La biblioteca degli oggetti arriva a Bologna

Negli ultimi tempi è successo che sharing economy sia diventata sempre più un’espressione di retorica sicurissima e un po’ pelosa; fuori splendente di buone intenzioni, dentro rosicchiata da multinazionali genericamente poco inclini a pagare le tasse e a ridistribuire il valore ottenuto; o di consulenti e amministrazioni pubbliche che devono farsi belli e innovativi.
Non serve nemmeno fare i nomi: basta leggere i giornali. La condivisione, motore poderoso di un cambiamento sociale, ecologico ed economico, è finita alla mercé delle strategie di mercato: asset su cui costruire piani, al di là delle reali intenzioni o della volontà di sfondare barriere e abitudini.
Ne ho sentite e lette così tante, di storie di queste genere, che di recente quasi mi sono venute a noia, come se fosse il declino ineluttabile delle buone idee capitalizzate e divorate dal sistema che volevano cambiare (Marx, dì qualcosa, ti prego: lo so che ci sei già passato).
Poi, ogni tanto, succede quella cosa stupenda che restituisce senso e smalto a tutto quanto. Questa volta, per esempio, tocca alla Biblioteca degli oggetti che inaugura sabato 16 aprile a Bologna (maledetti loro: son tutte lì le cose migliori).

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Biblioteca degli oggetti, e cioè un posto in cui le cose si prendono in prestito: perché comprare un carrellino per fare il trasloco se lo userò una volta nella vita? E se l’ho comprato, perché tenermelo in una casa troppo affollata al posto di metterlo a servizio di altri?
(Sì, questa è una citazione personale)

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L’idea è nata in Germania, e se siete lettori di Pane e sharing da un po’ vi ricorderete della prima volta che a Colonia ho visto queste ex cabine del telefono zeppe di libri, e i negozietti pieni di oggetti, chiedendomi se in Italia ce l’avremmo mai fatta.
E quindi sì, ce l’abbiamo fatta: prima al Dynamo, poi probabilmente anche alle Serre dei Giardini (due posti super, oltretutto) ci saranno dei punti dove prendere oggetti, o portarli. Naturalmente con regole e impegni: non si condividono armi, per dire, e un oggetto si tiene al massimo per 4 settimane, ché la biblioteca degli oggetti serve a farli circolare e a prendersene cura connettendo le persone, non a sbarazzarsene.
Il regolamento è qui, se volete leggervelo, e devo dire che quasi un po’ emoziona: perché è semplice ed essenziale, come dovrebbero essere le cose la cui portata di cambiamento è immediatamente comprensibile a tutti.

Baratto amministrativo, regole per l’uso

Lo hanno infilato nel decreto Sblocca Italia del 2014, tra concessioni edilizie e trivelle per l’estrazione del petrolio non proprio rassicuranti: il posto in cui meno te lo saresti aspettato. Ma il baratto amministrativo da allora esiste e inizia infine a essere una prospettiva concreta anche in Italia: tanto che giovedì 16 ottobre il comune di Massarosa (Lucca) organizza il primo convegno per parlarne. Utile per fare un po’ di chiarezza e per aiutare a tracciare la strada, per amministrazioni magari poco inclini a questi temi e cittadini con voglia di darsi da fare ma molto spaesati.
Se non sapete di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro. Il baratto amministrativo (art 24 del decreto legge n. 133 del 12.09.2014) è, in sostanza, la possibilità di fare lavoretti di pubblica utilità, in accordo col Comune e nelle forme da questo previste, in cambio di sconti su tasse o multe.
I cittadini possono per esempio compiere piccole opere di riqualificazione (dare il bianco nelle scuole), mantenere il verde pubblico, pulire muri imbrattati e via discorrendo: in cambio, l’amministrazione abbatte le tasse dovute (in misura proporzionale al lavoro svolto, va da sé) o cancella vecchie pendenze (per leggere una spiegazione dettagliata, a opera di giurista, che ha anche il pregio di valorizzare l’importanza del senso di cittadinanza e di comunità, andate qui).
Ogni Comune sceglie le modalità che ritiene idonee. Quello di Massarosa, capofila tra gli aderenti  nonché tra i primi a dotarsi di un Regolamento per la cittadinanza attiva, ha deciso di abbattere del 50% la tassa dei rifiuti a chi partecipa ad attività di volontariato civico: l’esperimento è partito già ne 2015, quindi a breve si vedranno i primi risultati. Di recente è arrivata anche l’amministrazione di Milano, che tra le grandi città è senza dubbio quella più attenta ai temi della sharing economy e affini: qui i vantaggi non sono sulle tasse future, ma su quanto si deve e non si è riusciti a pagare nel passato.
Ogni città, insomma, sta cercando la propria strada, con le specificità delle singole necessità e dei propri conti: è chiaro che un comune da 2 milioni di abitanti non può probabilmente lasciare che tutti barattino le proprie tasse con lavoretti, un po’ perché si abbatterebbero le entrate, un po’ perché l’entità dei lavoretti non sarebbe forse sufficiente a coprire la domanda.
L’importante, però, è che il tema entri nel dibattito e che si stabiliscano linee guida. Un po’ perché così si determina una nuova consapevolezza di cittadini, con effetti duraturi e capaci di modificare sul lungo periodo il nostro stare in un luogo (quel tipo di consapevolezza, per capirci, che fa venire la pelle d’oca quando qualcuno butta una carta per terra, e che spinge a fare la raccolta differenziata). E un po’ perché inizia a modificarsi (molto lentamente) il concetto stesso di denaro e di tributo, sostituito con un’attività dallo stesso valore ma altrimenti non monetizzata.
Sono concetti di lungo periodo, che vanno sottratti al battibecco politico e sostenuti con un dibattito profondo. Oggi si consumano in articolati mordi-e-fuggi sui quotidiani ma, in prospettiva, potrebbero cambiare le dinamiche del sentirsi cittadini e del rapporto con il governo degli spazi e della vita pubblica (tasse incluse).
Ammesso che si affronti un percorso, piuttosto lungo, e che nel frattempo le persone si informino e si muovano: il convegno di Massarosa – 22 mila anime molto attive – è un buon punto di partenza.

Airbnb in Lombardia: la prima legge sull’home sharing

Alla fine arrivò. Dopo Expo, anche se doveva nascere per facilitare l’ospitalità durante i giorni dell’esposizione universale. Ma comunque prima di qualsiasi altra regione italiana: è stata pubblicata il 1 ottobre sul bollettino ufficiale (Burl). La regione Lombardia ha steso la nuova legge del Turismo che inquadra anche i fenomeni dell’home sharing, cioè la possibilità di noleggiare casa propria per qualche giorno; Airbnb, come successo in altri Paesi del mondo, è stata coinvolta nella discussione e nella stesura delle regole.
La legge, per intenderci, è la stessa aspramente criticata perché penalizza gli albergatori che ospitano i migranti, ma qui ci limiteremo a parlare delle norme che regolano Airbnb e affini, tecnicamente e per quanto possibile finora.
HOME SHARING LEGALE. I punti fermi infatti sono tre o quattro, di cui il primo fondamentale: affittare temporaneamente la propria casa (ma anche un secondo immobile di cui si dispone, e persino un terzo) diventa legale. Nel testo, voleste mai leggerlo, si inserisce dunque la categoria dell’ospitalità non professionale: cioè noi che ci infiliamo un americano in casa quando siamo a Cuba, per dire.
Prima conseguenza: archiviamo felicemente le menate dei vicini che chiamano l’amministratore comunale perché «questo palazzo non è un albergo»,  visto che la legge è dalla nostra.
NON C’È (ANCORA) UNA DURATA. La formula, tuttavia, è oggi molto (troppo) generica: nessuno ha stabilito quanto duri il temporaneamente, né lo si farà con i decreti attuativi che devono ancora essere scritti. Semplicemente, dalle consuetudini (e dalle proteste, s’immagina) si determinerà la durata del “temporaneamente” (30 giorni? 60?), aprendo a successive modifiche della legge.
«In questo momento “storico” non ci si poteva spingere troppo in là con i dettagli, l’importante era stabilire una prima cornice normativa. Volevamo ottenere che la legge fosse aggiornata e l’abbiamo ottenuto», mi ha detto Matteo Stifanelli, il numero uno di Airbnb in Italia, con una certa soddisfazione.
OBBLIGO DI COMUNICAZIONE ALLE ISTITUZIONI. Il secondo punto è che sarà necessario comunicare al ministero dell’Interno (cioè alla questura) chi sono gli ospiti che arrivano; in teoria, l’obbligo esiste da sempre e per chiunque: se ti metti qualcuno in casa, lo devi dire allo Stato. Nella pratica non lo ha mai fatto quasi nessuno, spesso non lo fanno nemmeno i padroni di casa quando affittano per lungo periodo.
Dal Comune di Milano hanno fatto sapere che anche loro vogliono conoscere i nomi: quindi bisognerà dire chi sono gli ospiti a entrambe le istituzioni. Il come farlo è un punto cruciale: al momento, esistono delle pagine web per queste segnalazioni, ma funzionano solo per gli albergatori e similia. Come consentire ai non professionisti di comunicare i nomi degli ospiti senza perdersi in burocrazia non è chiaro. Airbnb sta lavorando per trovare una soluzione con la Regione: un’idea è consentire l’accesso a quella pagina web anche ai non professionisti (cioè ai suoi host), l’altra è creare una pagina ad hoc, magari linkata direttamente alla piattaforma o ben evidente nei siti di Comune e Regione. «Stiamo studiando le opzioni, la Regione si è impegnata a fare  un modulo facile, compilabile in pochi istanti dal web», mi ha garantito Stiffanelli.
PAGAMENTO TASSA DI SOGGIORNO. Una volta che l’home sharing esce dalla zona grigia, arriva con sé anche l’obbligo di pagare la tassa di soggiorno per i clienti (il che, dal mio punto di vista, è un’ottima notizia, come spiego in Mi fido di te). Se non sapete di cosa si tratta, calma e gesso: nel peggiore dei casi arriva a 5 euro, e in linea di massima sta sotto i 3. Nulla che distruggerà l’economicità di Airbnb, ma un considerevole gettito per una città come Milano, che magari con quei soldi potrà articolare nuovi servizi assai necessari.
In altre città del mondo – Parigi su tutte – Airbnb funziona come sostituto d’imposta: raccoglie cioè i soldi direttamente dai clienti, inserendo la voce “tassa di soggiorno” nel costo per la casa, e poi gira i soldi alle istituzioni. In Lombardia non è ancora chiaro come funzionerà, ma evidentemente si dovrà trovare una soluzione simile, altrimenti i soldi andranno persi: chi va a pagare una tassa che non sa nemmeno come pagare?
SI PARTE ENTRO FINE ANNO. Se in questo momento siete in Lombardia e avete un account su Airbnb il tutto può sembrare fantascienza: al momento sul sito non è cambiato nulla, né per chi è ospite né per chi affitta. I cambiamenti dovrebbero essere operativi entro fine anno, e Airbnb manderà certamente informazioni ai suoi iscritti con i dettagli.
Se tutto va bene, altri posti seguiranno. Il Turismo in Italia è una materia regolata da leggi regionali, e quindi bisogna trattare con ogni regione separatamente. Non tutti i consigli sono ugualmente aperti e disponibili. «In Toscana siamo a buon punto: Firenze vorrebbe fare come Milano. Anche a Venezia abbiamo già parlato con numerosi assessori, ora tocca aprire il dibattito con la Regione», mi ha detto Stiffanelli. Il posto più incasinato, come spesso succede, è Roma: «Stiamo lavorando sul Lazio; A Roma sono cambiati tre assessori al turismo nel giro di pochissimo, ma il nuovo assessore pare avere vedute più ampie».
BISOGNA PAGARE LE TASSE. Non detto, ma esplicito, è che con la nuova legge arriverà anche l’obbligo di pagare le tasse sul reddito prodotto: una volta che si ammette di aver affittato casa a qualcuno, è più probabile che l’erario vada a suonare il campanello a coloro che non dichiarano i proventi. Airbnb, tuttavia, garantisce che non farà da delatore: «Non ci sarà alcuno scambio di dati con comune e regione, tanto è già tutto visibile. Ma è ovvio che i singoli devono prendersi la responsabilità di dare al fisco quando dovuto».
In compenso, ora che finalmente c’è una legge, ci potranno essere iniziative congiunte: magari, chissà, anche in favore di senzatetto e migranti.

Benvenuto, rifugiato

Se un paragone può aiutare a capire, qualcuno ha usato quello con Airbnb. Solo che Flüchtlinge willkommen (Benvenuto rifugiato) non serve ai vacanzieri bensì ai richiedenti asilo. Nonché alle amministrazioni che aiuta in modo discreto.
Sul sito, creato in Germania già alla fine del 2014, ma diventato famoso solo con la crisi nella gestione dei migranti di questa disgraziata estate, i cittadini possono elencare gli spazi che hanno disponibili per accogliere i richiedenti asilo. L’associazione si preoccupa poi di far combaciare i profughi stessi con gli spazi disponibili.
In Germania finora sono stati “collocati” 96 rifugiati; in Austria, dove l’iniziativa è decollata a inizio 2015, sono stati trovati altri 81 posti. Possono sembrare pochi, ma considerando che si tratta di un movimento spontaneo pressoché sconosciuto alla massa, sono invece parecchi.
L’ospitalità non deve essere eterna: a volta si tratta di qualche settimana, altre di qualche mese.
Chi ha aperto le proprie case agli ospiti in Germania riceve un contribuito dalle amministrazioni dei Lander (le regioni), anche se l’iniziativa non è sponsorizzata né riconosciuta come ufficiale dalle istituzioni. Anche per questo, l’associazione Flüchtlinge willkommen raccoglie donazioni, e anche un contributo minimo può essere d’aiuto: sul sito ci sono le coordinate bancarie.
Ispirati dai tedeschi, gruppi gemelli stanno nascendo in altri Paesi, Italia inclusa. I lavori sono ancora in corso (e io ho chiesto di farne parte) e passano attraverso questioni burocratiche parecchio farraginose. Ma la speranza, come ci hanno insegnato i migranti, è davvero l’ultima a morire.

Airbnb, i commenti e l’articolo su D di Repubblica

Il problema dei giornali, come sanno tutti i giornalisti, a partire da chi scrive, è che vivono di fenomeni e fenomenalismi.
Il problema della sharing economy, come sanno tutti quelle che se ne occupano, a partire da chi scrive, è che spinge verso la partigianeria: per scansare le banalità altrui, tocca involontariamente fare la parte degli sponsor.
Prendete per esempio l’articolo uscito sabato su D di Repubblica dal titolo Questa casa è un inferno (non c’è sul web, purtroppo, o per fortuna); argomento Airbnb e le – trascrivo – «scene di pubblica guerriglia quotidiana online dalle pagine di Airbnb».
L’articolo riporta banalità sparse, a prescindere da come la si pensi sulla piattaforma. Il senso del pezzo è che può capitare di finire in una casa che non piace, troppo rumorosa, non esattamente rispondente alla descrizione sul sito o in cui capita di dover condividere il bagno con qualcuno (ma dai!). Questo insieme di cose configura l’inferno del titolo del pezzo, reso palpabile dalla presunta guerriglia via commenti. Fino ad arrivare a dire che «delle recensioni su Internet ci si può fidare poco in generale e pare che quelle su Airbnb non facciano eccezione», perché (sempre testualmente) «pare che non solo chi offre il servizio, ma anche l’ospite pagante viene recensito: dunque se commenta negativamente può provocare la reazione del proprietario , che può criticare a sua volta pubblicamente le sue mancanze rendendogli la vita difficile dopo per trovare un alloggio».
Per smontare l’idiozia, probabilmente, basta partire da quel «pare»: uno che lo usa ammette in partenza di non avere la certezza di quello che sta per dire, e cioè di non avere provato il servizio, né di essersi sufficientemente informato su come funziona. Proprio per evitare quel tipo di problema, infatti, su Airbnb le recensioni si scrivono simultaneamente e si pubblicano soltanto quando entrambe sono state scritte, senza che l’uno sappia il contenuto di quella dell’altro: non funziona che l’ospite pubblica un commento e allora il padrone ne scrive uno su di lui. Se dopo 15 giorni una delle due parti ha deciso di non commentare, allora il commento dell’altra (ammesso che ne abbia fornito uno) viene reso visibile, ma a quel punto il primo non può più scrivere nulla.
Si può invece rispondere al commento dell’altro (un po’ come i reply su Facebook), ma la risposta non si visualizza sul profilo dell’utente, cioè non entra a far parte della famosa reputazione online. Quindi, tutta la tesi dell’articolista è sbagliata in partenza.
Assodato dunque che l’estensore dell’articolo non conosce sufficientemente ciò di cui parla, la contestazione stessa da cui parte è ridicola. Chiunque abbia familiarità con Airbnb sa infatti benissimo due cose. La prima è che basta leggere i commenti per capire di che tipo di casa si tratti, anche quando non sono troppo espliciti (a me una volta hanno scritto che le scale per arrivare all’appartamento erano troppe e che il letto era troppo piccolo per definirlo matrimoniale: se siete americani, abituati ai king size bed, questo è sufficiente per capire che nel mio spazio non starete comodi). La seconda  è che gli insulti sono una rarità: io, personalmente non ne ho mai visto uno, ma può anche essere che alcuni ci siano e sfuggano ai controllori di Airbnb. Di sicuro, tuttavia, si tratta di pochissima roba, quasi zero: nel mio entourage, in cui quasi chiunque usa Airbnb, nessuno ha mai letto un insulto.
«Infine c’è chi racconta di commenti negativi cancellati», scrive per concludere il giornalista, con la solita vaghezza di chi non sa bene di cosa si parla, ma la butta lì per alimentare il fenomenalismo, sperando che i lettori ne sappiano meno di lui. Ma è un altro errore:  i commenti non si cancellano, lo sanno tutti quelli che hanno un account. Fanno parte del gioco.
Il punto, intendiamoci, non è che su Airbnb non si possano fare esperienze sgradevoli.
L’articolo accenna a una coppia che ha affittato la casa e l’ha ritrovata molto danneggiata (una coppia su 1 milione di alloggi disponibili, appunto), ma dimentica di dire che esiste un’assicurazione che copre fino a 1 milione di dollari.
Le esperienze negative infatti non sono queste, che sono eccezioni, più uniche che rare. I problemi comuni esistono (come, peraltro, esistono quando si va in bed and breakfast e in albergo). L’anno scorso, per esempio, a Los Angeles sono stata in una casa di russi così sporca e malconcia che penso di aver preso le cimici del letto e di essermele riportate in Italia. La recensione che ho fatto a quell’appartamento la trovate su Internet, se volete cercarla, e state tranquilli che chi ha valutato la casa dopo di me si è ben guardato dal metterci piede.
Un’amica si è trovata in Giappone in una stanza singola con sei materassini buttati per terra e condizioni igieniche pessime: ha fatto l’errore di lasciare un commento in italiano, consentendo solo gli italiani di evitare di finirci dentro (lo ha però segnalato anche ai gestori del sito, che se accumulano qualche recensione negativa possono decidere di intervenire).
Se si volesse davvero parlare di Airbnb si potrebbe aprire qualche domanda su questa policy, per esempio: quanti commenti negativi ci vogliono perché una casa venga tolta dal sito? O magari si potrebbe parlare della questione fiscale: dove finiscono i soldi che la gente incassa con Airbnb, e dove paga le tasse l’azienda? Si potrebbe criticare il fatto che viene usata spesso per mettere seconde case con affittivi continuativi, distorcendo il mercato immobiliare e causando grossi problemi alle città. E si potrebbe sottolineare quanto è necessario regolamentare il fenomeno per evitare di accentuare la gentrificazione di alcuni quartieri, e le storture degli affitti.
L’articolo su D di Repubblica, invece, taglia secco su tutte questioni, che sono rilevanti a ogni livello, dal micro al macroeconomico. E si dedica alla consueta arte del fenomenismo: dopo aver scritto decine di pezzi della categoria «Che figata Airbnb», ora siamo alla fase «Forse Airbnb non è poi così figo», e pur di tenere insieme titolo e sommario si usa qualsiasi spiegazione disponibile, ancorché sbagliata o non esatta. Con la presunzione però di non fare un articolo di colore (che potrebbe starci: una raccolta delle peggiori esperienze su Airbnb la gente se la legge al volo), bensì di fare informazione.
Che dire, allora? Forse basta ricordare che l’informazione dovrebbe servire a capire come affrontare un colosso del capitalismo globale vestito di redistribuzione; un colosso che vale poco meno del principale gruppo bancario italiano (oggi Intesa Sanpaolo vale 55 miliardi di euro; Airbnb, che non è quotata, è valutata 50 miliardi di dollari); un colosso che potrebbe portare all’erario introiti, e nuova vita alle comunità.
Invece si procede per Pare e Si racconta – cose non vere, oltretutto. E quindi capite perché tocca arrabbiarsi con il giornalismo, e avere un po’ più simpatia per Airbnb.

P.S. A proposito di esperienze di colore su Airbnb, qui una storia (involontariamente) esilarante dal Daily Mail

Uber, i divieti e la regolamentazione della sharing economy

Il tribunale di Milano ha imposto l’oscuramento della App di Uber Pop, accogliendo il ricorso di alcuni tassisti milanesi. Significa cioè che il servizio Uber Pop diventa illegale – almeno fino alla prossima sentenza – anche se nella pratica la società potrebbe continuare a erogarlo scegliendo di pagare le multe eventuali, come peraltro ha fatto in quasi tutti gli altri Paesi in cui ha avuto problemi con la legge.
Cosa penso di Uber azienda – cioè del suo management, delle pratiche e delle strategie – l’ho detto diverse volte. Più che di sharing economy, si tratta di shock economy, con passaggi ben definiti: «Prima crescere a casa propria, infilandosi nelle crepe di un sistema e rivoltandolo, grazie al contributo (e alle necessità) dei cittadini. Poi, accumulare abbastanza denaro per sbarcare all’estero. Quindi far parlare di sé, anche con le contestazioni dei tassisti e la paralisi delle città (pare che le richieste in quei giorni mediamente crescano del 200% o più). Infine sfidare la legge, forti del consenso popolare», come avevo scritto qualche mese fa da San Francisco.
Sommate che è impossibile parlare con qualcuno, non rispondono alle richieste di interviste, il loro training per diventare autisti corre sulla linea di confine del lavaggio di cervello (l’ho fatto, lo racconto in Mi Fido di Te) e in America sono accusati di spiare sui competitor e avrete il quadro della mia valutazione dell’azienda. Che – attenzione – è molto diverso da quello del servizio che offre: Uber Pop, infatti, funziona alla grande, è comodissimo, economico e, soprattutto, permette un miglioramento della qualità di vita dei cittadini.
Ed è esattamente questo il punto.
Le sentenze dei tribunali e una variegata letteratura sull’argomento sembrano sempre dimenticarsi di una questione chiave: i cittadini e il loro accesso a servizi migliori di quelli esistenti. Certo, in nome di una presunta regolamentazione del mercato (che da mezzo secolo è lasciato in mano a lobby potentissime e ha consentito la nascita di un mondo sommerso, come quello delle licenze dei taxi appunto).
L’impressione sincera è che la regolamentazione del mercato c’entri ben poco: penso che banalmente la politica abbia paura dei tassisti, perché portano pacchetti di voto visto che sono anche rappresentati negli organi di amministrazione dei comuni.
Se il problema fosse realmente la regolamentazione, infatti, qualcuno avrebbe pensato a come farla. Invece, per il momento, niente. Il che è doppiamente paradossale: perché i servizi continuano a spuntare lo stesso, in barba alle leggi, e lo Stato perde il controllo sulle potenziali entrate che generano; e perché si dimostra così platealmente che l’offrire ai cittadini strumenti migliori non è al primo posto degli interessi dei governanti.
Capisco bene che di fronte alla sentenza della Consulta sulle pensioni, regolamentare Uber e Airbnb possa non essere il primo pensiero di Matteo Renzi; e tuttavia, se fossi la sua eminenza grigia, peraltro molto attenta alle questioni di immagine, gli direi di iniziare a pensarci (magari c’è un pool che sta studiando queste cose e io non ne so niente: un po’ me lo auguro).
L’innovazione non si blocca, e anche se l’Italia non ha la vivacità né i venture capitalist della Silicon valley, fortunatamente le idee e la loro attuazione viaggiano su altri canali, e ci coinvolgono nostro malgrado.
I famosi campioni della sharing economy anche in Italia sono aziende straniere: Airbnb, Blablacar, Uber. A dispetto della lentezza de noantri hanno comunque cambiato il nostro modo di vivere. Prima o poi, ne arriveranno altri; e gli italiani stessi si rimboccano le maniche perché capiscono che c’è un orizzonte di cambiamento.
In questo momento non parlo nemmeno dell’orizzonte valoriale, che spesso viene associato all’economia collaborativaparlo semplicemente del mercato. Di nuove idee imprenditoriali. Di nuovi servizi per i cittadini. Di un Paese che cambia verso, per usare lo slogan già pronto del premier.
Dire alla gente che non può usare Uber Pop, che costa meno della metà del taxi, ha pagamenti tracciabili, orari certi e un funzionamento facilissimo, soltanto perché nessuno ha studiato una nuova legge o ha trattato coi tassisti è abbastanza demenziale, ne converrete. E’ come mettere tra parentesi lo sviluppo del Paese.
Bisogna fornire una cornice che regolamenti queste nuove attività. E bisogna decidere come fare coi tassisti (e con gli hotel, e con i ristoranti), perché anche loro sono imprenditori e cittadini, e non sarebbe nemmeno corretto ignorare le legittime ragioni di una parte: finché sono legittime, ovviamente. La fortuna è che in altri Paesi questo lavoro lo hanno fatto, quindi forse si può prendere qualche spunto.
Poi, certo, c’è tutto il dibattito sul lavoro precario: la sharing economy crea posti di lavoro o potenzia la iper precarietà che già ci contraddistingue? Una prima risposta è che crea lavoro, perché queste società hanno comunque degli organici: ieri ero a parlare coi ragazzi di BlaBlaCar e loro sono in 10, a Milano. Fino all’anno scorso quei posti di lavoro non c’erano.
Ma soprattutto penso che la questione in questa fase, e in questo Paese, sia oziosa. Tutto quello che crea opportunità (e non è criminale, né eticamente riprovevole), e che prevede la volontarietà dei coinvolti, è buono.
Noi siamo quelli che fanno le domande per non fare le cose. Purtroppo suona come uno slogan renziano. In realtà non lo è, considerato che di sharing economy – nonostante molti inviti, alcuni anche miei personali via twitter – Renzi non ha mai parlato.

Share’NGo, il nuovo carsharing di Milano

Sono giorni in cui si scrivono fiumi di inchiostro per dire quanto è bella la nuova Milano (quella che ha fatto sponsorizzare la Darsena a Vodafone, e vabbè, accettando di chiamarla “Darsena Vodafone”, e non va bene per niente).
In realtà quello che sta succedendo a Milano è semplicemente che ci sono più cose, promosse meglio: non più come iniziative carbonare per irriducibili ecosostenibilifreak, ma patrimonio della città. Tra le nuove cose disponibili aumentano i servizi condivisi, quelli che in qualche maniera rientrano sotto al cappello della sharing economy. L’ultimo è Share’NGo, un car sharing, sviluppato interamente in Italia, che sarà attivo dal 15 giugno e che impiega soltanto auto elettriche.
L’iscrizione (da fare sul sito internet) costa 10 euro e regala 500 minuti di utilizzo; io ho già versato la mia quota.
La cosa interessante di questo servizio, oltre al fatto che segnala come il carsharing a Milano sia prossimo al diventare mainstream, è che Share’NGo si presenta come Equomobili. È cioè un un servizio che fa tariffe più vantaggiose agli iscritti potenzialmente più “deboli”: è gratis per esempio nelle ore notturne per le donne, studenti fuori sede e chi vive lontano dal centro hanno tariffe agevolate, gli anziani pagano meno, chi non ha una macchina anche.
Immagino che non sia una scelta di filantropia, al netto delle buone intenzioni: è anche marketing.
Il car sharing free floating (cioè quello senza vincoli) è stato ampiamente metabolizzato dai milanesi, perché convenienza e vantaggi sono immediati e immediatamente percepibili. Le scelte valoriali vengono dopo, pur esistendo.
Ora Share’NGo prova a metterle in prima linea, per conquistare anche l’ultima parte di resistenti al cambiamento.
Imparino le start up degli altri settori: così si cresce e si conquista il mercato. E, alla lunga, si contribuisce a cambiare in meglio il mondo, facendo profitti.

Questo il sito dove compilare un questionario e capire quale è la tariffa che spetta a voi

 

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Migranti e sharing economy: soluzioni possibili

Leggevo stamane sul Corsera dello scontro tra Viminale e Regioni sulla questione migranti. Faccenda complessissima riassunta in una manciata di parole: i barconi continuano ad arrivare sulle coste del Sud; le strutture di accoglienza siciliane, calabresi e pugliesi sono piene che non ci può stare più nemmeno uno spillo; il ministero degli Interni chiede alle altre Regioni di farsi carico di un po’ di queste persone, ospitandole in centri già attrezzati o da attrezzare appositamente; le altre Regioni, specie se in aria di elezioni amministrative, rispondono che non se ne parla, con il record negativo e imbarazzante della Valle d’Aosta (regione a statuto speciale, dove ancora oggi benzina e autostrade costano meno, e le tasse si trattengono internamente in virtù di “isolamento e difficoltà territoriale” veri forse 60 anni fa) che si dice pronta ad accogliere una sola persona. Una, su 50 per cui si era fatta la richiesta.

Non voglio entrare nella dinamica politica di questa faccenda, né tantomeno nel populismo che rischia di travolgerla, su entrambi i campi semantici: il buonismo facile dell’accoglienza senza se e senza ma (ma a spese altrui); l’intolleranza verso il diverso, il nero, il povero, quello che deve tornarsene a casa sua perché qui non c’è lavoro nemmeno per noi.
Le migrazioni sono cosa seria, e noi italiani lo sappiamo meglio di altri perché siamo sbarcati in mezzo mondo, portandoci il bene e il male: i Soprano con il loro boss mafioso di origini italiane hanno solo rinforzato un’idea di lungo corso tra gli americani.
E’ certo vero che nella massa di gente che arriva oggi da noi possono esserci delinquenti (la strategia di ogni dittatore, prima di collassare, è aprire le galere per nuocere a chi arriverà dopo di lui), lazzaroni, estremisti, approfittatori. Ma è certamente vero anche che ci sono migliaia e migliaia di disperati: siriani in fuga dalla guerra, eritrei e sudanesi in fuga dalle persecuzioni, somali in fuga dagli islamisti, e molto altro ancora. Sono persone che magari attraversano a piedi mezzo continente, con in braccio i figli e pochi stracci, lasciandosi alle spalle tutto quello che hanno; persone che sanno di poter morire in ogni momento del percorso, che vengono spesso derubate e rinchiuse in galere prima di salire su un guscio di noce sovraffollato e malconcio, timonato da malavitosi aguzzini. Che, lo fanno, comunque, perché a casa loro è peggio: restarci significa morire.
(Ho scritto qualche pezzo raccontando le loro storie, negli ultimi anni, e se non sapete di cosa parlo, se non conoscete vicende e itinerari, magari può essere interessante andare a ripescarli per farsi un’idea almeno un po’ più informata della questione “migranti”: chi sono i siriani in stazione centrale a Milano; i viaggi, i costi e il traffico di persone dall’Africa alla Sicilia).

E dunque, mentre leggevo del rifiuto dei governatori regionali, stamane ho pensato a come tutta questa vicenda sia – o possa essere – strettamente legata alla sharing economy e alle pratiche collaborative. Per due ragioni. La prima è banalmente numerica: anche se i toni son sempre catastrofici ed emergenziali, da gennaio a oggi sono arrivate in Italia 22.979 persone (dati Corsera). Anche sommandole a quelle arrivate l’anno scorso e che ancora non abbiamo “smaltito”, che sono cioè ancora nei centri di accoglienza, il numero è risibile per un Paese da 60 milioni di abitanti. Non lo è però ovviamente se se ne fanno carico solo tre Regioni, poche strutture, fatiscenti, al collasso. Non lo è se queste persone vengono alternativamente tenute semi-prigioniere nei centri, in attesa di capire che farne e come smistarle, o fatte scappare di proposito pur di alleggerire la pressione e la fatica sui centri.
I numeri però dicono anche un’altra cosa: dicono che 60 milioni di persone (24 milioni e mezzo di famiglie) possono certamente fare qualcosa per altre 23 mila. Possono ospitarle e nutrirle; possono inserirle nell’ecosistema dei propri bisogni. Esempi sparsi: le donne possono dare una mano in casa, accudire bambini, preparare da mangiare, gli uomini possono fare lavori più pesanti, aiutare a riparare elettrodomestici e automobili (tra i siriani gli ingegneri sono moltissimi); tutti possono fare la coda in posta, ritirare pacchi e pacchetti, sbrigare faccende quotidiane.
Direte, giustamente, che nessuno si mette in casa uno sconosciuto, magari islamista o delinquente, vai a fidarti, come si fa a sapere. Rispondo che almeno in parte si può sapere: alcuni arrivano coi passaporti (i siriani e gli iracheni tutti, praticamente); altri arrivano da Paesi dove le minoranze sono perseguitate, e probabilmente agli operatori del settore basta un mese di osservazione all’interno dei primi centri accoglienza per capire chi hanno di fronte.

Tutto sommato, però, non c’è nemmeno bisogno di metterli in casa. Gli albergatori potrebbero accettare di dar loro una camera (quelle che sono vuote, quando sono vuote), in cambio di lavoro. E, soprattutto, i Comuni potrebbero utilizzare questa massa mostruosa di manodopera per fare alcune cose vitali: pulire muri, strade, raccogliere rifiuti dalle spiagge, servire alla mensa dei poveri, assistere gli anziani, solo per nominare le prime cose alla rinfusa. Ovviamente un ipotetico censimento di capacità e competenze aiuterebbe a impiegare meglio le risorse. In cambio, i Comuni potrebbero allestire qualche sala di accoglienza, se non hanno affiliazioni con ostelli e altri centri di ristoro.
Prevengo le obiezioni. Prima, soltanto in ordine di comparsa: e chi ha i mezzi per fare il censimento?
Perché non farlo fare ai migranti stessi? Una volta allestita la macchina, potrebbero essere loro stessi a essere reimpiegati anche in questa maniera, con l’aiuto degli operatori del settore. Sono certa, sicura, sicurissima che molti – non dico tutti, ma molti – farebbero qualsiasi cosa pur di sentirsi parte di una collettività e non un problema sociale e mondiale da risolvere con il metodo dell’invecchiamento dentro comodi blocchi di cemento.
Obiezione numero due: ci sono già gli italiani senza lavoro, perché dovremmo occuparci dei migranti al loro posto? Qui la risposta è abbastanza semplice: e allora perché non prendersela con le associazioni di volontariato? Con le au pair? Con le banche del tempo?
Siamo tutti d’accordo che l’assistenza e l’aiuto a chi ha bisogno è importante: e allora cosa importa se a dare assistenza agli anziani sono i migranti, in cambio di ospitalità? Se gli proponessimo di sistemare gratis le strade toglieremmo lavoro agli italiani? Dubito, piuttosto forse allungheremo la vita agli italiani, considerando che in mancanza di fondi statali per le piccole opere (scuole incluse) finora continuiamo a usare strade che sono colabrodo e soffitti che crollano in testa ai bambini.
Magari se spendessimo meno per alimentare e tenere i migranti dentro ai centri di detenzione – ed ecco la seconda ragione per cui ho pensato alla sharing economy – potremmo destinare quel denaro alla riparazione delle scuole.
Già sento i mormorii. Non sto dicendo che sia facile: sto dicendo che è possibile. Che vale la pena provarci: sarebbe certamente molto più dignitoso per tutti. Sarebbe anche estremamente e tremendamente umano, una contaminazione virtuosa di esperienze, afflati, sentimenti ed emozioni.
Tear down that wall, Miss Italy (chi riconosce la citazione prende 100 punti simpatia)

 

Il futuro con la sharing economy

Oggi è uscito il libro, e la cosa che finora mi hanno chiesto di più nelle interviste (sì, mi fanno anche delle interviste: non ridete, su, ché già fatico) è se esiste il rischio di un ritorno al “collettivismo” di stampo sovietico (subito dopo Ma quindi prima o poi sarà tutto gratuito?: comprensibilmente ci si occupa prima delle cose realmente rilevanti e poi delle inezie della storia).
Parliamone, dunque. E sfatiamo un mito che ci vede rivoluzionari marxisti-leninisti, impegnati a combattere contro il capitalismo e la proprietà privata (abbiamo già dato, si sa com’è finita: abbiamo ancora le ossa rotte).
La sharing economy non è questo, e la condivisione non è collettivismo, men che meno forzato. Forse per capirci basterebbe menzionare Uber o Airbnb (rispettivamente 40 e 13 miliardi di dollari di valutazione), due multinazionali cresciute all’interno delle maglie larghe dell’economia collaborativa, un po’ grazie all’intuizione di quanto è grande la disponibilità della gente, un po’ infilandosi nelle crepe di un sistema spesso inefficiente (avete mai provato a prendere un taxi a Roma?). 

Si tratta di due estremi, certo, ma progenitori di molta stirpe e di altrettante aspettative. I ragazzi francesi di Weleeo, per esempio, si sono inventati un sistema di cambio valute che sfrutta i soldi che ti sono rimasti in tasca dopo un viaggio all’estero o su quelli che hai perché in un posto ci vivi: arrivo a San Francisco, ho bisogno di dollari, cerco con la app qualcuno in zona disposto a darmi biglietti verdi in cambio di euro. Perché quel qualcuno dovrebbe fare il cambio? Bè, perché magari sta per andare a fare un viaggio a Roma o a Parigi, e quegli euro gli fanno comodo. E perché il cambio peer-to-peer usa il tasso ufficiale, aggiornato in tempo reale sui mercati, solo che non c’è commissione (le commissioni valgono circa 10 miliardi di dollari l’anno, per non parlare del cambio nero). E poi perché incontrare un’altra persona, al posto che l’impiegato seccato di un cambia valute, può essere piacevole: magari si diventa amici, magari ci si scambiano dritte e consigli, magari si alimenta una rete di contatti che potrà essere utile in futuro.
Quelli di Weeleo, però, non hanno investito soldi ed energia nella loro app solo perché credono nelle magnifiche sorti e progressive. Pensano invece di guadagnarci, chiedendo una cifra simbolica – un euro o due – a chi vuole vedere gli iscritti al servizio che si trovano nei paraggi (soltanto al primo accesso in una certa località): se un centesimo di tutti coloro che oggi si spostano nel mondo usasse Weeleo, insomma, il mio amico che se l’è inventata (27 anni, a proposito) potrebbe mettersi in tasca qualche milione di euro al giorno (e, ovviamente, lui lo spera parecchio).

Si torna allora al punto di partenza. Se la sharing economy non è lotta al capitalismo ma è anzi, almeno in parte, un tentativo di trovare nuovi modi per far soldi, vuole dire che è tutta fuffa?
Per nulla. E non solo perché nella galassia della collaborazione ci sono anche moltissime cose che non contemplano il denaro (vedi Piacere, Milano, di cui ho scritto poco fa) o che restituiscono un senso alla parola “valore”, che non è più solo quello canonico attribuito alla carta moneta ma è invece associabile a qualsiasi bene e competenza, in base alle effettive necessità (se tu hai arance e a me servono, quelle arance valgono: anche se i supermercati le rifiutano perché le comprano dalla Spagna dove costano meno).
L’importanza dell’economia collaborativa, tuttavia, risiede in altro ancora, e cioè nel concetto di fiducia e apertura. Airbnb ha sdoganato il concetto di andare a dormire in casa d’altri (o di lasciare il proprio appartamento a sconosciuti), ed è questo il suo più grosso merito. Imparare a valorizzare i rapporti con le persone, a creare rete e ad eliminare automatismi (di consumo, di chiusura, di rifiuto) spinge verso una nuova dimensione sociale, in cui la mutua disponibilità può sostituire quello che una volta era il contratto sociale.
In termini marxisti (il vecchio Karl sulle analisi c’aveva visto bene), la spinta economica può ridefinire l’ideologia (e dunque la prassi) dominante. Può spingere le persone a fidarsi e ad affidarsi, a riscoprire il valore della collettività e della comunità, con conseguenze positive a cascata per l’ambiente, le città, il futuro dei vostri figli.
Ecco perché se ne parla così tanto. I soldi c’entrano, ma solo in parte.

 

Piacere Milano (Expo sano in turismo collaborativo)

È la seconda volta in poco tempo che mi tocca scrivere bene di questa città: non fateci l’abitudine. Ma  Piacere, Milano si merita lo strappo alla regola.
L’idea è così semplice ed efficace che c’è da chiedersi perché non sia stata messa in pratica prima, come d’altronde capita quasi sempre in questi casi (ho una risposta più che verosimile: la città è talmente non attrezzata per l’Expo, e le infrastrutture così indietro, che affidarsi ai cittadini e alla loro disponibilità è rimasta l’unica risorsa per non far fallire il progetto).
Sostanzialmente Piacere, Milano funziona così: utilizzando la piattaforma, ogni milanese o presunto tale potrà invitare a casa propria a cena un turista arrivato per l’esposizione universale o potrà offrirsi come guida turistica per mostrargli la città. Locali e stranieri devono registrarsi (a 48 ore dal lancio ci sono già 148 potenziali ospiti, inclusa me naturalmente) e poi aggiungere informazioni su di sé, sui propri gusti e via discorrendo, per consentire di accoppiare persone simili tra loro, o potenzialmente interessate le une alle altre.

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L’obiettivo del progetto, infatti, è unicamente il piacere della condivisione: non ci sono soldi in ballo. Non se ne ricevono per cena, né per gli itinerari proposti: e non è un caso che i percorsi di scoperta della città promossi finora sul web siano già quasi tutti esauriti.
La fame di contatti oltre i Piuttosto che, ti aggiorno, bella lì, il bisogno tremendo di superare i cocktail a nove euro serviti su superfici liscissime e bianchissime, l’urgenza di ridare un senso alla città che non sia quello dei trend setter in cerca di vetrine può trovare in Piacere, Milano il proprio sfogo.
Un problema, e grosso, però c’è. Alla voce “Il progetto“, tra gli obiettivi, sul sito si legge: «Realizzare un progetto partecipato in grado di coinvolgere i cittadini e di offrigli un ruolo da protagonista in occasione di Expo 2015».
Perché un comune abbastanza virtuoso da puntare sul turismo collaborativo non riesce ad affidare i testi a qualcuno sufficientemente letterato da scrivere “offrire loro” e non “offrirgli”?
Non son mica dettagli da niente.