MovieDay, il cinema è di tutti

Non sarà la soluzione per l’industria flagellata dallo streaming, ma l’occasione per rifarsi delle ore passate nei gabbiotti del Dams a vedere Man Ray mentre fuori  l’intero universo gioiva e si accoppiava e vibrava, bè, quello magari sì. Per non menzionare l’esperimento etnografico: qualcuno per prepararsi è arrivato già sbronzo alle 20 e, considerando che sto per raccontarvi di una serata dedicata a Hiroshima Mon Amour, non è che gli si possa dare torto.
Insomma, stiamo parlando di film – alcuni anche bellissimi, restaurati dalla cineteca di Bologna, capolavori che fino a poco tempo fa si vedevano solo in fortunatissime rassegne o nelle sfortunatissime cellette del Dams costruite apposta per punire gli studenti che la mattina non arrivano per tempo alla proiezione in aula – e di cinema, e del fatto che uno può decidere che cosa proiettare in una sala in centro a Milano (ma non solo) per poi aprire una pagina internet e invitare 100 amici o 100 sconosciuti; rendere disponibili i biglietti via web, selezionare la data e poi prepararsi alla serata, con grande godimento.
La trovata è dei ragazzi di MovieDay che hanno traghettato l’idea del cineforum nell’era della condivisione e della flessibilità, nonché dei cinema che spesso hanno sale vuote e bilanci da aiutare. Il risultato è un sito su cui ognuno può iscriversi e organizzare la propria serata: si sceglie quale film, dove e quando, stabilendo un tempo massimo per spargere la voce e per raccogliere adesioni. Il sistema indica quante persone ci vogliono in sala perché si possa fare la proiezione e calcola il costo del biglietto di conseguenza: a quel punto, un po’ come su Facebook, l’evento è creato e bisogna solo dirlo in giro: se non si raggiunge il quorum minimo, la proiezione salta. Per raggiungerlo, va da sé, i biglietti si comprano via internet, direttamente dal sito di MovieDay: nel caso in cui l’evento non si facesse, la spesa di chi riservato un posto verrebbe stornata sulla carta.
I soldi li incassano in parte in cinema e in parte (minima) i ragazzi di MovieDay: il revenue sharing che fa felici tutti.
I biglietti costano sempre meno che il cinema normale, e spesso meno di quello che costa “noleggiare” un film su iTunes – sì, ragazzi, lo so, non dovete spiegarmi che esiste lo streaming, ma vuoi mettere l’esperienza? Oltretutto,  il catalogo consta di 71 pagine, cioè si trova di tutto: i classici della Nuovelle Vague restaurati e i Soliti Idioti, gli autoprodotti e i Die Hard. Puoi organizzare una serata più o meno impegnata come quella dell’altra sera – prima che entrassimo in sala, un amico mi ha detto: l’amore è una guerra atomica, tant’è che per preparasi un certo numero di invitati è arrivato avendo preventivamente consumato tre o quattro birre – o una maratona Ritorno al futuro o persino una cosa per i bambini: ho trovato una serie di film che faranno impazzire mio nipotino, e sto pensando a una sorpresa da fargli.
E poi ti trovi lì seduto, nella serata che hai organizzato tu, con intorno amici o amici di amici, o amici di amici di amici, gente insomma che se fa casino mangiando i popcorn puoi alzarti e sottrarglieli senza indugi, in un clima un po’ familiare e un po’ surreale ma comunque molto partecipato e molto caldo –  di quelli che anche solo dieci anni fa te li saresti sognati, un po’ come quasi tutto quello che raccontiamo qui sopra, d’altronde.

La combriccola del tetto di Milano

Ci sono almeno tre cose di cui vale la pena di parlare (quattro se si include me, e Mi fido di te, che siamo i pretesti).
La prima è la combriccola: quelli che sognano la biblioteca virtuale più grande del mondo e quelli che la fanno nel quartiere; quelli che hanno trasformato per sempre il nostro modo di spostarci vincendo paure ataviche e quelli che stanno provando a farlo in città, quelli che danno un senso alla frase “accesso al posto del possesso” e quelli che offrono le idee, gli spazi, i libri, le connessioni. Tutti insieme, per una volta, a raccontare di come hanno fatto e di cosa si può fare. Campandoci, ovviamente: ché – giova ricordarlo considerato che il rischio è apparire freakketoni naïve – tutto è business, ma anche nel business c’è quello meglio e quello peggio.

La seconda è la location: il tetto del SuperStudio di via Tortona, già emblema della Milano che non deve chiedere mai, tutta set fotografici (anzi, shooting) e agenzie e ristoranti vegan-bio-gluten free di bianco smaltati, riconvertiti nel terzo paradiso di Pistoletto dai ragazzi di NovaCivitas. Un posto da esportazione: nella Milano meno smaltata, va da sé.

Poi c’è Adriano Solidoro, che il giorno in cui l’ho tirato su con Blablacar non avrei potuto immaginare dotato di pensieri così brillanti, cervello così funzionante, acume così disinvolto. E’ un docente universitario (e questo da solo forse basterebbe a smentire alcuni miti sulla sharing economy appannaggio di ragazzini che cercano di risparmiare), si occupa di sociologia del lavoro, innovazione e formazione e sviluppo: tutte cose che a metterle in fila così pensi a un parruccone noioso e plasticoso, ma è colpa di come in Italia le parole si usano spesso a vanvera svuotandole di senso e rimandando invece a luoghi comuni e stereotipi.
Adriano, comunque, fa da moderatore alla serata.

Infine ci sono io, questo libricino che ho scritto, un po’ di pensieri sulla sharing economy, sui cittadini, sui consumatori, sulle relazioni e sulle imprese, che poi riporteremo anche qui sopra. L’intento è sfondare il tetto di vetro, uscire dal recinto. Quando si parla di questi temi da un lato ci sono i profeti del cambiamento, velati di ingenuità, e dall’altra le aziende che vogliono disperatamente sfondare. Mettiamo insieme tutto, con realismo, per capire dove si può andare.

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Lo spettacolo della condivisione

Sant’Arcangelo di Romagna è un paesino a due passi dall’Adriatico, arroccato su colline di una morbidezza accogliente che ricorda la gente della zona. Mi è capitato spesso di finire da quella parti a dormire dopo nottate passate a rimbalzare in Riviera tra feste in spiaggia e bagni, annaffiati da parecchia birra ovviamente – erano anni eroici, del resto, in cui capitava di avere idee brillanti come un bagno di mezzanotte lasciando incustoditi vestiti e borse, salvo riemergere dalla Laguna blu scoprendo che ti avevo rubato persino i pantaloni, una condizione in cui non è facilissimo tornare a casa, né tantomeno presentarsi alla polizia per denunciare il furto.
Sto divagando, comunque: era per dire che quando in effetti riuscivi a tornarci a Sant’Arcangelo (o a Bertinoro, o in altri posti in zona) si stava benissimo, immersi in una quiete punteggiata di piadine fragranti alte un centimetro che donano la pace dei sensi.
Ho scoperto però che c’è un’altra ragione per andare a Sant’Arcangelo ed è il Festival internazionale del teatro in piazza, che già nel nome evoca cose belle, in programma dal 10 al 19 luglio.
Non conosco la manifestazione perché non ci sono mai stata, ma me ne hanno parlato. E in particolare mi hanno raccontato la storia di Veridiana Zurita, brasiliana di San Paolo che vive a Bruxelles e da qualche tempo lavora su spettacoli che nascono dalla condivisione: in senso letterale.
L’idea è buffa e ricca di spunti – a New York nei primi anni ’70 sarebbe stata una specie di routine della Factory warholiana. Veridiana (32 anni), infatti, chiede alle famiglie del posto in cui dovrà esibirsi di ospitarla qualche giorno prima dello spettacolo. Entra nella loro routine, fa cose con loro, utilizza i loro oggetti e per ripagare dell’ospitalità la sera cucina per loro. Poi arriva il momento dello spettacolo e lei cosa mette in scena? Quello di cui si è appena nutrita, cioè la vita di quelle famiglie, la loro esperienza insieme e le relazioni tra ospiti e stranieri, in una performance che è una restituzione quasi antropologica. Che, immagino, per la famiglia deve essere un po’ imbarazzante, ma certo anche molto incuriosente: l’artista sta parlando proprio di te.  Di come sei. Di come stai con gli altri. Di come stai nella tua casa.
Ogni volta che tu mi apri la porta, mi concentro per creare in me uno svuotamento e lasciarti spazio. E così ci incontreremo di nuovo. L’imbarazzo di non sapere nulla l’uno dell’altro mentre ceniamo nella tua cucina e l’intimità dello spazio domestico sono in scontro. In questo momento, che di solito non si può trattenere per troppo tempo, qualcosa di reale sembra accadere”, spiega Veridiana ai suoi potenziali ospiti.
Chi vuole averla intorno è ancora in tempo per farlo: tutte le istruzioni si trovano nei link che vi ho messo.

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i come Imparare, collaborando

Ogni tanto penso a Berlusconi e riesco quasi a provare dispiacere per lui (occhio agli avverbi: ogni tanto, quasi). Quanto gli sarebbe piaciuto poterlo dire: «In cima al nostro programma, I come i-learning», e poi qualcuno nel pubblico avrebbe alzato la mano e specificato che si dice I ma si scrive E, e non ci sarebbe mai più stato posto per lo sventurato precisino a una conferenza stampa.
Comunque sia, senza dubbio il Berlusca se ne sarebbe innamorato e avrebbe anche trovato il modo di farci i soldi; e quindi meno male che il tempo è passato più veloce di lui, adesso si chiamano Mooc -Massive open online courses – e io oggi posso andare su OilProject a cercare la voce materialismo storico, per un ripassino necessario prima che alla scuola americana di mio nipote gli insegnino una versione non conforme e nessuno ne sappia abbastanza per contraddirli.
Insomma, di questo parliamo: del fatto che nel mondo multiforme della collaborazione, una voce grossa e poco raccontata  – proprio perché al momento non produce denaro – è quella dell’apprendimento.
Ci sono i progetti come OilProject, appunto: lezioni gratis, più o meno su qualsiasi materia, on line. Ti viene in mente che non ricordi nulla di Hegel? Non riesci a dare una mano a tuo figlio con le equazioni? Vuoi migliorare l’inglese? Hai un impellente necessità di capire se Allah e Dio sono diversi? Ti serve una guida per imparare a usare Photoshop?
Insomma, c’è tutto, e quello che non c’è ci sarà, perché via via l’idea nata da un gruppo di ragazzi bravi e squattrinati si sta allargando, stringe partnership con altri progetti digitali, si conforma ai requisiti scolastici, per diventare sempre più una fonte standard, attendibile e nota. Una specie di wikipedia – la madre di tutti i progetti collaborativi, per cui ricordatevi di donare 5 euro, ché non ripagano nemmeno un milionesimo di quello che verosimilmente l’avete usata nella vita – dell’istruzione, che in più fornisce anche test, materiale da scaricare e interi corsi da seguire, che vanno dalla musica alla psicanalisi alla drammaturgia (Michele Boldrin, per dire, ha messo a disposizione un corso di analisi economica base, che non renderà nessun un economista fatto e finito ma magari può aiutare a capire quello di cui si parla sui giornali).
Per tutto il resto, poi, c’è Coursera, che ho battezzato come la scoperta migliore del mio 2014. Il salto di qualità è che nella piattaforma non ci sono corsi e materiali prodotti e forniti da volontari, ma messi a disposizione da università: ci sono corsi di Harvard, di Yale, di Princeton, ma anche della Sapienza, per dire. La maggior parte sono completamente gratuiti: ci si iscrive, si segue il corso scaricando i moduli quando si vuole, si fanno le prove intermedie e un esame finale, quando c’è. Alcuni rilasciano anche un certificato, vero, riconosciuto, che si può inserire nel curriculum e far valere a concorsi e prove d’ammissione. Il costo dei certificati e dei corsi a pagamento è di 49 dollari; non so oggi a quanto stia il cambio, ma meno di 50 euro per un certificato bollato Yale secondo me sono ben spesi.
Io quest’anno ho fatto un corso gratuito di macroeconomia applicata di Ucla, University of California Los Angeles; e mi sono anche iscritta a uno di mercati finanziari a Yale. Poi sventuratamente è venuto fuori che quello di Yale era in cinese (ne fanno uno in inglese e uno in cinese, ho sbagliato la data di inizio): ho chiesto indietro i miei 49 dollari, li ho riavuti in mezz’ora e adesso attendo che parta l’altro.
Mai come su Coursera ho avuto la sensazione netta delle possibilità: se mi interessa qualcosa posso iscrivermi a un corso universitario strafigo che lo tratta. E certo: non c’è più la meraviglia del perdersi nella facoltà, del ricevimento dai prof (che comunque rispondono via email alle domande) o del cazzeggiare nei corridoio come facevo a 20 anni a Bologna, ma quello appunto l’ho già fatto.
Adesso c’è il mondo davanti, ed è a disposizione di tutti. La pigrizia umana è infinita, ma è sempre più difficile trovare scuse per giustificarla. Almeno tra chi si può permettere un computer e una connessione.

Mi fido di te, in libreria (o ebook)

Dicono i miei informatori che almeno due copie sono state pre-ordinate, e non da miei famigliari.
Da loro conto su un contributo ben più sostanzioso.
Comunque, eccoci, il 3 di aprile siamo in libreria. Per parlare di sharing economy, e cioè di come si può guidare, mangiare, viaggiare, lavorare, dormire diversamente.

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Piacere Milano (Expo sano in turismo collaborativo)

È la seconda volta in poco tempo che mi tocca scrivere bene di questa città: non fateci l’abitudine. Ma  Piacere, Milano si merita lo strappo alla regola.
L’idea è così semplice ed efficace che c’è da chiedersi perché non sia stata messa in pratica prima, come d’altronde capita quasi sempre in questi casi (ho una risposta più che verosimile: la città è talmente non attrezzata per l’Expo, e le infrastrutture così indietro, che affidarsi ai cittadini e alla loro disponibilità è rimasta l’unica risorsa per non far fallire il progetto).
Sostanzialmente Piacere, Milano funziona così: utilizzando la piattaforma, ogni milanese o presunto tale potrà invitare a casa propria a cena un turista arrivato per l’esposizione universale o potrà offrirsi come guida turistica per mostrargli la città. Locali e stranieri devono registrarsi (a 48 ore dal lancio ci sono già 148 potenziali ospiti, inclusa me naturalmente) e poi aggiungere informazioni su di sé, sui propri gusti e via discorrendo, per consentire di accoppiare persone simili tra loro, o potenzialmente interessate le une alle altre.

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L’obiettivo del progetto, infatti, è unicamente il piacere della condivisione: non ci sono soldi in ballo. Non se ne ricevono per cena, né per gli itinerari proposti: e non è un caso che i percorsi di scoperta della città promossi finora sul web siano già quasi tutti esauriti.
La fame di contatti oltre i Piuttosto che, ti aggiorno, bella lì, il bisogno tremendo di superare i cocktail a nove euro serviti su superfici liscissime e bianchissime, l’urgenza di ridare un senso alla città che non sia quello dei trend setter in cerca di vetrine può trovare in Piacere, Milano il proprio sfogo.
Un problema, e grosso, però c’è. Alla voce “Il progetto“, tra gli obiettivi, sul sito si legge: «Realizzare un progetto partecipato in grado di coinvolgere i cittadini e di offrigli un ruolo da protagonista in occasione di Expo 2015».
Perché un comune abbastanza virtuoso da puntare sul turismo collaborativo non riesce ad affidare i testi a qualcuno sufficientemente letterato da scrivere “offrire loro” e non “offrirgli”?
Non son mica dettagli da niente.

Fred, Nicola, Adriano e io

Lavorare o collaborare, questo è il dilemma. O magari nemmeno troppo, posto che sono certa che Nicola abbia risposto alla domanda nel libro, condendola con riflessioni che se finissero sul tavolo del governo magari non dovremmo sorbirci la retorica sul Jobs act e l’articolo 18.
Ma sto divagando.

lavorare o collaborare

Perché il libro, in realtà, non l’ho ancora letto: in compenso l’ho messo in cima alla pila sul comodino (che nel mio caso è un modo nobile per dire per terra, visto che dormo su un futon).
Nicola – che è l’autore – me l’ha incartato insieme alla proposta di fare Sanremo insieme l’anno prossimo – e questo rivela che non mi ha mai visto con un abito stretto, né tantomeno mi ha mai sentito cantare (fortunatamente).
D’altronde Nicola e io prima dell’altro ieri non ci conoscevamo: avevamo solo scambiato parecchie mail, di cui almeno un terzo dedicate a stabilire dove ci saremmo incontrati (scelta caduta sulla pasticceria Cucchi, feeling assicurato) e un altro terzo a rimandare l’appuntamento di giorno in giorno, causa mia influenza, suo lavoro, mio lavoro, sua influenza.
Nel primo terzo, invece, giaceva il motivo dell’appuntamento: Fred, ovvero una delle cose più intelligenti che siano state pensate nell’ultimo decennio.
Fred è una piattaforma per scambiarsi libri: rispetto al book crossing tradizionale, c’è l’elemento umano.
Io carico sulla mia pagina una serie di libri che sono pronta a prestare a sconosciuti e gli sconosciuti fanno lo stesso. Grazie a una mascherina di ricerca, posso verificare chi condivide quali libri e dove, posso cliccare sui loro nomi, inviare una mail, chiedere il volume in prestito. Il che, ovviamente, è l’occasione per ampliare la propria libreria mentale – quella in cui i libri si consumano davvero, e non solo si esibiscono – ma anche per conoscere persone nuove.
Le persone davvero intelligenti, poi, lo usano anche per proporre qualcosa di personale: Nicola, per dire, offre in prestito i testi che lui stesso ha scritto, e scommetto che è un bel leggere, perché lui ha un bel pensare.
In ogni caso, per tornare all’elemento umano, se il nostro incontro per colazione da Cucchi non fosse stato già da solo sufficientemente Carramba, dopo decine di mail con tanto di consigli per guarire dall’influenza, c’ho messo anche un tocco in più: mi sono portata dietro un fotografo.
Un giovine fotografo. Uno studente che aveva bisogno di soggetti per il suo servizio sulla sharing economy. E di consigli sul suo futuro lavorativo.
Così è finita che ci siamo trovati io, Adriano il giovane fotografo, Nicola l’autore di libri e un paio di brioche. C’avesse incrociati Gino Paoli, altro che Eravamo quattro amici al bar.


Piccolo cinema condiviso

San Francisco è la città in cui la parola share (condividere) è usata più frequentemente. San Francisco è anche la città in cui la parola share in tutte le sue declinazioni calamita il simbolo del dollaro, capitalisti di ventura rigonfi di quattrini nonché trentenni che avendo dormito in couchsurfing, lavorato qui e là attaccandosi a wifi gratuite, parlato con molti via skype e vissuto parecchio spendendo poco si trasformano in consulenti della sharing economy, con contratti generosi (io potrei dunque trasformarmi in un’agenzia di smistamento consulenti: molti dei miei intimi hanno fatto decisamente di meglio, per non dire che sono in giro tra Europa e Usa da un mese e ho speso 1.200 euro inclusi biglietti aerei).
Ma comunque non c’è niente di deprecabile, perché il giorno in cui i consulenti avranno convinto Google, Cysco, Vodafone e compagni che il wi-fi è un diritto acquisito tanto quanto il peccato originario se sei nato in un Paese cattolico, allora il mondo sarà realmente diverso.
E tuttavia, in questo tintinnare di idee e monete spesso inebriante, c’è anche chi di dollari non ne vuole sapere e si è inventato un cinema popolare che raccoglie di volta in volta gli abitanti di un condominio, una volta alla settimana, per imparare un’altra lingua. La cosa esilarante è che gli iniziatori sono russi, e russi moltissimi dei partecipanti, e la prima volta che mi hanno invitato oltre a un manipolo di russi c’erano due iraniani e un siriano, una specie di Asse del male su base condominiale, tanto che mi sono chiesta se non fosse una copertura della Cia: e sarà che io fantastico troppo, comunque gliela ho buttata lì scherzando.
Funziona così: il gruppetto degli iniziatori sceglie un film in lingua straniera e un palazzo i cui membri abbiano aderito, avverte in anticipo i vicini e cerca di trovare un giorno che vada bene a tutti; poi si procura o possiede un proiettore e convoca tutti per ora di cena. Tutti portano qualcosa da mangiare e da bere e, a seconda di quanta gente si presenta, la proiezione si fa nella stanza più adeguata tra le varie case. Soprattutto, per ogni film deve esserci almeno uno che capisca tutto quello che si dice per spiegarlo agli altri e scrivere le parole chiave su post it che resteranno in giro per il palazzo fino al film successivo – il tempo di impararle.
L’altro giorno sono stata convocata come hispano hablante ed ero tutta tronfia; si proiettava Y tu mama tambien e io dovevo esssere la guida del gruppo: peccato che il film in realtà fosse messicano e io capivo una parola su tre, ed è finita indegnamente che oltre ad aver mangiato più o meno tutti gli avanzi dell’ultima settimana dell’intero condominio ho dovuto anche chiedere a qualcuno che scaricasse i sottotitoli, perché non ce la potevo fare.
Sono stati tutti molto comprensivi, in ogni caso. Semplicemente non mi inviteranno più.IMG_0167.JPG

Don’t call it Frisco

A un certo punto il ribelle ucraino è semplicemente scomparso: non è tornato a casa a dormire una sera, l’indomani gli ho mandato un sms e per ore non mi ha risposto, poi mi ha scritto dicendomi che si fermava da amici, poi gli ho rispostoMa se il problema è che siamo troppo stretti me ne vado io, poi mi ha detto che no, c’era una donna di mezzo e poi mi sono trovata nella situazione abbastanza esilarante di essere padrona di casa sua, fino a quando, domenica, avevo sia le chiavi di casa sua sia quelle del successivo posto in cui sarei stata, anche questo vuoto perché l’ingegnere egiziano che ci abita è da qualche parte per lavoro, ma si è premurato di lasciarmi le chiavi da amici (più lenzuola, password del wifi, asciugamani puliti: gente stupenda).
Quindi sono arrivata all’appuntamento con i ragazzi dei Wild tour sentendomi padrona della città nonché in equilibrio con il cosmo, una sensazione provata non più di dieci volte nella vita intera. Incredibile ma vero, il mio umore stava per migliorare ulteriormente.
I tizi di Wild Tour Sf sono due personaggi che si avvicinano parecchio a quello che io definisco genio: tre volte al giorno raccolgono gente – turisti, ma anche moltissimi del posto – e li portano in giro lungo itinerari famosi della città, che però raccontano in modo totalmente diverso.
Per esempio suonando una canzone per ogni angolo della strada particolare, o leggendo le proprie email personali per spiegare perché quel posto è così importante.

Wes, la nostra guida, ci ha portato a Castro, lo storico quartiere omosessuale, famoso per Harvey Milk e la sua battaglia politica per i diritti gay. Mentre eravamo lì, davanti a una serie di bambole appoggiate a una finestra e raffiguranti ogni genere Lgbt, ha snocciolato la mail che scrisse a sua madre per confessarle che era bisessuale, nonché la risposta di lei, in copia conoscenza a tutti i parenti fino al quarto grado, con oggetto Wes’ big news. Un racconto personale e anche un po’ toccante, ma Wes ci ha messo dentro tanta autoironia e tanta sincerità nel descrivere lo sgomento che alla fine stavamo ridendo tutti come pazzi, incluso lui.
Il senso non era farci solo divertire, ovviamente, ma piuttosto far capire quanto è difficile a volte parlare della propria sessualità o farla accettare agli altri, e quindi quanto fosse importante la storia dei diritti civili maturata a Castro. Non so se esista una forma di turismo più intelligente, ma onestamente ho parecchi dubbi.

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Specie perché è gratis: se uno vuole può fare una donazione, o comprarsi una maglietta, ma non è obbligatorio e nessuno chiede. Ciononostante Wes fornisce anche un elenco dei posti più autentici della città, quelli gestiti da cooperative di Mission, da artisti e da attivisti, e poi anche un elenco dei concerti e delle cose da fare gratis, come se il tempo si fosse fermato a 40 anni fa (o forse come se finalmente qualcuno iniziasse a riprendere possesso del tempo e della città). Ovviamente molti alla fine fanno una donazione, ed è abbastanza perché i due tizi possano vivere e divertirsi e montare un sito internet dal quale scaricare i loro dischi e quelli dei loro amici.
Alla fine della giornata ero così contenta – anche perché la nuova casa a Mission è gigante, ho una camera tutta per me e un frigo pieno di birra che il mio ospite mi ha invitato a finire – che alle dieci ho infilato un libro in borsa e sono andata in una lavanderia pubblica a fare il bucato. E mentre i jeans si asciugavano in queste gigantesche macchine per 25 cents ogni sette minuti ho goduto dei messicani addormentati sulle seggiole tutto intorno, della notte e persino del rumore della centrifuga. Spero di ricordarmela per sempre quella sensazione lì.

Le dimensioni non contano

In aereo mi sono allenata parecchio: contraevo i muscoli del viso in un sorriso non troppo meccanico, tra le occhiate compassionevoli dei vicini chiaramente convinti che fossi una squilibrata. La ginnastica facciale serviva per apparire sciolta e disinvolta nonostante tutto indicasse una potenziale crisi di nervi non appena messo piede nella casa del primo dei tizi che mi avrebbe ospitato a San Francisco.
A Philadelphia, in attesa del volo, in un raro moto di coscienziosità, avevo infatti ricontrollato le scarse informazioni in mio possesso su di lui e la di lui dimora. Ricapitolando: preferiva ospitare donne (chiaro segno di possibile “maniacità” o sano desiderio di una che lavi i piatti dopo colazione?); viveva in un monolocale (che a San Fran si chiama studio: I live in a studio house in effetti suona meglio di vivo in 18 metri quadrati incluso il bagno, e spendo pure una cifra mensile che moltiplicata per 12 mesi in un anno basterebbe a sfamare il Burkina Faso); era ucraino e l’esperienza migliore della sua vita era stata partecipare alla rivolta di Maidan.
Intendiamoci: nulla di sconvolgente in sé; anzi, qualcosa di meritorio. E tuttavia decenni di dominazione borghese della mente non si cancellano in un solo viaggio, e mentre mi allenavo a sorridere un sorriso che non sembrasse Terminator mi vedevo già un ribelle assetato di sangue con una stamberga come tana pronto a saltare addosso alla giornalista incosciente.
Ho visto troppi film, sì.
Comunque l’allenamento è stato opportuno, Perché la casa era ancora più piccola di quanto me la fossi immaginata e c’è mancato poco che mi cadesse la mascella: il divano su cui dormo io e il suo letto sono praticamente un tutt’uno e, insieme a un tavolino, a una poltrona e al televisore appoggiato sulla mia testa, sono anche tutto l’arredamento disponibile. Sostanzialmente, dormo con i suoi piedi a pochi centimetri dal viso. Ma non l’ho scoperto subito, perché dopo avermi fornito le chiavi il mio ospite è uscito con i suoi amici ed è tornato in piena notte, quando io avevo già iniziato a mandare sms in Italia spiegando che se nessuno mi avesse sentito l’indomani forse era il caso di preoccuparsi.
Fatica sprecata: sto benissimo. E Arthur è gentilissimo. E la sua storia di immigrato negli States al crollo dell’Unione Sovietica una di quelle che avrei pagato per leggere in una rivista. E la sua casa è gradevole, in un certo senso: ci si può quasi illudere di essere vicini a Kerouac o a Bukowsky.

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Specie perché il mio secondo appuntamento di oggi – il primo era con un economista e a raccontarlo ci vorrebbe troppo tempo: comunque è fiducioso – era con un gruppo di scrittura condivisa, spesso guidato dallo stesso Arthur: una variante artistica dello sharing che in effetti solo a San Francisco.
Funziona così. Ci si trova in un caffè di pomeriggio. Ognuno si presenta e racconta cosa deve scrivere quel giorno. Poi la capogruppo mette il timer: 60 minuti di scrittura, durante i quali Internet è proibito. Alla fine c’è la revisione di gruppo per cercare di sbloccare i punti meno riusciti del lavoro di ciascuno, con tanto di agende e computer che passano di mano in mano per un editing collettivo. Un po’ tipo quando Ginsberg e Kerouac sono andati a Tangeri per editare il Pasto nudo di Burroughs, se il paragone non è profano.
Non è esattamente come andare a smistare jeans usati – attività di domani – ma ha molto a che vedere con l’idea che dallo sforzo collettivo anche il singolo può ottenere il suo meglio. United we stand, dicono da queste parti.

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