Il futuro con la sharing economy

Oggi è uscito il libro, e la cosa che finora mi hanno chiesto di più nelle interviste (sì, mi fanno anche delle interviste: non ridete, su, ché già fatico) è se esiste il rischio di un ritorno al “collettivismo” di stampo sovietico (subito dopo Ma quindi prima o poi sarà tutto gratuito?: comprensibilmente ci si occupa prima delle cose realmente rilevanti e poi delle inezie della storia).
Parliamone, dunque. E sfatiamo un mito che ci vede rivoluzionari marxisti-leninisti, impegnati a combattere contro il capitalismo e la proprietà privata (abbiamo già dato, si sa com’è finita: abbiamo ancora le ossa rotte).
La sharing economy non è questo, e la condivisione non è collettivismo, men che meno forzato. Forse per capirci basterebbe menzionare Uber o Airbnb (rispettivamente 40 e 13 miliardi di dollari di valutazione), due multinazionali cresciute all’interno delle maglie larghe dell’economia collaborativa, un po’ grazie all’intuizione di quanto è grande la disponibilità della gente, un po’ infilandosi nelle crepe di un sistema spesso inefficiente (avete mai provato a prendere un taxi a Roma?). 

Si tratta di due estremi, certo, ma progenitori di molta stirpe e di altrettante aspettative. I ragazzi francesi di Weleeo, per esempio, si sono inventati un sistema di cambio valute che sfrutta i soldi che ti sono rimasti in tasca dopo un viaggio all’estero o su quelli che hai perché in un posto ci vivi: arrivo a San Francisco, ho bisogno di dollari, cerco con la app qualcuno in zona disposto a darmi biglietti verdi in cambio di euro. Perché quel qualcuno dovrebbe fare il cambio? Bè, perché magari sta per andare a fare un viaggio a Roma o a Parigi, e quegli euro gli fanno comodo. E perché il cambio peer-to-peer usa il tasso ufficiale, aggiornato in tempo reale sui mercati, solo che non c’è commissione (le commissioni valgono circa 10 miliardi di dollari l’anno, per non parlare del cambio nero). E poi perché incontrare un’altra persona, al posto che l’impiegato seccato di un cambia valute, può essere piacevole: magari si diventa amici, magari ci si scambiano dritte e consigli, magari si alimenta una rete di contatti che potrà essere utile in futuro.
Quelli di Weeleo, però, non hanno investito soldi ed energia nella loro app solo perché credono nelle magnifiche sorti e progressive. Pensano invece di guadagnarci, chiedendo una cifra simbolica – un euro o due – a chi vuole vedere gli iscritti al servizio che si trovano nei paraggi (soltanto al primo accesso in una certa località): se un centesimo di tutti coloro che oggi si spostano nel mondo usasse Weeleo, insomma, il mio amico che se l’è inventata (27 anni, a proposito) potrebbe mettersi in tasca qualche milione di euro al giorno (e, ovviamente, lui lo spera parecchio).

Si torna allora al punto di partenza. Se la sharing economy non è lotta al capitalismo ma è anzi, almeno in parte, un tentativo di trovare nuovi modi per far soldi, vuole dire che è tutta fuffa?
Per nulla. E non solo perché nella galassia della collaborazione ci sono anche moltissime cose che non contemplano il denaro (vedi Piacere, Milano, di cui ho scritto poco fa) o che restituiscono un senso alla parola “valore”, che non è più solo quello canonico attribuito alla carta moneta ma è invece associabile a qualsiasi bene e competenza, in base alle effettive necessità (se tu hai arance e a me servono, quelle arance valgono: anche se i supermercati le rifiutano perché le comprano dalla Spagna dove costano meno).
L’importanza dell’economia collaborativa, tuttavia, risiede in altro ancora, e cioè nel concetto di fiducia e apertura. Airbnb ha sdoganato il concetto di andare a dormire in casa d’altri (o di lasciare il proprio appartamento a sconosciuti), ed è questo il suo più grosso merito. Imparare a valorizzare i rapporti con le persone, a creare rete e ad eliminare automatismi (di consumo, di chiusura, di rifiuto) spinge verso una nuova dimensione sociale, in cui la mutua disponibilità può sostituire quello che una volta era il contratto sociale.
In termini marxisti (il vecchio Karl sulle analisi c’aveva visto bene), la spinta economica può ridefinire l’ideologia (e dunque la prassi) dominante. Può spingere le persone a fidarsi e ad affidarsi, a riscoprire il valore della collettività e della comunità, con conseguenze positive a cascata per l’ambiente, le città, il futuro dei vostri figli.
Ecco perché se ne parla così tanto. I soldi c’entrano, ma solo in parte.

 

Piacere Milano (Expo sano in turismo collaborativo)

È la seconda volta in poco tempo che mi tocca scrivere bene di questa città: non fateci l’abitudine. Ma  Piacere, Milano si merita lo strappo alla regola.
L’idea è così semplice ed efficace che c’è da chiedersi perché non sia stata messa in pratica prima, come d’altronde capita quasi sempre in questi casi (ho una risposta più che verosimile: la città è talmente non attrezzata per l’Expo, e le infrastrutture così indietro, che affidarsi ai cittadini e alla loro disponibilità è rimasta l’unica risorsa per non far fallire il progetto).
Sostanzialmente Piacere, Milano funziona così: utilizzando la piattaforma, ogni milanese o presunto tale potrà invitare a casa propria a cena un turista arrivato per l’esposizione universale o potrà offrirsi come guida turistica per mostrargli la città. Locali e stranieri devono registrarsi (a 48 ore dal lancio ci sono già 148 potenziali ospiti, inclusa me naturalmente) e poi aggiungere informazioni su di sé, sui propri gusti e via discorrendo, per consentire di accoppiare persone simili tra loro, o potenzialmente interessate le une alle altre.

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L’obiettivo del progetto, infatti, è unicamente il piacere della condivisione: non ci sono soldi in ballo. Non se ne ricevono per cena, né per gli itinerari proposti: e non è un caso che i percorsi di scoperta della città promossi finora sul web siano già quasi tutti esauriti.
La fame di contatti oltre i Piuttosto che, ti aggiorno, bella lì, il bisogno tremendo di superare i cocktail a nove euro serviti su superfici liscissime e bianchissime, l’urgenza di ridare un senso alla città che non sia quello dei trend setter in cerca di vetrine può trovare in Piacere, Milano il proprio sfogo.
Un problema, e grosso, però c’è. Alla voce “Il progetto“, tra gli obiettivi, sul sito si legge: «Realizzare un progetto partecipato in grado di coinvolgere i cittadini e di offrigli un ruolo da protagonista in occasione di Expo 2015».
Perché un comune abbastanza virtuoso da puntare sul turismo collaborativo non riesce ad affidare i testi a qualcuno sufficientemente letterato da scrivere “offrire loro” e non “offrirgli”?
Non son mica dettagli da niente.

Come ti centrifugo le spese

Storie del nuovo corso. Quello in cui un medico illuminato mi ha spiegato che il glutine è veleno e i latticini mi hanno ammazzato il metabolismo e affaticato il fegato, e prima che la me stessa sorridente che vi guarda da queste pagine scompaia in una maschera avvizzita, sarà bene che smetta di mangiare l’uno e gli altri.

Il medico illuminato stava ancora parlando che già nella mia mente scorrevano sottotitoli di cui è meglio non riferire, brioche al profumo di albicocca andavano in dissolvenza su una valle di lacrime e boccali di birra sfumavano mestamente in cieli tempestosi: un futuro orribile.
Ho trascorso il primo giorno quasi a digiuno: tutto quello che avrei ingurgitato in un giorno normale, infatti, di colpo era proibito. Il secondo ho setacciato il reparto glutine free del supermercato in cerca di idee; ne sono uscita con due pacchi di biscotti e delle gallette di riso, sufficienti almeno a un sostentamento base.
Il terzo ho studiato l’intero menù del giapponese per capire cosa fosse consentito e cosa proibito; e via così, travolta da una pigrizia che mi teneva lontana anche da tutto quello che invece avrei potuto mangiare, per l’intera settimana.

All’alba dell’ottavo giorno, mentre la pelle iniziava davvero ad avvizzirsi, ho capito che se avessi voluto sopravvivere alla rivoluzione alimentare avrei dovuto impegnarmi.
Ci avevo pensato a lungo, e nella mia testa la salvezza aveva la forma di una centrifuga, uno di quegli accessori con cui si producono i succhi (o i frullati) di carote, mele, pomodori, sedani e zucchine che nei bar vendono allo stesso prezzo dello champagne.
Volevo regalarmi quella dose di buon umore – un mix tra il mangiare bene, il sentirsi salutisti e la sensazione di fare qualcosa per sé  – che normalmente pago a caro prezzo sotto casa, e che avrebbe potuto restituire colore alla mia dieta diventata improvvisamente ocra come le gallette di mais.
Data la mia scarsa attitudine in cucina, tuttavia, spendere un paio di centinaia di euro per l’oggetto non sarebbe stato saggio: il 90% degli utensili sui miei scaffali sono durati il tempo di una dieta passeggera (e, ça va sans dire, i miei tentativi di dieta non si contano).
Quantomeno dovevo verificare se la macchina era facile da usare o se le complicazioni ingegneristiche del pulire-smontare-rimontare avrebbero inibito qualsiasi utilizzo successivo al primo.

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Loc Loc, dunque. E cioè il noleggio tra privati: al posto di comprare una centrifuga, sono entrata sul sito in cui la gente offre agli altri i propri oggetti e ho cercato qualcuno che ne avesse una. Le mie speranze di trovarla, per essere onesti, non erano altissime: mentre scorrevo l’elenco di idropulitrici, vaporetti (tra cui uno mio: almeno che me l’affitti qualcuno, visto che l’ho acquistato e mai utilizzato), flessibili e altre amenità del bricolage, temevo che la centrifuga fosse una richiesta troppo banale per l’esercito di umani dediti ai piaceri del fai da te.
Ma mi sbagliavo. Perché Dario ne aveva una. E me l’avrebbe concessa per 6 euro al giorno (non proprio pochissimo, a dire il vero: ma in definitiva quanto un bicchiere di concentrato di carota nei bar dei Navigli).

Gli ho mandato una mail, mi ha risposto dandomi il suo numero, ci siamo accordati e sono andata a ritirare l’arnese. Mi ha spiegato come funziona, mi ha pregato di lavare tutto e dato qualche consiglio di utilizzo; poi ho infilato la preziosa centrifuga in un sacco e mi sono catapultata a casa, dove ho rapidamente estratto dal frigo ogni vegetale in mio possesso per renderlo succo di frutta.
Per far fruttare i miei 6 euro di noleggio contavo di fare una decina di litri di centrifughe da mettere in frigo e consumare nella settimana. Ma, come avrebbe capito chiunque più saggio di me, non avevo fatto i conti con la realtà: dopo i primi tre bicchieri di succhi, sapevo che non avrei mai retto. La pulizia della macchina, il monta-rimonta i filtri, svuota il porta bucce e metti subito in acqua così non si rovina mi stava mettendo in terribile agitazione.

Ho ridimensionato il programma, limitandomi a una cena a base di natura centrifugata. Poi ho rimesso la macchina nel suo sacco, appagata della mia saggezza.
Penso che sia stato il mio record negativo di tenuta: meno di un’ora di utilizzo di una cosa per cui ero stata entusiasta fino a mezz’ora prima.
Da un altro punto di vista, mi sono consolata pensando che sto diventando sempre più rapida a capire quando un oggetto proprio non fa per me. E se lo capisci prima di averlo comprato, tutto sommato puoi fregiarti del titolo di ragazza responsabile.

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Fred, Nicola, Adriano e io

Lavorare o collaborare, questo è il dilemma. O magari nemmeno troppo, posto che sono certa che Nicola abbia risposto alla domanda nel libro, condendola con riflessioni che se finissero sul tavolo del governo magari non dovremmo sorbirci la retorica sul Jobs act e l’articolo 18.
Ma sto divagando.

lavorare o collaborare

Perché il libro, in realtà, non l’ho ancora letto: in compenso l’ho messo in cima alla pila sul comodino (che nel mio caso è un modo nobile per dire per terra, visto che dormo su un futon).
Nicola – che è l’autore – me l’ha incartato insieme alla proposta di fare Sanremo insieme l’anno prossimo – e questo rivela che non mi ha mai visto con un abito stretto, né tantomeno mi ha mai sentito cantare (fortunatamente).
D’altronde Nicola e io prima dell’altro ieri non ci conoscevamo: avevamo solo scambiato parecchie mail, di cui almeno un terzo dedicate a stabilire dove ci saremmo incontrati (scelta caduta sulla pasticceria Cucchi, feeling assicurato) e un altro terzo a rimandare l’appuntamento di giorno in giorno, causa mia influenza, suo lavoro, mio lavoro, sua influenza.
Nel primo terzo, invece, giaceva il motivo dell’appuntamento: Fred, ovvero una delle cose più intelligenti che siano state pensate nell’ultimo decennio.
Fred è una piattaforma per scambiarsi libri: rispetto al book crossing tradizionale, c’è l’elemento umano.
Io carico sulla mia pagina una serie di libri che sono pronta a prestare a sconosciuti e gli sconosciuti fanno lo stesso. Grazie a una mascherina di ricerca, posso verificare chi condivide quali libri e dove, posso cliccare sui loro nomi, inviare una mail, chiedere il volume in prestito. Il che, ovviamente, è l’occasione per ampliare la propria libreria mentale – quella in cui i libri si consumano davvero, e non solo si esibiscono – ma anche per conoscere persone nuove.
Le persone davvero intelligenti, poi, lo usano anche per proporre qualcosa di personale: Nicola, per dire, offre in prestito i testi che lui stesso ha scritto, e scommetto che è un bel leggere, perché lui ha un bel pensare.
In ogni caso, per tornare all’elemento umano, se il nostro incontro per colazione da Cucchi non fosse stato già da solo sufficientemente Carramba, dopo decine di mail con tanto di consigli per guarire dall’influenza, c’ho messo anche un tocco in più: mi sono portata dietro un fotografo.
Un giovine fotografo. Uno studente che aveva bisogno di soggetti per il suo servizio sulla sharing economy. E di consigli sul suo futuro lavorativo.
Così è finita che ci siamo trovati io, Adriano il giovane fotografo, Nicola l’autore di libri e un paio di brioche. C’avesse incrociati Gino Paoli, altro che Eravamo quattro amici al bar.


Riparazioni a costo zero

Il forno si è spento improvvisamente, in un freddo pomeriggio invernale. Era un sabato di raro umore casalingo e stavo cucinando amorevolmente numero sei cosce di pollo con controcosce, pagate peraltro quanto mezza rata mensile di un fondo pensionistico che non posso permettermi (in effetti mi sono interrogata a lungo chiedendomi se fosse stata una specie di rivolta dell’elettrodomestico: siccome ero stata così pirla da spendere 33 euro in dannate cosce di pollo, lui mi dava una lezione? Ma se il ragionamento fosse corretto, dovrebbero essere rotti i forni di mezza via Vigevano. E poi, che rivolta sarebbe: perché punire me e non il macellaio che vendeva cosce di pollo come fossero diamanti?).
Prima del disastro, tutto  stava andando perfettamente: per una volta, rischiavo  persino che il maschio accoccolato sul divano e impegnato a far nulla – anzi, a dare istruzioni – non trovasse niente di che lamentarsi. E invece,  puff; d’un tratto, il buio. La lampadina interna ha smesso di andare e il gelo è calato sulle mie coscette, muto lo sfrigolìo che aveva allietato l’ultima mezz’ora, in mesto declino gli aliti del loro profumo.

Ho tentato di rianimare il forno per parecchio saltellandogli intorno e imprecando lievemente, inscenando un improvvisato rituale indigeno, senza alcun successo. Finché ho capitolato, spostando la cena dal tegame a una semplice padella. E in quel momento ho saputo con certezza che per resuscitare il forno ci sarebbe voluta una rara concomitanza di miracoli: moltissimi denari sul mio conto corrente (miracolo numero 1); il tempo di intrattenere rapporti con un aggiusta-elettrodomestici (miracolo numero 2); un aggiusta-elettrodomestici disponibile a camallare il vecchio forno per tre piani di scale, fino al luogo in cui i forni si riparano (miracolo numero 3).
No surprise, nessun miracolo si è realizzato.
Almeno fino a ieri. Quando, alle 15, il signor Paolo ha suonato al mio campanello.

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Paolo è un manager, o lo è stato fino a qualche mese fa, quando in seguito a una ristrutturazione l’azienda in cui lavorava da 20 anni lo ha fatto fuori. La sua capacità di sistemare forni non ha niente a che vedere con quello che faceva per mestiere, ma ha molto a che vedere con la sua voglia di fare: pur di non stare con le mani in mano, si è iscritto a Time Republik – la banca del tempo digitale – e si è reso disponibile a fare cose.  Agratis. Cioè in cambio del tempo e dei favori che altri potranno dedicargli.
Probabilmente non toccherà a me, ma soltanto perché so fare poco e niente, e nulla di utile per un uomo abbastanza evoluto da aggiustare un forno. Però io ho pagato Paolo col mio tempo, quello che avevo accumulato facendo favori ad altri, in un circolo virtuoso e discretamente galvanizzante. Specie perché è reale tanto quanto le due orate da sei etti che ho cucinato ieri sera: dopo quattro ore di spacchettamento, apertura di ogni pannello, misurazione del voltaggio di ogni filo, rimontaggio degli stessi, sostituzione di cazzilli vari ed eventuali, Paolo ha riportato calore nella mia cucina. E nella mia vita.
Già, perché io quell’elettrodomestico mi ero rassegnata a non usarlo mai più: non me la sentivo di dare 250 euro a uno solo per venire a guardarlo e poi dirmi “Troppo vecchio, non vale la pena di sistemarlo“. Adesso qui intorno tira tutta un’altra aria. Per i prossimi sei mesi, si mangerà solo roba cotta al forno. E meno male che andiamo verso l’inverno.

Sharing, le piattaforme fondamentali

Sei aerei, cinque case, tre nazioni e decine di divani dopo, sono di nuovo a Milano.
Quando sono arrivata la cassetta della posta sputava copie di Time  che avevo già letto dall’egiziano e la casa era piena dei segni di quelli che ci sono passati in queste settimane: due couchsurfer mi hanno anche lasciato una bottiglia di rum con un bigliettino di buoni cocktail, e non ho avuto il coraggio di rispondere loro che con quello che ho mangiato e bevuto negli States sarà bene che non veda un bicchiere fino all’Avvento (certo, questa è un po’ la lista dei buoni propositi, come se fosse il 1 gennaio: ne riparliamo fra due settimane).
Dunque è tempo di un bilancio stringato. Spesa totale per 21 giorni tra Germania, Olanda e Usa: 1.240 euro. Inclusi biglietti aerei (costo biglietti aerei 900 euro circa). La cosa è particolarmente incoraggiante perché i giorni in cui non ho vissuto di sharing ma mi sono infilata in motel e similia (incluso un ranch nella Death Valley, le cui condizioni igieniche erano tali da rendere preferibile non lavarsi per due giorni in pieno deserto) ho totalizzato praticamente la stessa spesa per due settimane di vagabondaggi in paesaggi lunari e marziani.
Diciamo che non potevo fare che così: i parchi naturali e i deserti sono mete turistiche in cui le possibilità dell’economia collaborativa (per esempio macchine in condivisione, biciclette, o entrate da dividere con sconosciuti, visto che il prezzo è settimanale ma pochi restano più di due giorni) sono ancora largamente ignorate. Dopodiché, c’entra in parte la pigrizia: la lezione numero uno è che vivere usando meno e meglio implica fare un po’ più di fatica che saltare sulla propria macchina e dormire in albergo.
La differenza però non è solo l’abisso che si spalanca davanti alla ricezione dell’estratto conto, bensì l’energia che resta addosso. Tra la comunità russa con cui ho fatto il cinema condiviso a San Francisco e quelli che a Los Angeles ci hanno affittato un bungalow degno di Welcome to the Jungle, per dire, c’è la stessa lontananza che intercorre tra persone che ricordi come amici e altre a cui auguri che lo Stato mandi un controllo tasse, solo come inizio.
Per importare un po’ di quella buona energia qui, vi faccio un riassuntino di qualche piattaforma internazionale alla quale sarebbe bene iscriversi – o, in alternativa, creare un sistema simile da noi, ma siccome ci vuole molto perché non iniziare condividendo il lavoro fatto da altri?

Peerby Prendi in prestito le cose di cui hai bisogno dai vicini. E’ anche un app da scaricare sul telefono e funziona splendidamente, a patto che ci sia un numero critico di utenti iscritti. Se anche solo metà del distretto Navigli la usasse, non dovrei mai più andare al supermercato alle 20 in pigiama a comprare  la pasta.

Share your meal  Cosa cucinano i tuoi vicini? Ancora meglio di non dover più andare al supermercato, se sapessi in tempo reale che qualcuno qui in zona cucina per sé una vera cena e non la pasta al pomodoro e tonno che rimedio io normalmente intorno alle 21.30, ogni sera ordinerei una porzione del loro banchetto. Rendendoli un po’ più ricchi (basta che stiate boni col burro, ché c’ho già il bacon da smaltire).

 Bewelcome La versione più integralista del couchsurfing. Lo so che l’idea di dare casa propria a degli sconosciuti fa venire la pelle d’oca. Ma credetemi, sono stata in casa di sconosciuti che mi hanno trattato benissimo, io ho trattato benissimo le loro cose e ora li considero amici. Aprirsi al mondo è un’esperienza che non può fare male. E d’altronde esistono sempre più sistemi per valutare la reputazione delle persone, di cui presto parleremo (convincete il vostro fidanzato: nella mia esperienza in Italia sono gli uomini i più restii, a parte due eccezioni nobili, Gabri e Mi Ki)

S-cambia cibo Il food sharing in Italia. Finora nessuna delle piattaforme che sono state create ha funzionato, per varie ragioni, a partire dalle condizioni poste (consentivano scambi solo agli indigenti, mentre se ho del cibo che sta per andare a male non importa chi lo mangi, purché non si butti via). Questa piattaforma è bella anche da vedere e funziona bene, con tanto di geolocalizzazione eccetera. Quando gli iscritti saranno tanti probabilmente si potranno organizzare anche dei punti di raccolta in giro per le città come quelli che ho visto a Colonia. Intanto, però, questo c’è. E se aprite il frigo scommetto quello che volete che il 70% di voi ha dentro qualcosa che sta per scadere e lascerà andare a male. Davvero, è uno sforzo minimo e cambia un sacco di cose. A partire dall’umore la mattina: sapere di avere fatto qualcosa di buono aiuta a sentirsi meglio anche quando piove, l’estate è finita e la gente guida da fare schifo.

Per tutto il resto, ovviamente, ci sono io. Fra poco anche autista su Uber e Letzgo.

 

S-cambia cibo!

Insomma, ero così entusiasta del Foodsharing dei tedeschi e non sapevo che a Bologna alcuni ragazzi – incluso alcuni che conosco bene – stavano sviluppando S-cambia cibo. Che, peraltro, è anche un nome azzecatissimo per quello che si porta dietro, in termini di consapevolezza alimentare.
La App è in fase beta ora, ma so per esperienza che queste cose funzionano se si ottiene la giusta massa critica: dunque iscrivetevi, su. IMG_0163.PNG

Chi scambia moltiplica (anche i soldi)

Al quarto giorno ho maturato poche e solide certezze su San Francisco: nessuno se ne va di qui senza le ginocchia sbriciolate; nessuno se ne va di qui senza le chiappe più alte; nessuno se ne va di qui se ha deciso di fare i soldi. A Frisco non esiste un’idea o persino una visione di mondo che non sia in qualche modo monetizzabile; e va bene, i soldi non fanno schifo a nessuno, anche se ho il fortissimo sospetto che un mondo senza sarebbe infinitamente migliore.
Ieri pomeriggio sono stata piegata con la schiena spezzata a controllare il contenuto delle borse che il vicinato persone porta allo sharespot in Second street – roba che qualcun altro vuole e che passerà li a prendersi – mentre la ragazza responsabile di tutto l’ambaradan, più giovane di me e assolutamente a suo agio sprofondata in sacchi dai quali io avrei impiegato ore a riprendermi, mi spiegava che l’obiettivo di Yerdle, la società che ha organizzato tutto quanto, è eliminare il 25% degli oggetti acquistati negli Stati Uniti, abbattendo di conseguenza le risorse ambientali, l’energia e l’inquinamento necessari a produrli. Il tutto nel tentativo apparentemente utopico di invertire l’obsolescenza intenzionale con cui vengono fabbricate oggi la maggior parte delle cose che compriamo: il fatto cioè che per esempio gli elettrodomestici sono ‘programmati’ per rompersi dopo due anni.
Un proposito da visionari. Ma anche da capitalismo rampante, perché tutta l’organizzazione si basa su un sistema di crediti che si maturano ogni volta che si dà via qualcosa di proprio, ma se si vuole prendere qualcosa di altri senza avere abbastanza credito quello mancante può essere acquistato dalla società stessa: spendendo spiccioli magari, che moltiplicati per milioni di persone diventano soldi. In più ci sono gli accordi che Yerdle può prendere con le società di spedizione – metti che io desideri qualcosa che possiede un tipo in Kentucky – o con le aziende che vogliono essere parte degli scambi e mettono a disposizione alcuni dei loro prodotti, magari per rifarsi l’immagine o magari perché credono davvero a un sistema diverso o magari perché hanno semplicemente capito che il cambiamento, per quanto lento, è irreversibile, e tanto vale iniziare a esplorare nuove strade (proprio la Levi’s ieri ha mandato una vagonata di jeans e io me ne sarei anche presa uno, se non fosse che mi pareva brutto essere la prima ad aprire le scatole e a dire poi Bè ciao io vado, continuate voi a cambiare il mondo).

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Comunque, è evidente che il concetto di capitalismo come l’abbiamo conosciuto finora va rivisto, e forse spogliato da alcune delle vecchie accezioni valoriali: l’accumulazione fine a se stessa del capitale dubito possa essere etica, e tuttavia forse si può produrre denaro e avere un obiettivo etico allo stesso tempo. Ma su questo devo ragionare ancora, perché tendo ad avere paura di chi smantella Marx.
Quello che io so sui soldi e il possesso è che vivere senza avere troppe cose, senza portarsele dietro, senza doversene preoccupare, regala una sensazione di leggerezza impareggiabile.
Ho chiesto in prestito un bici ai vicini tramite una delle solite app e sono stata a pranzo alla sede del couchsurfing – dove peraltro stanno cercando di monetizzare la volontà della gente di aprire casa propria gratuitamente a sconosciuti (sarebbe un certo paradosso: io lo faccio per pura condivisione e loro ci guadagnano). Infatti una fronda di duri e puri ha già provocato uno scisma e ieri sera ho cenato con uno dei frondisti, che mentre mi snocciolava dati sullo stato della sharing economy negli Usa si alzava di colpo, andava vicino a un tizio seduto a uno degli altri tavoli a consigliargli qualcosa del menù, poi tornava indietro, prendeva a digitare freneticamente sul telefono, si rialzava, andava in cucina a parlare con lo chef, poi intravedeva qualcuno fuori per strada e si precipitava a chiedergli che modello di bici stava guidando: insomma, un ossessivo compulsivo di razza pregiatissima, come non ne avevo mai visto uno.
Ovviamente, per non farmi mancare niente, è altamente possibile che la settimana prossima passi qualche giorno anche a casa sua. Pare che sia il campione locale di lavoretti per altri: incluso scrivere critiche sul cioccolato usato nei ristoranti. Giuro, anche questo si monetizza a San Fran.

Cose che se non ci fossero bisognerebbe inventarle

(sottotitolo: e non si capisce come mai nessuno lo abbia fatto prima)

Quindi tu arrivi in un posto e al posto di affidarti al primo giro assolutamente diverso e fuori dal comune offerto dall’albergo, o da un tour operator, o dalla Lonely Planet – un’esperienza unica assolutamente da provare, peccato che in 15 anni di Lonely planet abbiano iniziato a provarla tutti – clicchi vayable.com e trovi dei giri per la città organizzati da locali (things to do with locals): la classica cosa che quando vivi in un posto per 10 anni ormai non la fai più perché ti è venuta a noia ma all’inizio era una figata pazzesca, tipo girare tutte le librerie della Beat generation a San Francisco (se sei me) o i locali dove le polpettine sono più buone e il mojito meno zuccherato (se sei me a Milano 15 anni fa) o i migliori angoli per fare foto a Central Park (se sei me tutta la vita).