Sharing: sfruttamento del lavoro, economia del noleggio o nuova modalità di consumo?

La confusione sotto il cielo è molta, complice una retorica utilizzata ad arte e la nascita di nuovi giganti dell’economia on demand.

L’ultima a schierarsi è stata Virginia Raggi, sindaco di Roma. «Airbnb e Uber fanno concorrenza sleale», ha detto in un confronto elettorale prima dell’elezione al Campidoglio, aggiungendo allo scontro quasi ontologico tra Apocalittici e Integrati della sharing economy la (presunta) contraddizione di una esponente del nuovo che si batte contro l’innovazione.

Ma le cose non sono così semplici, a partire dagli opposti ideali tra cui si muove la discussione sulla cosiddetta economia collaborativa: perché nel nome di Airbnb, Uber e BlaBlaCar, tanto per citare i più noti, si ricorre spesso a un manicheismo che imbriglia la reale comprensione dei fenomeni. Equità, innovazione, redistribuzione, circolarità sono le parole d’ordine degli Integrati; sfruttamento, dumping, neocapitalismo, precariato quelle degli Apocalittici. Nelle loro fila si agitano accademici, giornalisti, imprenditori, parlamentari, centri studi, istituzionali nazionali e sovranazionali, inclusa la Commissione europea.

Ma su cosa discordano, le tesi, esattamente? Non sull’utilità dei servizi, in linea di massima: la diffusione delle nuove piattaforme (Airbnb è cresciuta del 100% nel 2015, con 80 milioni di prenotazioni) induce il forte sospetto che anche chi ne critica motivazioni e pratiche finisca poi con lo scegliere una stanza in rete o con l’opzionare un simil-taxi dal cellulare. Sono piuttosto gli inquadramenti, la terminologia, le valutazioni sociali e le dinamiche di causa-effetto su cui Apocalittici e Integrati dissentono. Ecco allora un riassunto delle principali questioni sul tappeto, per cercare di promuovere una riflessione il più ragionata possibile.

Condivisione vs noleggio

Nella vulgata degli Integrati – o quantomeno dei più estremi tra loro – il termine sharing rimanda a un universo di buone azioni di cui è impossibile non farsi portavoce: aprire la propria casa, distribuire i propri oggetti e mettere le proprie capacità a servizio degli altri non solo è nobile, ma aiuta a limitare gli sprechi e contribuisce a creare comunità salde e dinamiche. Gli Apocalittici partono da tali considerazioni per smontarne la semantica e le intenzioni: far pagare per una stanza in casa propria non è condividere, ma affittare. Non ci sono emozioni in ballo, ma soldi. Lo stesso dicasi per automobili, posti a tavola, vestiti e persino passaggi. Con un’aggravante: il noleggio tra privati può sfuggire ai controlli e alle garanzie di sicurezze assicurati dai professionisti.

Per uscire dall’impasse bisogna intanto fare una distinzione tra ciò che si paga e quello che è gratuito: inglobati sotto il termine-ombrello sharing economy ci sono infatti siti e pratiche (per esempio couchsurfing e bookcrossing, per dormire sui divani altrui o scambiarsi libri) che esistono da tempo, e il cui reale motore è proprio la condivisione. Si potrebbe dire lo stesso della cultura dell’open source nell’informatica, e di fenomeni più concreti come le banche del tempo oggi digitalizzate, che di certo non hanno nulla a che vedere col noleggio.

I servizi a pagamento, poi, potrebbero essere descritti in modo più corretto utilizzando l’espressione “mettere a disposizione”, che non implica gratuità ma conserva alcune caratteristiche della condivisione. Prendere un estraneo in casa o dargli un passaggio in macchina, per denaro o per simpatia, implica infatti sia uno scambio umano, anche minimo, sia l’abbattimento di certi confini di possesso e consumo. Sharing, nella sua concretezza, non significa insomma essere samaritani a servizio di un mondo migliore, ma non descrive nemmeno esperienze tradizionali come entrare in un negozio per acquistare un prodotto o dormire in albergo. Le vecchie categorie risultano giocoforza superate, a prescindere dal vocabolario con cui si descrivono le nuove attività.

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La Sharing economy avrà una legge (forse)

Una proposta, infine, c’è. È stata presentata il 2 marzo da un gruppo di parlamentari dell’Intergruppo innnovazione appartenenti a entrambi gli schieramenti, e rimarrà aperta per consultazione pubblica online fino al 16 maggio (a questo indirizzo). L’hanno chiamata – forse con poca fantasia – Sharing Economy Act, e riguarda in sostanza tutte le piattaforme che consentono di mettere a disposizione di altri, sotto pagamento, i propri beni e servizi.
REGOLE FISSE PER UBER E COMPAGNI. Si tratta insomma del tentativo di regolarizzare AirBnb, UberPop, Gnammo e compagni vari dell’economia della condivisione, facendoli uscire dalla zona grigia che ne ha in alcuni casi consentito uno sviluppo frenetico (e talvolta irregolare) o che ne ha al contrario sancito l’impossibilità a operare (UberPop, per esempio, dichiarato illegale dal tribunale di Milano a luglio 2015).

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MovieDay, il cinema è di tutti

Non sarà la soluzione per l’industria flagellata dallo streaming, ma l’occasione per rifarsi delle ore passate nei gabbiotti del Dams a vedere Man Ray mentre fuori  l’intero universo gioiva e si accoppiava e vibrava, bè, quello magari sì. Per non menzionare l’esperimento etnografico: qualcuno per prepararsi è arrivato già sbronzo alle 20 e, considerando che sto per raccontarvi di una serata dedicata a Hiroshima Mon Amour, non è che gli si possa dare torto.
Insomma, stiamo parlando di film – alcuni anche bellissimi, restaurati dalla cineteca di Bologna, capolavori che fino a poco tempo fa si vedevano solo in fortunatissime rassegne o nelle sfortunatissime cellette del Dams costruite apposta per punire gli studenti che la mattina non arrivano per tempo alla proiezione in aula – e di cinema, e del fatto che uno può decidere che cosa proiettare in una sala in centro a Milano (ma non solo) per poi aprire una pagina internet e invitare 100 amici o 100 sconosciuti; rendere disponibili i biglietti via web, selezionare la data e poi prepararsi alla serata, con grande godimento.
La trovata è dei ragazzi di MovieDay che hanno traghettato l’idea del cineforum nell’era della condivisione e della flessibilità, nonché dei cinema che spesso hanno sale vuote e bilanci da aiutare. Il risultato è un sito su cui ognuno può iscriversi e organizzare la propria serata: si sceglie quale film, dove e quando, stabilendo un tempo massimo per spargere la voce e per raccogliere adesioni. Il sistema indica quante persone ci vogliono in sala perché si possa fare la proiezione e calcola il costo del biglietto di conseguenza: a quel punto, un po’ come su Facebook, l’evento è creato e bisogna solo dirlo in giro: se non si raggiunge il quorum minimo, la proiezione salta. Per raggiungerlo, va da sé, i biglietti si comprano via internet, direttamente dal sito di MovieDay: nel caso in cui l’evento non si facesse, la spesa di chi riservato un posto verrebbe stornata sulla carta.
I soldi li incassano in parte in cinema e in parte (minima) i ragazzi di MovieDay: il revenue sharing che fa felici tutti.
I biglietti costano sempre meno che il cinema normale, e spesso meno di quello che costa “noleggiare” un film su iTunes – sì, ragazzi, lo so, non dovete spiegarmi che esiste lo streaming, ma vuoi mettere l’esperienza? Oltretutto,  il catalogo consta di 71 pagine, cioè si trova di tutto: i classici della Nuovelle Vague restaurati e i Soliti Idioti, gli autoprodotti e i Die Hard. Puoi organizzare una serata più o meno impegnata come quella dell’altra sera – prima che entrassimo in sala, un amico mi ha detto: l’amore è una guerra atomica, tant’è che per preparasi un certo numero di invitati è arrivato avendo preventivamente consumato tre o quattro birre – o una maratona Ritorno al futuro o persino una cosa per i bambini: ho trovato una serie di film che faranno impazzire mio nipotino, e sto pensando a una sorpresa da fargli.
E poi ti trovi lì seduto, nella serata che hai organizzato tu, con intorno amici o amici di amici, o amici di amici di amici, gente insomma che se fa casino mangiando i popcorn puoi alzarti e sottrarglieli senza indugi, in un clima un po’ familiare e un po’ surreale ma comunque molto partecipato e molto caldo –  di quelli che anche solo dieci anni fa te li saresti sognati, un po’ come quasi tutto quello che raccontiamo qui sopra, d’altronde.

La sharing economy è morta?

Negli ultimi 20 giorni ho ricevuto tre richieste su Airbnb che avrebbero potuto mettermi in tasca un bel po’ di soldi. La prima arrivava da un ragazzo che si stava trasferendo a Milano e voleva un posto per tre mesi: invece che trovarsi una stanza con studenti o prendere qualcosa di suo, cercava una soluzione sulla piattaforma. Poi è stata la volta di un professionista che doveva fermarsi 5 settimane, non aveva voglia di un albergo ed evidentemente si era mosso un po’ in ritardo: la richiesta di alloggio partiva già dal giorno successivo. Infine, mi ha scritto una tizia che aveva chiaro quando sarebbe arrivata – dopo una settimana – ma non quando se ne sarebbe andata: forse due mesi, magari tre.
Con irritazione crescente, e nonostante il ricavato sarebbe stato superiore al costo del mio affitto, a tutti ho risposto che non ero la persona per loro: nella casa pubblicata sul sito, infatti, io ci vivo, e non posso semplicemente andarmene per tre mesi, o da un momento all’altro. Airbnb per me funziona ancora con lo spirito con il quale è nato: utilizzare un’eventuale stanza in più per ricavarci qualcosa di quando in quando, oppure riempire la casa quando sono via per lavoro o per vacanza. Due, tre settimane all’anno.
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Tuttavia, l’aumento delle richieste di questo tipo certifica una cosa su cui si discute già da un po’ (purtroppo non nei luoghi che sarebbero deputati a farlo, ossia quelli che dovrebbero legiferare in merito): dopo aver sostituito gli alberghi, Airbnb e simili sono diventati (anche) un mercato prolifico per seconde o terze case, nonché per affittacamere improvvisati e bed and breakfast. Airbnb cioè non è più soltanto un modo intelligente per arrotondare i conti, ma un’alternativa a un mercato che già esiste ed è regolamentato rigidamente, come quello degli affitti di medio e lungo periodo. Con vantaggi evidenti: al posto delle tasse e delle spese dovute quando si affitta regolarmente, scegliendo un ospite online il guadagno è tutto netto, e tutto nero.
I problemi però sono altrettanto evidenti: non solo per gli effetti distorsivi sul mercato “primario” degli affitti, ma anche sulla natura stessa del servizio Airbnb e della famiglia cui appartiene, quella della sharing economy.

Non che la sharing economy abbia mai avuto una definizione chiara e univoca: esperienze e servizi molto diversi, nelle intenzioni e nei mezzi, come il baratto online e UberPop, sono assimilati in effetti soltanto dal fatto che sfuggono a definizioni precise. Tuttavia, il termine ombrello sharing economy – forse necessario a rendere il fenomeno mainstream – ha sempre portato con sé un certo numero di elementi: la sensibilità ambientale, la predisposizione per il riuso e contro gli sprechi, la volontà di creare interazioni, modelli e strutture dal basso, la redistribuzione economica (anche attraverso la disintermediazione), l’uso efficiente di risorse e competenze altrimenti non valorizzate. Il tutto con l’aiuto della tecnologia, che rende le relazioni immediate e le transazioni molto facili.
Di questo paniere di caratteristiche, nel nuovo modello Airbnb ne sopravvivono poche. E comunque stanno sfumando sullo sfondo. L’anno scorso il sito ha anche introdotto una funzione “Prenota immediatamente”, che serve a evitare di dover chiedere preventivamente al proprietario se la casa è disponibile: gli host che attivano la funzione, sostanzialmente, possono ricevere ospiti anche con un preavviso di un’ora. Bisogna esplicitare che quasi certamente se ti puoi permettere di affittare un appartamento da un’ora all’altra non è quello in cui vivi?
Negli Stati Uniti – dove Uber pop, che lì si chiama Uber X, va alla grande – un tribunale della California ha stabilito un precedente importante, accogliendo la richiesta di un autista che guidava parecchie ore al giorno e chiedeva di essere inquadrato come un dipendente della società.
Le cose sono in realtà più complesse di come appaiono (gli autisti scelgono loro se e quando guidare: un dipendente se lo può permettere?), ma portano a una definizione nuova: molti dei campioni della (fu) sharing economy, oggi sono semplicemente campioni della on demand economy. Fanno parte di un nuovo set di servizi che permette di trovare immediatamente quello che serve, normalmente su una App, rivolgendosi perlopiù a privati (le società fanno solo da intermediazione): puoi prenotare una macchina, una casa, una babysitter (Le Cicogne) o persino qualche ora di tempo di qualcuno perché ti faccia le commissioni (Task Rabbit), con quattro o cinque clic. Servizi che funzionano magnificamente, spesso; ma che della collaborazione e condivisione come motore di sviluppo, umano ed economico, conservano poco.
Signfica dunque che la sharing economy è morta? No, affatto.
Ma c’è stato uno spostamento, io credo.
Non perché, come qualcuno dice, alcuni dei suoi esponenti più famosi abbiano trovato delle formule magiche per fare soldi.
L’idea che l’economia collaborativa avrebbe infine sovvertito il capitalismo è sempre stata estremamente naïve: tutt’al più si tratta di cambiarne alcuni meccanismi, il che è peraltro assolutamente necessario alla sua (e nostra) preservazione. In questo senso l’esempio perfetto è BlaBlaCar: chi mai potrebbe dire che un servizio che consente di togliere macchine dalle strade, inquinare meno, spendere meno e socializzare non risponda alle caratteristiche della sharing economy?
Il punto dirimente di ciò che si definisce sharing, o collaborativo, è invece il coinvolgimento dei singoli, la natura del contributo che loro si chiede, la capacità di ridefinire dei modelli socio-economici.
Ho in mente tre esempi che magari aiutano a chiarire le cose. Il primo è Oxway, la piattaforma dell’intelligenza collettiva nata in Italia. Su Oxway aziende, istituzioni, enti possono pubblicare dei challenge, delle sfide, chiedendo agli utenti di aiutare a risolverli. Il sottotesto è che molte persone, con background diversi, apportano idee più fresche e più nuove di poche persone “monoconcentrate”, e magari vincolate a schemi, procedure, rapporti.
Il Milano Film Festival, per esempio, ha chiesto suggerimenti su come rinnovare la propria organizzazione: chi partecipava al challenge riceveva un premio di qualche tipo (in stile Kickstarter), e chi aveva portato le idee migliori veniva invitato a sedere nella giuria del Festival.
TimeRepublik, di cui qui abbiamo già parlato, è una banca del tempo digitale: ci si iscrive elencando le proprie competenze, ossia l’aiuto che si potrebbe dare agli altri. Man mano che si fanno cose per altri il proprio borsellino virtuale di minuti va riempiendosi, e quel capitale accumulato si può usare per “pagare” altre cose. Io, per esempio, do una mano con le traduzioni in inglese e leggo testi di aspiranti scrittori; il tempo guadagnato l’ho speso invece in modo concretissimo: per “pagare” una persona che è venuta ad aggiustarmi il forno e altri che mi fanno dei massaggi alla schiena.
Il terzo esempio, infine, è Sherwood, una piattaforma appena nata in cui si può prendere a noleggio da altri materiale per escursioni, campeggio e gite: dalle tende alle bici. Magari cercandola direttamente nel luogo di destinazione, così è più comodo.
Questo per quello che riguarda il ricco mondo digitale. Esistono poi decine di esprimenti non digitali, forse ancora più numerosi e di successo. Si parte dalle Social Street (quella di via Fondazza è finita sul NyTimes di recente) e si arriva alle associazioni di cittadini che rimettono mano al verde pubblico abbandonato; ci sono gli esperimenti di amministrazione collettiva del bene pubblico e i privati che si reinventano guide turistiche o chef nel tempo libero, con progetti artigianali.

Avranno successo? Chissà. Non è detto che tutte le idee decollino, o che si creino colossi à la Airbnb. Ma questo non ha per forza a che vedere con la vita o la morte della sharing economy.
Piuttosto ha a che vedere con il tasso naturale di mortalità delle start up (altissimo), la fortuna, la bontà dell’idee, gli investimenti su piattaforme tecnologiche facili da usare e immediate, il sapersi proporre nel modo giusto e la cultura “umana” in cui ci si propone. Nell’unico sito di scambio oggetti italiano si offrono in permuta servizi da caffè del Mesozoico e immaginette della Madonna: chi si sorprende che non vadano via come il pane? Nel corrispettivo americano (Yerdle), che ha subito stretto una partnership con un po’ di aziende per fornire loro una specie di mercato dell’usato, si trovano iPad semi nuovi.
Quando gli italiani saranno disposti a barattare cose proprie che loro realmente hanno desiderato, allora magari questi siti di scambio decolleranno.
Anche in America d’altronde molti siti sono falliti; ma, appunto, è fisiologico. Stiamo parlando di una cultura del cambiamento: non arriva nottetempo, va costruita, va resa facile, deve rispondere a esigenze reali.
Airbnb ha sfondato anche perché raccoglieva l’esigenza della due parti, e poi ha saputo costruire una narrazione sopra al tema “condivisione”, aiutando a sdoganare il tema della fiducia e dell’apertura all’altro.
L’errore, dal mio punto di vista, è stato poi diventare soltanto un business. Un errore al quale peraltro si potrebbe rimediare: se il governo fissasse dei paletti per Airbnb, come hanno fatto ad Amsterdam e a San Francisco indicando un numero massimo di giorni in cui si può affittare, la piattaforma non potrebbe più essere un mercato secondario poco pulito. Non tornerebbe automaticamente “sharing”, ma quantomeno si indicherebbe la strada. Anche a beneficio di altre piattaforme.

Update (25 settembre 2015): Il 21 settembre, la Lombardia è stata la prima regione italiana a stabilire di fatto la legalità dell’home sharing (Airbnb e soci). Anche se non penso che sia legge migliore del mondo, e anche se ci sono parecchie cose ancora da stabilire, il primo passo è fatto. E questa è un’ottima notizia.
Mi sono soffermata a leggere i comunicati con cui Airbnb annuncia ai suoi membri i cambiamenti (qui, per esempio) e, dopo aver elencato tutte le cose che non vanno, credo che sia giusto invece sottolineare il tono di cooperazione con le autorità che la piattaforma ha sempre tenuto, a differenza di Uber.

Il che restituisce un concetto già espresso più volte, e sempre più importante: per conservare la sharing economy, e ampliarne le possibilità, il pallino è nelle mani dei governi, cui tocca stabilire le regole e i paletti, a beneficio dell’intera collettività. 

Benvenuto, rifugiato

Se un paragone può aiutare a capire, qualcuno ha usato quello con Airbnb. Solo che Flüchtlinge willkommen (Benvenuto rifugiato) non serve ai vacanzieri bensì ai richiedenti asilo. Nonché alle amministrazioni che aiuta in modo discreto.
Sul sito, creato in Germania già alla fine del 2014, ma diventato famoso solo con la crisi nella gestione dei migranti di questa disgraziata estate, i cittadini possono elencare gli spazi che hanno disponibili per accogliere i richiedenti asilo. L’associazione si preoccupa poi di far combaciare i profughi stessi con gli spazi disponibili.
In Germania finora sono stati “collocati” 96 rifugiati; in Austria, dove l’iniziativa è decollata a inizio 2015, sono stati trovati altri 81 posti. Possono sembrare pochi, ma considerando che si tratta di un movimento spontaneo pressoché sconosciuto alla massa, sono invece parecchi.
L’ospitalità non deve essere eterna: a volta si tratta di qualche settimana, altre di qualche mese.
Chi ha aperto le proprie case agli ospiti in Germania riceve un contribuito dalle amministrazioni dei Lander (le regioni), anche se l’iniziativa non è sponsorizzata né riconosciuta come ufficiale dalle istituzioni. Anche per questo, l’associazione Flüchtlinge willkommen raccoglie donazioni, e anche un contributo minimo può essere d’aiuto: sul sito ci sono le coordinate bancarie.
Ispirati dai tedeschi, gruppi gemelli stanno nascendo in altri Paesi, Italia inclusa. I lavori sono ancora in corso (e io ho chiesto di farne parte) e passano attraverso questioni burocratiche parecchio farraginose. Ma la speranza, come ci hanno insegnato i migranti, è davvero l’ultima a morire.

My Foody e le navi rompighiaccio della sharing

Ci sono in giro due tipi di idee: quelle che vorresti averle avute tu, e quelle che vorresti averle avute tu ma sono talmente buone che va bene anche se le ha avute un altro. My Foody, per me, rientra nella seconda categoria.
Funziona così. Gli inventori della piattaforma stringono accordi con negozi e supermercati affinché, al posto di finire nella spazzatura, i prodotti in scadenza vadano sul loro sito internet, a prezzo scontato: ogni utente può quindi controllare cosa c’è a disposizione nella propria zona, verificare il prezzo, pre-ordinarlo e poi passarlo a ritirare in negozio.

 

 

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Il sito è ancora in Beta: significa che si tratta di un esperimento, per vedere come reagiscono la gente e il mercato. La sola città coinvolta (in questa fase) è Milano, ma nell’arco di un paio di settimane già c’è stato un incremento significativo dei prodotti: la prima volta che ho controllato potevo scegliere se acquistare una birra belga o una birra belga o una birra belga, e in effetti ho scelto una birra belga, anche se non risulta che i dietologi la consiglino come elemento nutritivo per stare in forma nel caldo torrido meneghino. Oggi c’è già un po’ di tutto, inclusi beni “primari”, come pasta, yogurt, mozzarelle e formaggi vari, scontati circa del 30%.
Ovviamente, non è detto che quel 30% sia sufficiente come motivazione per partire e andare magari dall’altra parte della città a fare la spesa: perché le piattaforme funzionino, devono stimolare sul piano umano (sostenibilità, agire contro gli sprechi, redistribuzione delle risorse) ma anche consentire un risparmio reale. È il segreto del foodsharing tedesco: costruire la comunità per avere, attraverso un coinvolgimento sempre più ampio e attivo, vantaggi economici stupefacenti.
E tuttavia, perché si risparmi sul serio, bisogna che siano sempre di più i supermercati a fare accordi con la piattaforma, e sempre più i cittadini che la utilizzano. In poche parole,  l’offerta deve essere così abbondante da diventare un’alternativa o quantomeno un punto di riferimento: prima di andare a fare la spesa, guardo su MyFoody cosa c’è che potrebbe farmi comodo, perché già so che almeno una parte consistente di quello è sulla mia lista si trova lì.
Come raggiungere questa condizione è il dilemma su cui si arrovellano i cosiddetti consulenti della sharing economy – che ieri erano i consulenti della new economy, e prima della net economy, e prima dell’economia e basta – e soprattutto quelli che l’idea ce l’hanno avuta, ma magari non hanno i capitali per spingere la piattaforma fino a farla diventare virale. Se ci sono i soldi è più facile (ma comunque tutt’altro che scontato). Prendete  Airbnb e Blablacar: oggi cercare una casa in affitto o un passaggio condiviso è un’operazione del tutto abituale e lo è diventata perché le due società hanno investito decine di migliaia di dollari (centinaia di migliaia, spesso), nel creare una comunità.
Cosa c’entra con My Foody e le buone idee che avresti voluto avercele tu ma son così buone che va bene lo stesso?
C’entra che per spingerle bisogna contare su una piccola avanguardia, che si senta fiera di esserlo: come se si trattasse di navi rompighiaccio, che aprono la strada per altri. Vale per My Foody e per le altre molte buone idee che girano di questi tempi e hanno bisogno di chi le sposi e le sostenga. All’inizio si fatica, con la speranza che ne valga la pena. Give change a chance. 

Uber, i divieti e la regolamentazione della sharing economy

Il tribunale di Milano ha imposto l’oscuramento della App di Uber Pop, accogliendo il ricorso di alcuni tassisti milanesi. Significa cioè che il servizio Uber Pop diventa illegale – almeno fino alla prossima sentenza – anche se nella pratica la società potrebbe continuare a erogarlo scegliendo di pagare le multe eventuali, come peraltro ha fatto in quasi tutti gli altri Paesi in cui ha avuto problemi con la legge.
Cosa penso di Uber azienda – cioè del suo management, delle pratiche e delle strategie – l’ho detto diverse volte. Più che di sharing economy, si tratta di shock economy, con passaggi ben definiti: «Prima crescere a casa propria, infilandosi nelle crepe di un sistema e rivoltandolo, grazie al contributo (e alle necessità) dei cittadini. Poi, accumulare abbastanza denaro per sbarcare all’estero. Quindi far parlare di sé, anche con le contestazioni dei tassisti e la paralisi delle città (pare che le richieste in quei giorni mediamente crescano del 200% o più). Infine sfidare la legge, forti del consenso popolare», come avevo scritto qualche mese fa da San Francisco.
Sommate che è impossibile parlare con qualcuno, non rispondono alle richieste di interviste, il loro training per diventare autisti corre sulla linea di confine del lavaggio di cervello (l’ho fatto, lo racconto in Mi Fido di Te) e in America sono accusati di spiare sui competitor e avrete il quadro della mia valutazione dell’azienda. Che – attenzione – è molto diverso da quello del servizio che offre: Uber Pop, infatti, funziona alla grande, è comodissimo, economico e, soprattutto, permette un miglioramento della qualità di vita dei cittadini.
Ed è esattamente questo il punto.
Le sentenze dei tribunali e una variegata letteratura sull’argomento sembrano sempre dimenticarsi di una questione chiave: i cittadini e il loro accesso a servizi migliori di quelli esistenti. Certo, in nome di una presunta regolamentazione del mercato (che da mezzo secolo è lasciato in mano a lobby potentissime e ha consentito la nascita di un mondo sommerso, come quello delle licenze dei taxi appunto).
L’impressione sincera è che la regolamentazione del mercato c’entri ben poco: penso che banalmente la politica abbia paura dei tassisti, perché portano pacchetti di voto visto che sono anche rappresentati negli organi di amministrazione dei comuni.
Se il problema fosse realmente la regolamentazione, infatti, qualcuno avrebbe pensato a come farla. Invece, per il momento, niente. Il che è doppiamente paradossale: perché i servizi continuano a spuntare lo stesso, in barba alle leggi, e lo Stato perde il controllo sulle potenziali entrate che generano; e perché si dimostra così platealmente che l’offrire ai cittadini strumenti migliori non è al primo posto degli interessi dei governanti.
Capisco bene che di fronte alla sentenza della Consulta sulle pensioni, regolamentare Uber e Airbnb possa non essere il primo pensiero di Matteo Renzi; e tuttavia, se fossi la sua eminenza grigia, peraltro molto attenta alle questioni di immagine, gli direi di iniziare a pensarci (magari c’è un pool che sta studiando queste cose e io non ne so niente: un po’ me lo auguro).
L’innovazione non si blocca, e anche se l’Italia non ha la vivacità né i venture capitalist della Silicon valley, fortunatamente le idee e la loro attuazione viaggiano su altri canali, e ci coinvolgono nostro malgrado.
I famosi campioni della sharing economy anche in Italia sono aziende straniere: Airbnb, Blablacar, Uber. A dispetto della lentezza de noantri hanno comunque cambiato il nostro modo di vivere. Prima o poi, ne arriveranno altri; e gli italiani stessi si rimboccano le maniche perché capiscono che c’è un orizzonte di cambiamento.
In questo momento non parlo nemmeno dell’orizzonte valoriale, che spesso viene associato all’economia collaborativaparlo semplicemente del mercato. Di nuove idee imprenditoriali. Di nuovi servizi per i cittadini. Di un Paese che cambia verso, per usare lo slogan già pronto del premier.
Dire alla gente che non può usare Uber Pop, che costa meno della metà del taxi, ha pagamenti tracciabili, orari certi e un funzionamento facilissimo, soltanto perché nessuno ha studiato una nuova legge o ha trattato coi tassisti è abbastanza demenziale, ne converrete. E’ come mettere tra parentesi lo sviluppo del Paese.
Bisogna fornire una cornice che regolamenti queste nuove attività. E bisogna decidere come fare coi tassisti (e con gli hotel, e con i ristoranti), perché anche loro sono imprenditori e cittadini, e non sarebbe nemmeno corretto ignorare le legittime ragioni di una parte: finché sono legittime, ovviamente. La fortuna è che in altri Paesi questo lavoro lo hanno fatto, quindi forse si può prendere qualche spunto.
Poi, certo, c’è tutto il dibattito sul lavoro precario: la sharing economy crea posti di lavoro o potenzia la iper precarietà che già ci contraddistingue? Una prima risposta è che crea lavoro, perché queste società hanno comunque degli organici: ieri ero a parlare coi ragazzi di BlaBlaCar e loro sono in 10, a Milano. Fino all’anno scorso quei posti di lavoro non c’erano.
Ma soprattutto penso che la questione in questa fase, e in questo Paese, sia oziosa. Tutto quello che crea opportunità (e non è criminale, né eticamente riprovevole), e che prevede la volontarietà dei coinvolti, è buono.
Noi siamo quelli che fanno le domande per non fare le cose. Purtroppo suona come uno slogan renziano. In realtà non lo è, considerato che di sharing economy – nonostante molti inviti, alcuni anche miei personali via twitter – Renzi non ha mai parlato.

BlaBlaCar (a pagamento), il fisco, la sharing economy

L’avevo scritto in Mi fido di te e infine è successo. Blablacar da oggi diventa una vera piattaforma strutturata, in cui ci si prenota con carta di credito, il prezzo del viaggio include una commissione del 12% che trattiene la società (ma il passeggero non la vede, sta al conducente regolarsi nel fare il prezzo per riassorbirla) e i soldi all’autista li versa ex post la stessa Blablacar (quindi ricordatevi di pigiare sul testo “Versa l’accredito”, altrimenti non li prenderete).

In Francia è già così da tempo e apparentemente è servito a ridurre i pacchi dell’ultimo minuto e a facilitare l’organizzazione – oltre che, ovviamente, a far entrare qualcosa nelle casse dell’azienda, che finora in Italia aveva operato probono (a parte la vendita dei certificati energetici, ma questa è un’altra storia).

Da noi si parte con la tratta Milano – Genova, che è una delle più frequentate, e poi gradualmente la nuova modalità verrà estesa in tutta Italia entro l’anno. Personalmente non ho nulla in contrario, a parte il fatto che la perdita di spontaneità significherà giocoforza un abbandono fisiologico di alcuni disorganizzati o restii all’idea del pagamento online. Scommetto che questo fine settimana ci sarà parecchio casino e parecchie lamentele viaggeranno sui social, ma magari mi sbaglio.

La cosa che però mi tocca ripetere ancora, per la diecimilionesima volta, è che bisogna che il governo, pur gravato da problemi ben più grossi, metta la testa su tutte queste piattaforme. Il loro peso economico, man mano che crescono e si radicano, diventa impossibile da ignorare, non tanto e non solo per il volume d’affari che registrano quanto per quello che l’erario potrebbe ricavarne. E nel momento in cui una sentenza della Consulta ha fatto sballare tutti i piani e si cerca di recuperare da ogni dove, aprire una riflessione seria e articolata sul fenomeno sharing economy diventa ineludibile.

[P.S. Critica a margine: com’è che una società che cambia infine il modo di viaggiare di milioni di persone in tutto il mondo organizza conferenze stampa vecchia maniera con dieci giornalisti intorno al tavolo, buffet a margine e gadget nella cartella? L’innovazione non è solo nei profitti, ma anche nella modalità, su. Coinvolgete la gente, è la condivisione bellezza]  

Il crowdfunding del tempo

Ci son cose suggestive, che speri diventino realtà. E ci speri un po’ di più poiché la loro realizzazione, in definitiva, dipende solo dalla buona volontà della gente, la stessa gente che si lamenta della società, della crisi, dei costi, della mancanza di lavoro e via discorrendo.
Ci sono quelli che per esprimere un disagio fortissimo si dilettano nella guerriglia urbana – sono dementi, direte, o collusi: probabilmente anche questo, ma la rabbia c’è – e ci sono quelli che si industriano per tirare a campare. E, pur senza manicheismi che son sempre retorici e riduttivi, ho la sensazione che il pulsante di cui sto per parlarvi possa aiutare a credere in un mondo un poco migliore, in cui alcune diseguaglianze si livellano e le possibilità si aprono a tutti.
Il tasto è quello qui sotto: non molto diverso da quello di Facebook o di Twitter, se non fosse che porta in sé una potenziale rivoluzione (certo, anche gli altri due l’hanno portata, ma in questo caso è una rivoluzione di modalità produttive, e non distributive). Il pulsante, infatti, serve a rendere ogni potenziale post o pagina web un “crowdfunding” alla Kickstarter: un modo con cui la gente può donare tempo che il ricevente usa per “finanziare” i propri progetti chiedendo aiuto a professionisti che accettano di farsi pagare in tempo, su TimeRepublik.

Ne ho scritto nel dettaglio, qui, con tanto di ricerche economiche che calcolano il ritorno degli investimenti (Roi) sul tempo dedicato agli altri: 2,62. Sembrano cavilli per economisti, ma non lo sono affatto: significa che per un aiuto dato a un altro (per esempio, una traduzione), il tuo investimento “temporale” viene premiato più di due volte e mezzo, cioè ricevi in cambio 2 volte e mezzo tanto (2,62 per essere precisi). O, se fossero dollari, che tu ne metti 1 e te ne tornano indietro 2,62.
E lo so, capirlo è quasi più difficile che farlo. Ma intravedere mondi futuri aiuta a mettersi all’opera.

 

i come Imparare, collaborando

Ogni tanto penso a Berlusconi e riesco quasi a provare dispiacere per lui (occhio agli avverbi: ogni tanto, quasi). Quanto gli sarebbe piaciuto poterlo dire: «In cima al nostro programma, I come i-learning», e poi qualcuno nel pubblico avrebbe alzato la mano e specificato che si dice I ma si scrive E, e non ci sarebbe mai più stato posto per lo sventurato precisino a una conferenza stampa.
Comunque sia, senza dubbio il Berlusca se ne sarebbe innamorato e avrebbe anche trovato il modo di farci i soldi; e quindi meno male che il tempo è passato più veloce di lui, adesso si chiamano Mooc -Massive open online courses – e io oggi posso andare su OilProject a cercare la voce materialismo storico, per un ripassino necessario prima che alla scuola americana di mio nipote gli insegnino una versione non conforme e nessuno ne sappia abbastanza per contraddirli.
Insomma, di questo parliamo: del fatto che nel mondo multiforme della collaborazione, una voce grossa e poco raccontata  – proprio perché al momento non produce denaro – è quella dell’apprendimento.
Ci sono i progetti come OilProject, appunto: lezioni gratis, più o meno su qualsiasi materia, on line. Ti viene in mente che non ricordi nulla di Hegel? Non riesci a dare una mano a tuo figlio con le equazioni? Vuoi migliorare l’inglese? Hai un impellente necessità di capire se Allah e Dio sono diversi? Ti serve una guida per imparare a usare Photoshop?
Insomma, c’è tutto, e quello che non c’è ci sarà, perché via via l’idea nata da un gruppo di ragazzi bravi e squattrinati si sta allargando, stringe partnership con altri progetti digitali, si conforma ai requisiti scolastici, per diventare sempre più una fonte standard, attendibile e nota. Una specie di wikipedia – la madre di tutti i progetti collaborativi, per cui ricordatevi di donare 5 euro, ché non ripagano nemmeno un milionesimo di quello che verosimilmente l’avete usata nella vita – dell’istruzione, che in più fornisce anche test, materiale da scaricare e interi corsi da seguire, che vanno dalla musica alla psicanalisi alla drammaturgia (Michele Boldrin, per dire, ha messo a disposizione un corso di analisi economica base, che non renderà nessun un economista fatto e finito ma magari può aiutare a capire quello di cui si parla sui giornali).
Per tutto il resto, poi, c’è Coursera, che ho battezzato come la scoperta migliore del mio 2014. Il salto di qualità è che nella piattaforma non ci sono corsi e materiali prodotti e forniti da volontari, ma messi a disposizione da università: ci sono corsi di Harvard, di Yale, di Princeton, ma anche della Sapienza, per dire. La maggior parte sono completamente gratuiti: ci si iscrive, si segue il corso scaricando i moduli quando si vuole, si fanno le prove intermedie e un esame finale, quando c’è. Alcuni rilasciano anche un certificato, vero, riconosciuto, che si può inserire nel curriculum e far valere a concorsi e prove d’ammissione. Il costo dei certificati e dei corsi a pagamento è di 49 dollari; non so oggi a quanto stia il cambio, ma meno di 50 euro per un certificato bollato Yale secondo me sono ben spesi.
Io quest’anno ho fatto un corso gratuito di macroeconomia applicata di Ucla, University of California Los Angeles; e mi sono anche iscritta a uno di mercati finanziari a Yale. Poi sventuratamente è venuto fuori che quello di Yale era in cinese (ne fanno uno in inglese e uno in cinese, ho sbagliato la data di inizio): ho chiesto indietro i miei 49 dollari, li ho riavuti in mezz’ora e adesso attendo che parta l’altro.
Mai come su Coursera ho avuto la sensazione netta delle possibilità: se mi interessa qualcosa posso iscrivermi a un corso universitario strafigo che lo tratta. E certo: non c’è più la meraviglia del perdersi nella facoltà, del ricevimento dai prof (che comunque rispondono via email alle domande) o del cazzeggiare nei corridoio come facevo a 20 anni a Bologna, ma quello appunto l’ho già fatto.
Adesso c’è il mondo davanti, ed è a disposizione di tutti. La pigrizia umana è infinita, ma è sempre più difficile trovare scuse per giustificarla. Almeno tra chi si può permettere un computer e una connessione.