Siamo tutti disrupted, ma i tassisti non lo accettano

nanzitutto, prima che qualcuno tiri fuori i nuovi modelli occupazionali e di consumo, sgombriamo il campo dagli equivoci: con la protesta dei tassisti che il 16 febbraio hanno mollato a piedi migliaia di cittadini, la sharing economy non c’entra nulla. E, per una volta, nemmeno la gig economy, il suo contraltare ‘cattivo’, quello dei lavoretti e del precariato. C’entrano, invece, essenzialmente tre cose: l’innovazione, il corporativismo violento e la politica ignava.

TUTTE LE PROFESSIONI SONO STATE DISRUPTED. Non c’è nessuna categoria professionale o comparto economico nel mondo occidentale che negli ultimi due decenni non sia stato colpito (o, talvolta, travolto) dalla disruption digitale. Smartphone, internet veloce, connessioni wifi, algoritmi, cloud computing, app e via discorrendo hanno irreversibilmente cambiato le condizioni, le opportunità e le modalità di lavoro e di consumo. Per tutti. Gli operatori telefonici sono stati sorpassati da Whatsapp e simili, le librerie da Amazon, gli editori da Internet; persino i giornalisti, categoria tradizionalmente protetta – e oggi viepiù abbandonata – se la devono vedere nientemeno che con software di composizione automatica degli articoli, che costano poco e lavorano molto.

NUOVI SERVIZI, NUOVE OFFERTE. Inarrestabile, l’innovazione ha portato in ogni settore due conseguenze almeno: nuove offerte e nuovi servizi per i consumatori, che apprezzano (alzi la mano l’ultimo che ha ricevuto un vecchio sms a pagamento al posto di un messaggino su chat), e sfide complesse per i professionisti coinvolti, in termini di aggiornamento delle proprie competenze, di rinnovamento della propria offerta e di battaglie per non perdere i diritti acquisiti. O, talvolta, anche i privilegi.

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Perché la sharing economy non decolla

Passano gli anni, restano i titoli; anzi, si moltiplicano.

«Tutti pazzi per la sharing economy», per dire, comparve per la prima volta nel 2014: e da allora, mese dopo mese, quasi nessun giornale o blog è rimasto immune dall’entusiasmo per il sopraggiunto cambiamento di paradigma. Consultare Google per credere: l’ultimo avvistamento della notizia è di appena un paio di settimane fa.
Vivremmo, insomma, in un mondo in cui i vicini fanno a gara per imprestarci il trapano, le cene si consumano rigorosamente in casa di sconosciuti, gli universitari arrotondano facendo le guide turistiche e ogni buona idea, socialmente apprezzata e condivisibile, diventa business. Suona strano? Probabilmente perché c’è poco di vero.

Il gran boom dell’economia collaborativa, e il suo traino dell’economia ‘tradizionale’, infatti in Italia non c’è ancora stato e alle condizioni odierne si fatica a vederlo: il numero delle piattaforme cresce ma l’utenza non è significativa, gli investimenti e le regole sono disordinati e insufficienti, le sentenze della magistratura hanno sepolto i servizi nuovi e le facce che girano tra convegni iniziano ad avere il sapore di vecchio. Mentre, come da copione di parecchi altri settori digital, i colossi stranieri crescono, occupano il mercato e pagano poche tasse.

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Due o tre cose sulla Grecia e sull’Europa

Oggi parliamo di Grecia. Parliamo di Grecia anche se non c’entra con la sharing economy, la collaborazione e il nostro solito tentativo di guardare le cose dalla parte buona (pur ricordandoci che c’è una parte per nulla buona: credere alle potenzialità del cambiamento non significa essere ingenui: al limite coraggiosi).
Parliamo di Grecia perché è una settimana che una serie di cose mi girano per la testa, e oggi più vorticosamente. Siccome ce ne sono tante da dire parto dal fondo, cioè dal fastidio. Quello che provo intensamente nel vedere trasformata una questione che ha impattato, impatta e impatterà profondamente sulla vita di milioni di persone in una serie di battute e gag su Twitter, con un ampio spettro di varianti: dai simpaticoni fine a se stessi a quelli che regolano conti interni, politici e giornalisti, soprattutto; dagli urlatori che han sempre qualcosa da dire a quelli che noi lavoriamo e voi no, e via discorrendo.
Temo di non potere sottrarre totalmente nemmeno me stessa alla conta di questi pirloni da Twitter: è un gioco in cui si cade facilmente. A mia parziale discolpa, posso dire che certamente ho provato a ragionare (detto che il mezzo è quello che è, ed è un mezzo per condividere: il ragionamento arriva dopo, se uno ha voglia di farlo). Riconosco, comunque, che forse tutti potrebbero dire lo stesso di sé, ma io quello che si impegna a mostrare che oggi Varoufakis è in costume da bagno a casa sua, e prova a spacciarlo per informazione politica, non lo posso tollerare.

Poi, ovviamente, c’è la sostanza del discorso, che è molto lontana da quanto sopra. Si articola in almeno tre aspetti: uno economico, uno politico, uno di idealismo e visione strategica.

L’economia, qui, è la questione più bistrattata. E per capirlo basta dire un paio di cose. Nel 2010, al tempo del primo salvataggio – buffa parola, per un Paese che ha perso il 25% della ricchezza nazionale in cinque anni, dove un adulto su quattro e un giovane su due non ha lavoro – il debito di Atene si aggirava intorno ai 300 miliardi di euro.
La crisi greca ha causato tre anni (almeno) di terremoto europeo, con recessioni gravissime (l’Italia ne esce, forse, solo ora), decine di milioni di disoccupati, tre Paesi sull’orlo del baratro e uno sempre appeso – Spagna, Portogallo e Irlanda da un lato, noi dall’altro. Gli speculatori hanno incendiato i mercati, dando il colpo di grazia alle finanze pubbliche, e alle banche. I tassi di interessi vertiginosi hanno eroso i margini di manovra dei Paesi, e reso insostenibili i conti.
Sono state varate riforme – alcune, anche in Italia, importantissime – ma intanto il Prodotto interno lordo sprofondava, le aziende chiudevano, i mercati azionari bruciavano il risparmio della gente, qualche fondo si arricchiva allegramente, parecchie famiglie assaggiavano il sapore della disperazione.
Non so se esiste un conteggio su quanto siano costati effettivamente questi anni, ma ne dubito: credo che sia impossibile calcolare il danno dell’avere decine di milioni di persone improduttive, bloccate anche quando potrebbero fare e contribuire allo sviluppo della nazione o del mondo. Si potrebbero calcolare le perdite di Pil e delle borse – questo qualcuno l’avrà fatto, non ce l’ho sottomano – ma non c’è dubbio, nemmeno il più piccolo e sottile, che la cifra complessiva sia probabilmente 1.000 volte più grande dell’ammontare del debito ellenico.
Se l’economia fosse davvero contata, avrebbero cancellato il debito – come peraltro si fece con la Germania al tempo della riunificazione, quando si sbianchettò la clausola siglata nel 1953 che prevedeva che se Berlino si fosse mai riunita la DDR avrebbe dovuto pagare i propri creditori.
Ovviamente, non sarebbe stato un gesto di generosità fine a se stessa: si poteva fare a fronte dell’imposizione di riforme davvero radicali e strutturali. Che, a quel punto, l’Europa avrebbe avuto tutto il diritto di pretendere e monitorare.
Invece no: non lo si è fatto allora e non li è fatto nemmeno oggi, nonostante una pletora di Nobel, docenti e analisi, inclusi gli stessi membri del Fondo monetario internazionale, abbiano specificato che senza un taglio del debito è impossibile far ripartire il Paese (cosa, peraltro, vera anche in Italia: banalmente non ci sono i margini per una politica fiscale necessaria quanto l’aria).
Quindi la prima cosa che si deve ripensare è la storiella che le scelte fatte siano state dettate da ragioni economiche, legate al denaro corrente: non è andata così. In questa partita pessima c’abbiamo perso tutti, anche in fatto di soldi. Almeno sia chiaro questo punto dirimente.

Restano poi le questione politiche. Di equilibri e di visione.
Io non penso che la Merkel sia il demonio, o che sia nazista. Penso che certamente non sia una persona aperta di vedute e flessibile. Penso che sia una persona che ha fatto sopravanzare gli interessi nazionali, anche i peggiori (il salvataggio delle banche tedesche, gli interessi chiesti alla Grecia sul primo prestito bilaterale fatto nel 2010), a quelli europei.
Penso, soprattutto, che lei – e con lei altri – non siano stati capaci di sedersi e riconoscere un errore macroscopico, certificato nero su bianco persino dalle autorità monetarie internazionali (è stato l’Fmi a far circolare un documento che ammetteva che con la Grecia era stato sbagliato tutto). Prima, hanno sbagliato peccando in pochezza (e in memoria corta). Poi, hanno peccato in orgoglio. Infine, quando si son trovati davanti Tsipras e Varoufakis, han deciso che in quanto populisti, marxisti, neofiti, eccetera, non c’era nulla da fare se non ignorarli e continuare sulla stessa strada di sempre, senza alcuna revisione dei piani.
Tsipras e Varoufakis hanno fatto moltissimi errori; le ultime ore del premier, con il penoso accordo firmato oggi, parlano da sole. Il primo errore è stato fare promesse non mantenibili (non tutte, almeno) in campagna elettorale: un peccato originario difficile da cancellare. Tsipras e il suo ex ministro delle Finanze, inoltre, non hanno mai ammesso con sufficiente chiarezza quanto profondamente andasse riformato il tessuto produttivo, amministrativo e fiscale ellenico, inefficiente, insostenibile e clientelare.
Detto questo, credo che nei mesi scorsi non abbiano davvero avuto molte possibilità di cambiare le cose in Europa; un po’ perché non c’è stato tempo, un po’ perché mi pare verosimile la versione di Varoufakis: ha raccontato di essere andato per mesi ai meeting europei, dove proponeva delle cose e gli altri rispondevano come se non avesse parlato.
Riesco a credergli senza troppi sforzi, specie considerando che per mesi l’intera stampa europea si è concentrata sulle sue camicie di marca fuori dai pantaloni e sulla sua motocicletta (uno stratega più fine magari si sarebbe messo in abito sartoriale e cravatta Marinella, ma per cortesia, di cosa stiamo parlando?).
Tuttavia, anche ammesso che Tsipras e Varoufakis fossero due dementi totali, incapaci e fuori della realtà, resta una domanda: perché gli altri 20 capoccia della Ue non sono stati capaci di essere migliori di loro? Di ascoltare, se non le loro parole, i dati economici, le analisi dei docenti internazionali, i report del Fondo e le richieste che arrivavano da altri leader europei (incluso Renzi), presenti e passati? Perché, essendo chiare le esigenze della Grecia ed evidente la frustrazione del suo popolo, non sono stati i leader europei a dire: Abbiamo sbagliato, proviamo a fare diversamente?
Chi è che ha giocato più col fuoco e con le chiappe degli altri: loro o Tsipras che ha provato il tutto per tutto?
Io, onestamente, non sarei così certa della risposta. Quando poi si dice che Tsipras è stato il solo a mettere nelle mani del popolo una scelta così cruciale per il destino dell’Europa, non ci si dimentica forse di quando i francesi bocciarono per referendum la Costituzione europea nel 2005? Forse, se ci fosse stata, avremmo avuto anche gli eurobond e una politica fiscale comune. E certe cose non sarebbero successe.

Da cui, per chiudere, l’ultimo punto: quello della visione. Quelli che oggi ridacchiano su Tsipras incapace – e magari è vero – sembrano non capire che il ribaltamento delle carte in Grecia poteva essere l’occasione per ripensare all’Europa, in due modi: dandole un senso, o decretando che era finita. Stabilendo un vero principio di sussidiarietà e un processo di revisione strutturale e fiscale, oppure ammettendo che è impossibile, perché abbiamo fatto l’euro senza fare l’Europa, e ora è impossibile armonizzare i sistemi produttivi, fiscali, pensionistici eccetera.
Non so quale fosse la scelta giusta, ma so che si è scelto di non farne alcuna, bensì di andare avanti facendo finta di nulla. E giocando a scaricabarile: se la Grecia non riuscirà a varare tutte le riforme in tre giorni, allora non sarà erogato alcun aiuto. Come dire che sarà Atene – nel caso in cui non dovesse varare le riforme in un tempo pressoché impossibile –  a prendersi la responsabilità del default e dalla probabile uscita dall’euro, un baratro sul quale è stata quantomeno sospinta.
A casa mia questo si chiama giocare sporco. Oltre che non avere alcuna capacità di visione.

 

Sharing, ossia il potere della contaminazione

Al risveglio ho dovuto camminare circa tre minuti per arrivare dalla camera da letto alla cucina, dove già immaginavo un lucculiano banchetto: il tempo che impiego a Milano per uscire di casa e raggiungere la metro.
Ma evidentemente venerdì non ero a Milano né tantomeno a casa mia. E se a ribadirlo non fosse bastata la camminata, a un certo punto del parquet ho incrociato un signore amorevolmente piegato su un cactus, in un rettangolo di sabbia chiara ritagliato ai margini di una stanza, con piante grasse in armonica composizione e un’aurea di quiete cosmica ad aleggiare: un giardino zen, insomma. Collocato appena prima dell’accesso alla Spa, non distante da una stanza adibita a enoteca, a sua volta non distante da svariate altre cose che fino ad allora avevo visto solo nelle riviste d’architettura.
Considerato che fino a quel momento zen garden per me era stata solo una App per iPhone inavvertitamente scaricata – pare che qualcuno si diverta a rastrellare la sabbia con le dita sullo schermo – non avevo ancora raggiunto la cucina che già sapevo cosa avrei risposto al primo che mi avesse detto che il couchsurfing è roba da spiantati senza soldi.
Già, perché in quella specie di paradiso c’era finita grazie all’ospitalità di due che nella tassonomia di #occupy sono decisamente incasellati nel micro margine dell’1% – quelli ricchi, insomma. Ricchi ma sufficientemente illuminati e aperti da ospitare un incontro sulla sharing economy, la diffusione di libri e il mio in particolare, in barba a luoghi comuni e diffidenze di sorta: un punto per il nuovo mondo. Nel quale Giacomo – il fondatore di Fred – e io ci siamo comodamente adagiati: eravamo pronti a collassare su un divano, abbiamo vinto una camera tutta vetri con bagno privato e asciugamani freschi di bucato.
Poi dici a cosa serve aprirsi al nuovo.
D’altronde per arrivare laggiù, 500 km a Sud di Milano, ho raccolto un po’ di gente per strada, stabilendo il mio personale record di internazionalità da carpooling: in due settimane ho messo insieme tre russe, due cileni, un designer appena rientrato da Pechino e due americani.
«Studiamo a Valencia», mi hanno raccontato i cileni quando ho chiesto se Blablacar fosse diffuso anche da loro e come mai lo conoscessero. «Ah sì, cosa?». «Un master in Discotecologia», han risposto e siccome anche io ebbi il piacere di provare per parecchio tempo le cervezas della Costa del Sol, non ho potuto che compiacermi del perpetrarsi delle buone abitudini, interrogandoli a lungo sui nuovi posti, i costi, la gente.
Tra le loro valigie nel portabagagli non c’era la mia, giacché il mio trolley rosso compagno-di-mille-avventure al momento l’ho imprestato a un nuovo amico, un professore universitario poco più grande di me che ho conosciuto dandogli un passaggio, e da allora abbiamo scoperto che ci stiamo parecchio simpatici; così io gli do lezioni di condivisione (come mettere in affitto la casa su Airbnb? Come pulire? Cosa prendere?) e lui di tutto il resto, praticamente.
Potere della contaminazione, in cui ogni cosa è arricchimento. Cosa mi sarei persa se fossi andata a dormire in un albergo? Se avessi viaggiato da sola? Se non avessi chiacchierato con le persone trovate lungo il percorso?
In definitiva è soltanto allenamento ad aprirsi all’altro: e finire a dormire in una casa hollywoodiana aiuta a trovare coraggio.

(La vista dalla sala)
(La vista dalla sala)

Le conseguenze del couchsurfing

Ho ospitato due couchsurfer busker, che è il nome nobile per artisti di strada, che è il nome comune per freakkettoni con zaino, dreadlock e scorte di idealismo sulle spalle.
Ho messo da parte un po’ di paranoie e di pregiudizi e alla fine quasi ho invidiato la loro naiveté nutrita di semini e tisane, che mi hanno pure regalato.
Peccato che quattro giorni dopo in casa ci sia ancora un odore pestilenziale: «Fanno benissimo alla salute», mi ha detto lui la sera che ha deciso di cucinare, tagliando mezza testa d’aglio e tre cipolle intere dentro al soffritto per altrettante persone. Se l’odore non passa entro stasera chiamo i ghostbuster.