Sharing economy, appuntamento a Roma

Quanto della sharing economy è retorica di un nuovo iper capitalismo? Quali sono i paletti che ci vorrebbero? Quali le aree grigie? Quali i problemi che non stiamo guardando? E quali invece i modelli da replicare?
Domani sera, 26 novembre alle 19, a Roma parliamo di tutto questo. In teoria è un workshop, in pratica ha un modello molto romano: se parla e se magna.
Siamo Luigi Cervo, docente della Luiss, e io.  Con partecipazione speciale di Michele Buono di Report.
Accademia del Cambiamento,
via dei Bruzi 4/6, 
Roma

La combriccola del tetto di Milano

Ci sono almeno tre cose di cui vale la pena di parlare (quattro se si include me, e Mi fido di te, che siamo i pretesti).
La prima è la combriccola: quelli che sognano la biblioteca virtuale più grande del mondo e quelli che la fanno nel quartiere; quelli che hanno trasformato per sempre il nostro modo di spostarci vincendo paure ataviche e quelli che stanno provando a farlo in città, quelli che danno un senso alla frase “accesso al posto del possesso” e quelli che offrono le idee, gli spazi, i libri, le connessioni. Tutti insieme, per una volta, a raccontare di come hanno fatto e di cosa si può fare. Campandoci, ovviamente: ché – giova ricordarlo considerato che il rischio è apparire freakketoni naïve – tutto è business, ma anche nel business c’è quello meglio e quello peggio.

La seconda è la location: il tetto del SuperStudio di via Tortona, già emblema della Milano che non deve chiedere mai, tutta set fotografici (anzi, shooting) e agenzie e ristoranti vegan-bio-gluten free di bianco smaltati, riconvertiti nel terzo paradiso di Pistoletto dai ragazzi di NovaCivitas. Un posto da esportazione: nella Milano meno smaltata, va da sé.

Poi c’è Adriano Solidoro, che il giorno in cui l’ho tirato su con Blablacar non avrei potuto immaginare dotato di pensieri così brillanti, cervello così funzionante, acume così disinvolto. E’ un docente universitario (e questo da solo forse basterebbe a smentire alcuni miti sulla sharing economy appannaggio di ragazzini che cercano di risparmiare), si occupa di sociologia del lavoro, innovazione e formazione e sviluppo: tutte cose che a metterle in fila così pensi a un parruccone noioso e plasticoso, ma è colpa di come in Italia le parole si usano spesso a vanvera svuotandole di senso e rimandando invece a luoghi comuni e stereotipi.
Adriano, comunque, fa da moderatore alla serata.

Infine ci sono io, questo libricino che ho scritto, un po’ di pensieri sulla sharing economy, sui cittadini, sui consumatori, sulle relazioni e sulle imprese, che poi riporteremo anche qui sopra. L’intento è sfondare il tetto di vetro, uscire dal recinto. Quando si parla di questi temi da un lato ci sono i profeti del cambiamento, velati di ingenuità, e dall’altra le aziende che vogliono disperatamente sfondare. Mettiamo insieme tutto, con realismo, per capire dove si può andare.

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Cedesi #2 – Petit bazar Pane e sharing

Venghino signori venghino, dopo aver piazzato un computer, il portachampagne e il cappello da gran muftì (così richiesto da non riuscire nemmeno a rientrare nel listino) il bazar Pane e Sharing offre altre due occasioni ai fortunati lettori.

Numero 1 Minipimer della Guzzini ancora perfettamente funzionante.
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Questo, a dire il vero, ve la offre la mia amica Tatiana, che  – avendone un altro – me lo  imprestò nell’anno di grazia 2008 quando mi tolsero un dente del giudizio, per poi vederselo usucapito fino a dimenticare di possederlo.
Non temete: non rivendicherà alcun diritto sull’oggetto perché le ho chiesto il permesso di donarlo alla collettività, e l’ho ricevuto.
(Scambio di sms: Posso regalare il tuo minipimer? Il mio che? Minipimer, me lo hai dato due lustri fa! Non capisco la parola, mandami una foto).

 

Numero 2, videoregistratore ancora perfetto e quasi nuovo – quasi nuovo rispetto all’epoca in cui ancora i videoregistratori si usavano, va da sé.

IMG_1927L’ho comprato nel 2001, quando universitaria passavo le notti a vedere la Trilogia della Città di Wim Wenders: dopo due anni, però, feci la mia prima connessione flat a Internet ed entrai nel magico mondo di quelli che il www è il 139esimo articolo della Costituzione; i nastri Vhs andarono definitivamente in soffitta di lì a poco, ancorché io abbia conservato tutti i miei (non so dove, ma so che ci sono).
Sul videoregistratore infatti c’è una clausola: se un domani volessi utilizzarlo per rivedere qualcosa – per esempio le videocassette del mio Erasmus – lo potrò fare.
Già vi vedo che storcete il naso: ci vuoi dare un videoregistratore e metti anche le condizioni. Bè, ragazzi, se avessi una casa grande io me lo terrei, anche solo come ricordo di un passato recentissimo e spazzato via senza che ne conservassimo quasi memoria. Solo che non ho una casa grande. Anzi, quasi non ho una casa tout court.

Cedo gratuitamente causa trasloco

Non è che non lo sapessi prima: sono mesi, anzi, che ci ragiono sopra. Però un conto è pensare in astratto che hai bisogno di meno di un terzo delle cose che possiedi –  se si parla di necessità in realtà me ne serve un centesimo, ma un terzo magari mi va di tenerlo – un altro conto è impacchettare tutti quei tre terzi e trasferirli in un’altra casa, dove siccome non sono realmente necessari probabilmente non li spacchetterai nemmeno, e magari fra qualche tempo li trasferirai in un altro posto ancora, finché un giorno butterai via tutto senza nemmeno controllare davvero di cosa si trattava.

Parlo per esperienza: nel 2008 io e il mio moroso dell’epoca ci siamo lasciati, vivevamo insieme e le scatole che portai via da quella casa sono ancora intatte, parcheggiate in una cantina (meglio non dire di più: sai mai che i proprietari della cantina se ne ricordino).
A questo punto del discorso è abbastanza chiaro che sto traslocando, e bisognerebbe fare una puntata di Verissimo per riprendere quante cose ho accumulato in trenta metri quadrati: 11 scatoloni solo di libri, per la miseria, e viva l’era del digitale.
Il futuro è il booksharing, non mi è mai stato così chiaro.

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Nel presente, però, ho deciso di fare un piccolo bazar Pane & Sharing: vi offro, ovviamente agratis, qualche oggetto.
Piccole cose, ma a colpo sicuro. Per dire,  chi non vorrebbe una parrucca fucsia con cui fare un figurone alle feste di amici? Vi assicuro che non è facile trovarne una.

pickerimageOltre alla parrucca, il gran bazar in questo momento offre:

un vestitino comprato in uno dei famosi mercati provenzali – quello di Arles – capace di rendere tutte un po’ più Amelie (meglio se sotto i 50 chili);

un maglioncino molto bobo* mai indossato, nemmeno una volta (ero bobo solo nel negozio, a casa sembravo una studentessa in ritardo col programma d’esami);

un eccezionale porta champagne (o, più modestamente, porta bottiglie) che tiene anche la temperatura, f-a-n-t-a-s-t-i-c-o per fare un figurone con gli amici.

 

Certo, e poi c’è il pezzo forte. Ma qui c’è poco da scherzare: manca poco che mi si spezzi il cuore. Cinque anni di Time, collezione completa. Non chiedetemi perché la do via: banalmente non ci stanno più. Alcuni li butto via senza nemmeno aprirli, tanto li leggo sull’iPad. Se vivessi non dico in una reggia ma almeno in una casa normale potrei permettermi di coltivare la mia emeroteca, ma in quanto nomade digitale con piccola dimora devo cedere l’amata carta a chi se la può permettere. A due condizioni: l’archivio non si rivende (altrimenti lo rivenderei io), e se qualcuno vuole consultarlo può.

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Scrivetemi se interessati, a qualsiasi di questi oggetti (ne seguiranno altri).

*Bobò, in francese, crasi di bourgeois bohemian; in italiano diremmo forse radical chic, ma non combacia perfettamente

Impara l’arte e mettila su carta (un corso low budget da fare)

Quando è morta mia madre mi ero laureata da tre mesi esatti e non avevo la minima idea di quello che avrei fatto nella vita.
L’unica cosa che avrei voluto fare – scrivere sui giornali –  mi veniva sconsigliata con sincero interesse da qualsiasi adulto con cui parlassi, una professione impossibile da raggiungere e peggiore da praticare, in cui ero destinata a sicuri insuccessi e infelicità. Non ne ero convintissima, ma in quel momento non avevo certo la forza per combattere contro le sicurezze altrui. Così sono finita parcheggiata in un costosissimo master, e non ho dovuto aspettare che finisse per iniziare a cercare un giornale che mi facesse scrivere due righe: qualche mese di asap e fyi avevano scolpito la consapevolezza che, per quanto dura la strada verso il reportage, restare in quell’altro mondo sarebbe stato un’imperdonabile tortura autoinflitta.
M’è tornato in mente tutto quanto oggi, nel maneggiare l’annuncio di Kilowatt per il primo corso di sceneggiatura low budget in Italia. Low budget in due sensi: uno è che il corso, 24 ore in due week end, costa poco, e ancora meno per gli studenti (150 euro); l’altro è che ti insegnano a scrivere sceneggiature che possano esse stesse costare poco, cioè essere realizzate sul serio. Il che, in un mondo in cui tra l’avere un’idea e poterla concretizzare si trovano svariati gradi di frustrazione indotta dal denaro, non è una roba da poco.
Poi ci metti che la fanno in un posto bello, un coworking che incuba idee, condivisioni ed energie, nel centro di una città bellissima – Bologna – dove tutti hanno un parente amico cugino che possa offrire un divano (e al limite c’è sempre il couchsurfing); che i docenti sono due che nel settore ci stanno e sanno come funziona, Mario Mucciarelli e Renato Giugliano; che in più hanno chiamato a insegnare un talento come Ermanno Cavazzoni, e pensi che se fosse esistito qualcosa di simile per il giornalismo quando tutti mi dicevano che non s’aveva da fare, magari non mi sarei parcheggiata in un master sprecando parecchi mesi.
Poter sperimentare e mettere un piede dentro ai propri sogni e alle proprie aspirazioni, senza chiedere ai genitori di ipotecare la casa, non è una possibilità da sottovalutare.
E va bene, l’ho presa un po’ alla lontana, ma il tutto è per dire che ci andrei io a farmi due week end di immersione nella sceneggiatura del futuro. Dare una chance alle proprie idee è un privilegio; mettere gli altri in condizione di poterlo fare è qualcosa di vicino a un servizio pubblico. Specie in un Paese in cui la lamentela su quel che non c’è o non si può fare è una sorta di inno nazionale.

Cirri, Zambotti e io

Piccolo spazio pubblicità.

Il 14 aprile, dopo aver ascoltato Caterpillar, potete venire alla libreria Centofiori di Milano (piazzale Dateo 5) per continuare ad ascoltare Sara Cirri e Massimo Zambotti che parlano di sharing economy, e di Mi Fido Di Te. Appuntamento alle ore 20.30
Tutto quanto va sotto il nome di promozione, lo so,  ma almeno promuoviamo una buona causa, la riscoperta di un approccio umano allo stare insieme, al fare affari, al vivere una città.
Vi aspettiamo.

MI FIDO DI TE MILANO 14.04.15

Share and Paris

Certo, bisogna soprassedere sul fatto che mi abbiano menzionata come massima esperta del settore, ignorando il fatto che passo le giornate a sbeffeggiare quelli che si definiscono massimi esperti e si prendono molto sul serio. Ma siccome si sono inventati TimeRepublik, soltanto per questa volta, li possiamo perdonare. E passare al sodo.
Il sodo è il concorso che TimeRepublik sta promuovendo, una gara di collaborazione e condivisione. Vince chi aiuta di più gli altri all’interno della piattaforma che, se non lo sapeste, è una banca del tempo digitale che restituisce valore alle capacità e al tempo, eliminando la cartamoneta (tipo quella volta che Paolo mi sistemò gratis il forno).
Ognuno dice le cose che sa fare, chi ha bisogno chiede, chi può aiutare si propone. In cambio si ottiene tempo, che può essere utilizzato per acquistare un favore o una competenza da qualcun altro ancora.
Insomma, è quasi più facile farlo che spiegarlo, con un po’ di buona volontà. E per aumentare la buona volontà ora i ragazzi di TimeRepublik hanno pensato alla gara: i più attivi sulla piattaforma saranno premiati con una super esperienza di sharing economy, un viaggio a Parigi per la OuiShareFest.  Sono tre giorni in cui si parla di condivisione, cambiamenti, transizione; di imprese e di come cambiare alcune dinamiche; degli sviluppi, anche di business, possibili per la sharing economy; di come imparare a usare i nuovi strumenti della condivisione, eccetera eccetera: una piccola finestra sul futuro annaffiata di energie e speranze.
Chi non vince il primo posto ma arriva secondo, invece, viene a Milano, che non è esattamente la Ville Lumiere ma comunque a fine maggio, in mezzo a libri, coworking ed entusiasti, si può stare proprio bene.

Mi fido di te, in libreria (o ebook)

Dicono i miei informatori che almeno due copie sono state pre-ordinate, e non da miei famigliari.
Da loro conto su un contributo ben più sostanzioso.
Comunque, eccoci, il 3 di aprile siamo in libreria. Per parlare di sharing economy, e cioè di come si può guidare, mangiare, viaggiare, lavorare, dormire diversamente.

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With a little help from my friend (ossia, mi serve un aspirapolvere)

Mettiamola così, è una questione di principio. Potrei spingermi fino a Media World, andare dritta alla sezione ‘casalinghi’ ignorando le sirene ammalianti dei nuovi macbook, chiacchierare amabilmente con un inserviente e tornare a casa minuti dopo con un aspirapolvere nuovo fiammante del costo non superiore a 50 euro (ovviamente, programmato per rompersi dopo due anni, come tutti gli oggetti che arrivano al mass market – no, non è una teoria cospirazionista ma una ricerca finanziata dagli europarlamentari Verdi).
Potrei, ma non voglio. Non voglio perché sono certa, assolutamente sicura, che nelle vostre case c’è almeno un vecchio aspirapolvere dimenticato e semi-abbandonato, reinserito nello scatolone prima di un trasloco e mai più venuto alla luce, oppure relegato in cantina, sostituito da una moderna scopa elettrica capace per una volta di farvi sentire tutt’uno col focolare domestico, in una metamorfosi simile a quella delle vite delle donne americane negli Anni 50, forgiate da frigoriferi e lavatrici.
E, insomma, tutto questo per dire che il mio aspirapolvere si è rotto, e poi ne ho avuto due anni uno in prestito ma ora il suo proprietario lo ha voluto indietro, e io ne vorrei trovare un altro in prestito, perché sono intimamente convinta che non abbia senso comprare qualcosa che altri hanno in più e non usano: è una questione di razionalizzazione delle risorse.
Mi date un segno di vita se siete disponibili a imprestarmi per un po’ di tempo o addirittura a donarmi un aspirapolvere?
Lo dicevano anche i Beatles d’altronde,
Oh I get by with a little help from my friends,
Mmm,I get high with a little help from my friends,
Mmm, I’m gonna try with a little help from my friends.

Tutto torna, quindi ci vediamo il 12

Insomma, avevo voglia di capire chi fossero quelli che abitano vicino a me che in dieci anni in questo quartiere non ho mai conosciuto. E poi ci sarebbe da parlare di condivisione: di idee, di vita, di nutrimenti. E poi c’è l’Expo, che in teoria di cibo deve trattare, se non metteranno tutti in galera prima che inizi. Quindi tutto torna: ci vediamo il 12 novembre alle 19.30 sulla Darsena, il Comune ci lascia usare gratuitamente il Darsena Center uno spazio creato per l’Expo; così diamo un nome a chi abita nel Distretto, ci beviamo degli Spritz autoprodotti e iniziamo a uscire dai bit per toccare gli atomi, come dicono quelli fighi.

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