Orti condivisi, resistenza rigogliosa

Non ne abbiamo parlato spesso qui sopra, ma questa è una notizia che vale la pena di dare.
Il comune di Milano, che tra tante incapacità e inerzie delle amministrazioni pubbliche si sta impegnando davvero per utilizzare le potenzialità della condivisione per dare un volto più umano a questa distesa di grigio e palazzi, assegna 30 orti urbani nuovi in zona 2. Qui c’è il bando per partecipare, fino al 20 marzo.
Non mi spertico nella difesa dei pomodori e del basilico coltivati a un chilometro dalla tangenziale – ché poi al supermercato ti incellofanano quelli della terra del fuoco, e li mangi lamentandoti copiosamente dell’inquinamento lùmbard – ma il valore dell’operazione degli orti urbani ha tutt’altra portata: simboleggia l’impegno a riprendere possesso della città. A coltivarla, non solo metaforicamente, e non solo negli slogan stucchevoli dell’Expo. A Milano questo riappropriarsi della città, con spazi di verde e lavoro condiviso, è particolarmente importante: non solo perché lo skyline è griffato (e, spesso, mortificato) dai palazzinari,  ma perché qui manca una dimensione dello stare insieme. Da tempo Milano è una città in cui non si passeggia più, non si incontra più gente, si condivide sempre meno – salvo quello che è utile. Invece, si lavora, si costruisce e si compra.  Con felicità e bulimia.
L’orto condiviso è un atto pacifico di ribellione, una rigogliosa promessa di cambiamento. E’ un piccolo segnale di mancata lobotimizzazione, di cui andare fieri.

 

orti urbani
Orti urbani, zona 2