuperare alcune cose nella mia cassetta della posta, di cui non aveva però le chiavi: pensava che la portinaia avrebbe chiamato i carabinieri vedendolo trafficare e invece se ne è andato con un fascio di copie di Time e la mia corrispondenza personale sotto il braccio senza che lei battesse ciglio. E, onestamente, non so se è una buona notizia.
Di certo, rende del tutto evidente che i portinai sarebbero più efficaci se prendessero un contributo anche loro e aiutassero nella gestione delle case affittate con Airbnb da gente che magari è lontana o non ha un Renatino sottomano.
Ragazzi, fidatevi di una che passa la giornata a dormire a casa di altri e a mandare qualcuno a sistemare la propria perché altri ci possano dormire: fare il manager di appartamenti altrui è il business del momento. I facilitatori della condivisione.

Don’t call it Frisco

A un certo punto il ribelle ucraino è semplicemente scomparso: non è tornato a casa a dormire una sera, l’indomani gli ho mandato un sms e per ore non mi ha risposto, poi mi ha scritto dicendomi che si fermava da amici, poi gli ho rispostoMa se il problema è che siamo troppo stretti me ne vado io, poi mi ha detto che no, c’era una donna di mezzo e poi mi sono trovata nella situazione abbastanza esilarante di essere padrona di casa sua, fino a quando, domenica, avevo sia le chiavi di casa sua sia quelle del successivo posto in cui sarei stata, anche questo vuoto perché l’ingegnere egiziano che ci abita è da qualche parte per lavoro, ma si è premurato di lasciarmi le chiavi da amici (più lenzuola, password del wifi, asciugamani puliti: gente stupenda).
Quindi sono arrivata all’appuntamento con i ragazzi dei Wild tour sentendomi padrona della città nonché in equilibrio con il cosmo, una sensazione provata non più di dieci volte nella vita intera. Incredibile ma vero, il mio umore stava per migliorare ulteriormente.
I tizi di Wild Tour Sf sono due personaggi che si avvicinano parecchio a quello che io definisco genio: tre volte al giorno raccolgono gente – turisti, ma anche moltissimi del posto – e li portano in giro lungo itinerari famosi della città, che però raccontano in modo totalmente diverso.
Per esempio suonando una canzone per ogni angolo della strada particolare, o leggendo le proprie email personali per spiegare perché quel posto è così importante.

Wes, la nostra guida, ci ha portato a Castro, lo storico quartiere omosessuale, famoso per Harvey Milk e la sua battaglia politica per i diritti gay. Mentre eravamo lì, davanti a una serie di bambole appoggiate a una finestra e raffiguranti ogni genere Lgbt, ha snocciolato la mail che scrisse a sua madre per confessarle che era bisessuale, nonché la risposta di lei, in copia conoscenza a tutti i parenti fino al quarto grado, con oggetto Wes’ big news. Un racconto personale e anche un po’ toccante, ma Wes ci ha messo dentro tanta autoironia e tanta sincerità nel descrivere lo sgomento che alla fine stavamo ridendo tutti come pazzi, incluso lui.
Il senso non era farci solo divertire, ovviamente, ma piuttosto far capire quanto è difficile a volte parlare della propria sessualità o farla accettare agli altri, e quindi quanto fosse importante la storia dei diritti civili maturata a Castro. Non so se esista una forma di turismo più intelligente, ma onestamente ho parecchi dubbi.

IMG_0117.JPG

Specie perché è gratis: se uno vuole può fare una donazione, o comprarsi una maglietta, ma non è obbligatorio e nessuno chiede. Ciononostante Wes fornisce anche un elenco dei posti più autentici della città, quelli gestiti da cooperative di Mission, da artisti e da attivisti, e poi anche un elenco dei concerti e delle cose da fare gratis, come se il tempo si fosse fermato a 40 anni fa (o forse come se finalmente qualcuno iniziasse a riprendere possesso del tempo e della città). Ovviamente molti alla fine fanno una donazione, ed è abbastanza perché i due tizi possano vivere e divertirsi e montare un sito internet dal quale scaricare i loro dischi e quelli dei loro amici.
Alla fine della giornata ero così contenta – anche perché la nuova casa a Mission è gigante, ho una camera tutta per me e un frigo pieno di birra che il mio ospite mi ha invitato a finire – che alle dieci ho infilato un libro in borsa e sono andata in una lavanderia pubblica a fare il bucato. E mentre i jeans si asciugavano in queste gigantesche macchine per 25 cents ogni sette minuti ho goduto dei messicani addormentati sulle seggiole tutto intorno, della notte e persino del rumore della centrifuga. Spero di ricordarmela per sempre quella sensazione lì.

Le dimensioni non contano

In aereo mi sono allenata parecchio: contraevo i muscoli del viso in un sorriso non troppo meccanico, tra le occhiate compassionevoli dei vicini chiaramente convinti che fossi una squilibrata. La ginnastica facciale serviva per apparire sciolta e disinvolta nonostante tutto indicasse una potenziale crisi di nervi non appena messo piede nella casa del primo dei tizi che mi avrebbe ospitato a San Francisco.
A Philadelphia, in attesa del volo, in un raro moto di coscienziosità, avevo infatti ricontrollato le scarse informazioni in mio possesso su di lui e la di lui dimora. Ricapitolando: preferiva ospitare donne (chiaro segno di possibile “maniacità” o sano desiderio di una che lavi i piatti dopo colazione?); viveva in un monolocale (che a San Fran si chiama studio: I live in a studio house in effetti suona meglio di vivo in 18 metri quadrati incluso il bagno, e spendo pure una cifra mensile che moltiplicata per 12 mesi in un anno basterebbe a sfamare il Burkina Faso); era ucraino e l’esperienza migliore della sua vita era stata partecipare alla rivolta di Maidan.
Intendiamoci: nulla di sconvolgente in sé; anzi, qualcosa di meritorio. E tuttavia decenni di dominazione borghese della mente non si cancellano in un solo viaggio, e mentre mi allenavo a sorridere un sorriso che non sembrasse Terminator mi vedevo già un ribelle assetato di sangue con una stamberga come tana pronto a saltare addosso alla giornalista incosciente.
Ho visto troppi film, sì.
Comunque l’allenamento è stato opportuno, Perché la casa era ancora più piccola di quanto me la fossi immaginata e c’è mancato poco che mi cadesse la mascella: il divano su cui dormo io e il suo letto sono praticamente un tutt’uno e, insieme a un tavolino, a una poltrona e al televisore appoggiato sulla mia testa, sono anche tutto l’arredamento disponibile. Sostanzialmente, dormo con i suoi piedi a pochi centimetri dal viso. Ma non l’ho scoperto subito, perché dopo avermi fornito le chiavi il mio ospite è uscito con i suoi amici ed è tornato in piena notte, quando io avevo già iniziato a mandare sms in Italia spiegando che se nessuno mi avesse sentito l’indomani forse era il caso di preoccuparsi.
Fatica sprecata: sto benissimo. E Arthur è gentilissimo. E la sua storia di immigrato negli States al crollo dell’Unione Sovietica una di quelle che avrei pagato per leggere in una rivista. E la sua casa è gradevole, in un certo senso: ci si può quasi illudere di essere vicini a Kerouac o a Bukowsky.

IMG_0105.JPG

Specie perché il mio secondo appuntamento di oggi – il primo era con un economista e a raccontarlo ci vorrebbe troppo tempo: comunque è fiducioso – era con un gruppo di scrittura condivisa, spesso guidato dallo stesso Arthur: una variante artistica dello sharing che in effetti solo a San Francisco.
Funziona così. Ci si trova in un caffè di pomeriggio. Ognuno si presenta e racconta cosa deve scrivere quel giorno. Poi la capogruppo mette il timer: 60 minuti di scrittura, durante i quali Internet è proibito. Alla fine c’è la revisione di gruppo per cercare di sbloccare i punti meno riusciti del lavoro di ciascuno, con tanto di agende e computer che passano di mano in mano per un editing collettivo. Un po’ tipo quando Ginsberg e Kerouac sono andati a Tangeri per editare il Pasto nudo di Burroughs, se il paragone non è profano.
Non è esattamente come andare a smistare jeans usati – attività di domani – ma ha molto a che vedere con l’idea che dallo sforzo collettivo anche il singolo può ottenere il suo meglio. United we stand, dicono da queste parti.

IMG_0104.JPG

Faccio cose, vedo gente (la collaborazione parla come mangi)

Dunque giovedì parto.
Vado a vedere il meglio degli esperimenti di economia collaborativa in qualche selezionata parte di mondo, per poi scriverne: un po’ qui, un po’ su un libro. E  se la dicitura esperimenti di economia collaborativa suona strana – già li sento quelli del «sempre meglio che lavorare» – mi piace pensare che siano quelle cose che quando diventano parte della tua normalità (tipo prendere una macchina a nolo per 30 minuti in qualsiasi città europea spendendo meno di 5 euro, cioè il carsharing) ci si chiede come si viveva prima, ma “prima” sembrava impossibile che potessero mai succedere (figurateveli i vostri genitori negli Anni 80 con i capelli cotonati e baffoni mentre si appropinquano impacciati a una macchina che non è la loro, per entrare avvicinano una scheda con un chip o il telefonino, trovano già dentro  le chiavi e una carta per fare benzina, guidano dove vogliono, mollano la macchina e la spesa di qualche spiccio arriva diretta sul loro conto corrente).

E siccome all’estero talvolta sono più svelti che in Italia, il mio tour parte da Colonia, passa per Amsterdam e infine atterra a San Francisco, dove l’idea della condivisione è diventata business. Qualche migliaio di chilometri (a costo zero, o quasi) per andare a bere un caffè  in un bar nel quale gli smanettoni ti aggiustano l’iPhone rotto solo per il piacere di farlo (Repair Cafè, Amsterdam), o per incontrare quelli che hanno convinto i supermercati a regalare alla collettività un po’ delle loro scorte alimentari  prima che vadano a male (Food sharer and saver, Colonia), o quelli che si sono inventati un sistema di cambia valuta peer to peer basato sulle banconote e gli spiccioli che restano nel portafoglio quando si torna da un viaggio, per evitare le commissioni eccessive (Weeleo, Parigi e San Francisco).

Se ancora non basta all’idea di iscrivervi ai Fee Rss di questo blog (basta cliccare qui) l’idea di me che arranco dietro a un esercito di teutonici impegnati a raccogliere cibo dai supermercati resistendo alla tentazione di mangiare quello che trovo o che dipingo casa di una sconosciuta in cambio della sua ospitalità, bè, dovrebbe fornire la giusta motivazione.

In viaggio a costo zero, o quasi

Leoni marini, bye bye. Alle prime luci dell’alba, stamane, il mio posto letto a San Francisco si è materializzato sotto forma di una mail: There is one thing that is hard to find in the US and I’m a big fan off, the Spanish “El Almendro” brand Turron candy. If you come across some…
Un couchsurfer che in cambio di un posto letto mi chiede di portargli del torrone è perfetto: lo so, lo sento.
Lontano lontano, come un’eco confusa, per qualche istante ho sentito anche la voce di mio fratello sussurrare: Ma chi sono questi, ma com’è che dormi da gente che non conosci, ma che quartiere è quello lì, hanno ammazzato uno l’altro giorno, non si può giocare con la vita e qualche altra cosetta di questo tenore.
Non che abbia torto, ma la fiducia è esattamente l’elemento che fa la differenza quando decidi di fare couchsurfing, o di affittare casa tua a uno sconosciuto (cioè il modo con cui pago il biglietto per San Francisco), o di caricare la macchina di gente che non hai mai visto prima e scorazzarli in giro per l’Italia, e via discorrendo. Poi, nella fattispecie, c’è anche che questo giovane cresciuto al Cairo e goloso di torrone spagnolo che mi apre la porta di casa sua a San Francisco è anche un iper ingegnere con stipendio e Pdh – dottorato di ricerca – che io probabilmente nemmeno se mi reincarno 160 volte per espiare tutti i miei mali riesco ad arrivarci; e insomma, appena fuori dallo stereotipo il mondo rischia di essere molto meglio di come appare.
Quindi ho trascorso la mattinata a cercare di sistemare i dettagli: prima di arrivare dall’ingegnere originario del Cairo sono dal musicista originario dell’Ucraina – gli stranieri trapiantati sulla West Coast  sono incredibilmente ospitali- e prima di arrivare da lui sarà in Olanda da una ex consigliera comunale della città di Amsterdam, e prima ancora da superattivisti e da un regista a Colonia, in Germania. Anche solo a scrivermi i nomi e gli indirizzi e i mezzi di trasporto, e a capire dove vivono questi e quante persone devo incontrare in questo tour, ci ho messo qualche ora (metti mai che una pioggia magnetica annulla tutte le conssesioni wifi del mondo, io perdo le mail e finisco in treno in mezzo alla campagna tedesca senza sapere qual è il prossimo passaggio: rischio persino di perdere due etti per lo spavento).
Ovviamente i dettagli si moltiplicano come i pani e i pesci, quindi non sarà mai veramente pronta. Ma le tempeste solari non sono poi così frequenti. E decidere di affrontare un paio di continenti alla scoperta di quello che in Italia ancora (quasi) non esiste, peraltro spendendo meno che per una borsa di Luis Vuitton, deve per forza avere la sua dose di sana incoscienza.