Uber, Londra, il ricatto dell’innovazione

Nel pieno della crisi, Goldman Sachs avrebbe mai osato invitare i cittadini a firmare contro chi provava a regolamentarla?
Uber invece sì. E ci riesce. Perché sa monetizzare la crisi sociale: sia i cittadini sia i driver hanno bisogno della società americana.
Anche se la frattura tra il giusto e il necessario si allarga.

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Siamo tutti disrupted, ma i tassisti non lo accettano

nanzitutto, prima che qualcuno tiri fuori i nuovi modelli occupazionali e di consumo, sgombriamo il campo dagli equivoci: con la protesta dei tassisti che il 16 febbraio hanno mollato a piedi migliaia di cittadini, la sharing economy non c’entra nulla. E, per una volta, nemmeno la gig economy, il suo contraltare ‘cattivo’, quello dei lavoretti e del precariato. C’entrano, invece, essenzialmente tre cose: l’innovazione, il corporativismo violento e la politica ignava.

TUTTE LE PROFESSIONI SONO STATE DISRUPTED. Non c’è nessuna categoria professionale o comparto economico nel mondo occidentale che negli ultimi due decenni non sia stato colpito (o, talvolta, travolto) dalla disruption digitale. Smartphone, internet veloce, connessioni wifi, algoritmi, cloud computing, app e via discorrendo hanno irreversibilmente cambiato le condizioni, le opportunità e le modalità di lavoro e di consumo. Per tutti. Gli operatori telefonici sono stati sorpassati da Whatsapp e simili, le librerie da Amazon, gli editori da Internet; persino i giornalisti, categoria tradizionalmente protetta – e oggi viepiù abbandonata – se la devono vedere nientemeno che con software di composizione automatica degli articoli, che costano poco e lavorano molto.

NUOVI SERVIZI, NUOVE OFFERTE. Inarrestabile, l’innovazione ha portato in ogni settore due conseguenze almeno: nuove offerte e nuovi servizi per i consumatori, che apprezzano (alzi la mano l’ultimo che ha ricevuto un vecchio sms a pagamento al posto di un messaggino su chat), e sfide complesse per i professionisti coinvolti, in termini di aggiornamento delle proprie competenze, di rinnovamento della propria offerta e di battaglie per non perdere i diritti acquisiti. O, talvolta, anche i privilegi.

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Perché la sharing economy non decolla

Passano gli anni, restano i titoli; anzi, si moltiplicano.

«Tutti pazzi per la sharing economy», per dire, comparve per la prima volta nel 2014: e da allora, mese dopo mese, quasi nessun giornale o blog è rimasto immune dall’entusiasmo per il sopraggiunto cambiamento di paradigma. Consultare Google per credere: l’ultimo avvistamento della notizia è di appena un paio di settimane fa.
Vivremmo, insomma, in un mondo in cui i vicini fanno a gara per imprestarci il trapano, le cene si consumano rigorosamente in casa di sconosciuti, gli universitari arrotondano facendo le guide turistiche e ogni buona idea, socialmente apprezzata e condivisibile, diventa business. Suona strano? Probabilmente perché c’è poco di vero.

Il gran boom dell’economia collaborativa, e il suo traino dell’economia ‘tradizionale’, infatti in Italia non c’è ancora stato e alle condizioni odierne si fatica a vederlo: il numero delle piattaforme cresce ma l’utenza non è significativa, gli investimenti e le regole sono disordinati e insufficienti, le sentenze della magistratura hanno sepolto i servizi nuovi e le facce che girano tra convegni iniziano ad avere il sapore di vecchio. Mentre, come da copione di parecchi altri settori digital, i colossi stranieri crescono, occupano il mercato e pagano poche tasse.

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Sharing: sfruttamento del lavoro, economia del noleggio o nuova modalità di consumo?

La confusione sotto il cielo è molta, complice una retorica utilizzata ad arte e la nascita di nuovi giganti dell’economia on demand.

L’ultima a schierarsi è stata Virginia Raggi, sindaco di Roma. «Airbnb e Uber fanno concorrenza sleale», ha detto in un confronto elettorale prima dell’elezione al Campidoglio, aggiungendo allo scontro quasi ontologico tra Apocalittici e Integrati della sharing economy la (presunta) contraddizione di una esponente del nuovo che si batte contro l’innovazione.

Ma le cose non sono così semplici, a partire dagli opposti ideali tra cui si muove la discussione sulla cosiddetta economia collaborativa: perché nel nome di Airbnb, Uber e BlaBlaCar, tanto per citare i più noti, si ricorre spesso a un manicheismo che imbriglia la reale comprensione dei fenomeni. Equità, innovazione, redistribuzione, circolarità sono le parole d’ordine degli Integrati; sfruttamento, dumping, neocapitalismo, precariato quelle degli Apocalittici. Nelle loro fila si agitano accademici, giornalisti, imprenditori, parlamentari, centri studi, istituzionali nazionali e sovranazionali, inclusa la Commissione europea.

Ma su cosa discordano, le tesi, esattamente? Non sull’utilità dei servizi, in linea di massima: la diffusione delle nuove piattaforme (Airbnb è cresciuta del 100% nel 2015, con 80 milioni di prenotazioni) induce il forte sospetto che anche chi ne critica motivazioni e pratiche finisca poi con lo scegliere una stanza in rete o con l’opzionare un simil-taxi dal cellulare. Sono piuttosto gli inquadramenti, la terminologia, le valutazioni sociali e le dinamiche di causa-effetto su cui Apocalittici e Integrati dissentono. Ecco allora un riassunto delle principali questioni sul tappeto, per cercare di promuovere una riflessione il più ragionata possibile.

Condivisione vs noleggio

Nella vulgata degli Integrati – o quantomeno dei più estremi tra loro – il termine sharing rimanda a un universo di buone azioni di cui è impossibile non farsi portavoce: aprire la propria casa, distribuire i propri oggetti e mettere le proprie capacità a servizio degli altri non solo è nobile, ma aiuta a limitare gli sprechi e contribuisce a creare comunità salde e dinamiche. Gli Apocalittici partono da tali considerazioni per smontarne la semantica e le intenzioni: far pagare per una stanza in casa propria non è condividere, ma affittare. Non ci sono emozioni in ballo, ma soldi. Lo stesso dicasi per automobili, posti a tavola, vestiti e persino passaggi. Con un’aggravante: il noleggio tra privati può sfuggire ai controlli e alle garanzie di sicurezze assicurati dai professionisti.

Per uscire dall’impasse bisogna intanto fare una distinzione tra ciò che si paga e quello che è gratuito: inglobati sotto il termine-ombrello sharing economy ci sono infatti siti e pratiche (per esempio couchsurfing e bookcrossing, per dormire sui divani altrui o scambiarsi libri) che esistono da tempo, e il cui reale motore è proprio la condivisione. Si potrebbe dire lo stesso della cultura dell’open source nell’informatica, e di fenomeni più concreti come le banche del tempo oggi digitalizzate, che di certo non hanno nulla a che vedere col noleggio.

I servizi a pagamento, poi, potrebbero essere descritti in modo più corretto utilizzando l’espressione “mettere a disposizione”, che non implica gratuità ma conserva alcune caratteristiche della condivisione. Prendere un estraneo in casa o dargli un passaggio in macchina, per denaro o per simpatia, implica infatti sia uno scambio umano, anche minimo, sia l’abbattimento di certi confini di possesso e consumo. Sharing, nella sua concretezza, non significa insomma essere samaritani a servizio di un mondo migliore, ma non descrive nemmeno esperienze tradizionali come entrare in un negozio per acquistare un prodotto o dormire in albergo. Le vecchie categorie risultano giocoforza superate, a prescindere dal vocabolario con cui si descrivono le nuove attività.

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La biblioteca degli oggetti arriva a Bologna

Negli ultimi tempi è successo che sharing economy sia diventata sempre più un’espressione di retorica sicurissima e un po’ pelosa; fuori splendente di buone intenzioni, dentro rosicchiata da multinazionali genericamente poco inclini a pagare le tasse e a ridistribuire il valore ottenuto; o di consulenti e amministrazioni pubbliche che devono farsi belli e innovativi.
Non serve nemmeno fare i nomi: basta leggere i giornali. La condivisione, motore poderoso di un cambiamento sociale, ecologico ed economico, è finita alla mercé delle strategie di mercato: asset su cui costruire piani, al di là delle reali intenzioni o della volontà di sfondare barriere e abitudini.
Ne ho sentite e lette così tante, di storie di queste genere, che di recente quasi mi sono venute a noia, come se fosse il declino ineluttabile delle buone idee capitalizzate e divorate dal sistema che volevano cambiare (Marx, dì qualcosa, ti prego: lo so che ci sei già passato).
Poi, ogni tanto, succede quella cosa stupenda che restituisce senso e smalto a tutto quanto. Questa volta, per esempio, tocca alla Biblioteca degli oggetti che inaugura sabato 16 aprile a Bologna (maledetti loro: son tutte lì le cose migliori).

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Biblioteca degli oggetti, e cioè un posto in cui le cose si prendono in prestito: perché comprare un carrellino per fare il trasloco se lo userò una volta nella vita? E se l’ho comprato, perché tenermelo in una casa troppo affollata al posto di metterlo a servizio di altri?
(Sì, questa è una citazione personale)

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L’idea è nata in Germania, e se siete lettori di Pane e sharing da un po’ vi ricorderete della prima volta che a Colonia ho visto queste ex cabine del telefono zeppe di libri, e i negozietti pieni di oggetti, chiedendomi se in Italia ce l’avremmo mai fatta.
E quindi sì, ce l’abbiamo fatta: prima al Dynamo, poi probabilmente anche alle Serre dei Giardini (due posti super, oltretutto) ci saranno dei punti dove prendere oggetti, o portarli. Naturalmente con regole e impegni: non si condividono armi, per dire, e un oggetto si tiene al massimo per 4 settimane, ché la biblioteca degli oggetti serve a farli circolare e a prendersene cura connettendo le persone, non a sbarazzarsene.
Il regolamento è qui, se volete leggervelo, e devo dire che quasi un po’ emoziona: perché è semplice ed essenziale, come dovrebbero essere le cose la cui portata di cambiamento è immediatamente comprensibile a tutti.

La Sharing economy avrà una legge (forse)

Una proposta, infine, c’è. È stata presentata il 2 marzo da un gruppo di parlamentari dell’Intergruppo innnovazione appartenenti a entrambi gli schieramenti, e rimarrà aperta per consultazione pubblica online fino al 16 maggio (a questo indirizzo). L’hanno chiamata – forse con poca fantasia – Sharing Economy Act, e riguarda in sostanza tutte le piattaforme che consentono di mettere a disposizione di altri, sotto pagamento, i propri beni e servizi.
REGOLE FISSE PER UBER E COMPAGNI. Si tratta insomma del tentativo di regolarizzare AirBnb, UberPop, Gnammo e compagni vari dell’economia della condivisione, facendoli uscire dalla zona grigia che ne ha in alcuni casi consentito uno sviluppo frenetico (e talvolta irregolare) o che ne ha al contrario sancito l’impossibilità a operare (UberPop, per esempio, dichiarato illegale dal tribunale di Milano a luglio 2015).

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MovieDay, il cinema è di tutti

Non sarà la soluzione per l’industria flagellata dallo streaming, ma l’occasione per rifarsi delle ore passate nei gabbiotti del Dams a vedere Man Ray mentre fuori  l’intero universo gioiva e si accoppiava e vibrava, bè, quello magari sì. Per non menzionare l’esperimento etnografico: qualcuno per prepararsi è arrivato già sbronzo alle 20 e, considerando che sto per raccontarvi di una serata dedicata a Hiroshima Mon Amour, non è che gli si possa dare torto.
Insomma, stiamo parlando di film – alcuni anche bellissimi, restaurati dalla cineteca di Bologna, capolavori che fino a poco tempo fa si vedevano solo in fortunatissime rassegne o nelle sfortunatissime cellette del Dams costruite apposta per punire gli studenti che la mattina non arrivano per tempo alla proiezione in aula – e di cinema, e del fatto che uno può decidere che cosa proiettare in una sala in centro a Milano (ma non solo) per poi aprire una pagina internet e invitare 100 amici o 100 sconosciuti; rendere disponibili i biglietti via web, selezionare la data e poi prepararsi alla serata, con grande godimento.
La trovata è dei ragazzi di MovieDay che hanno traghettato l’idea del cineforum nell’era della condivisione e della flessibilità, nonché dei cinema che spesso hanno sale vuote e bilanci da aiutare. Il risultato è un sito su cui ognuno può iscriversi e organizzare la propria serata: si sceglie quale film, dove e quando, stabilendo un tempo massimo per spargere la voce e per raccogliere adesioni. Il sistema indica quante persone ci vogliono in sala perché si possa fare la proiezione e calcola il costo del biglietto di conseguenza: a quel punto, un po’ come su Facebook, l’evento è creato e bisogna solo dirlo in giro: se non si raggiunge il quorum minimo, la proiezione salta. Per raggiungerlo, va da sé, i biglietti si comprano via internet, direttamente dal sito di MovieDay: nel caso in cui l’evento non si facesse, la spesa di chi riservato un posto verrebbe stornata sulla carta.
I soldi li incassano in parte in cinema e in parte (minima) i ragazzi di MovieDay: il revenue sharing che fa felici tutti.
I biglietti costano sempre meno che il cinema normale, e spesso meno di quello che costa “noleggiare” un film su iTunes – sì, ragazzi, lo so, non dovete spiegarmi che esiste lo streaming, ma vuoi mettere l’esperienza? Oltretutto,  il catalogo consta di 71 pagine, cioè si trova di tutto: i classici della Nuovelle Vague restaurati e i Soliti Idioti, gli autoprodotti e i Die Hard. Puoi organizzare una serata più o meno impegnata come quella dell’altra sera – prima che entrassimo in sala, un amico mi ha detto: l’amore è una guerra atomica, tant’è che per preparasi un certo numero di invitati è arrivato avendo preventivamente consumato tre o quattro birre – o una maratona Ritorno al futuro o persino una cosa per i bambini: ho trovato una serie di film che faranno impazzire mio nipotino, e sto pensando a una sorpresa da fargli.
E poi ti trovi lì seduto, nella serata che hai organizzato tu, con intorno amici o amici di amici, o amici di amici di amici, gente insomma che se fa casino mangiando i popcorn puoi alzarti e sottrarglieli senza indugi, in un clima un po’ familiare e un po’ surreale ma comunque molto partecipato e molto caldo –  di quelli che anche solo dieci anni fa te li saresti sognati, un po’ come quasi tutto quello che raccontiamo qui sopra, d’altronde.

E facciamolo, ‘sto boom

Secondo il Censis, il cui rapporto annuale è diventato un copia incolla sociologicamente motivato di umori, frustrazioni ed entusiasmi rilevabili quotidianamente su Internet, la notizia del 2015 è che l’Italia vive un letargo esistenziale collettivo.
E fin qui non si può certo obiettare granché.
L’istituto di ricerca, tuttavia, segnala che questo sonno delle possibilità possa essere risvegliato dalla sharing economy, traduzione monetizzabile dell’entusiamo e della volontà individuale, in pieno boom: «Due milioni di italiani, il 4% della popolazione, hanno utilizzato il car sharing. Tra i giovani l’8,4%, corrispondente a 940 mila persone».
IL COWORKING COINVOLGE 1,5 MLN DI OCCUPATI. E ancora: «Il coworking nell’ultimo anno ha coinvolto un milione e mezzo di occupati, il 3% della popolazione; per i giovani si arriva al 5%».
Poi c’è il crowdfunding (1,2% della popolazione l’ha usato) e persino il couchsurfing (2,5% dei millenial, i nati dopo 1980, ne è fan).
Memorizzate i dati e metteteli da parte. E guardiamo invece adesso un pezzo uscito praticamente in concomitanza su TechCrunch, bibbia dell’informazione digitale americana, che con grosso sdegno titola: «La sharing economy, la gig economy, la on demand economy non sono mai esistite, quindi smettiamola di fingere» (The On-Demand, Sharing And Gig Economies Never Existed, So Stop Pretending They Did).
IL DIBATTITO AMERICANO TRA RETORICA E LEGGI. Il pezzo prende i tre nomi e li smonta.
Uno, sharing, è solo retorica; l’altro, on-demand, è un concetto vecchio; il terzo, gig economy (economia dei lavoretti) sarebbe quello giusto, ma crea confusione su cosa sia un lavoro, specie nei politici che dovrebbero occuparsi della regolamentazione.
Alla fine, dunque, TechCrunch suggerisce di usare l’espressione ‘Smart Market’, mercati intelligenti: e fine di ogni illusione.
Intendiamoci, non è che si voglia fare i sofisti. Quello che interessa, al di là della correttezza dell’analisi – il couchsurfing è usato da 10 milioni di persone nel mondo e non prevede scambi di denaro; così i sistemi creative commons o l’open source: pura condivisione – è l’esistenza stessa del dibattito. Che rende immediatamente un po’ ridicolo il ‘boom’ italiano.

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S’ha da pensare a qualcosa

Oggi, sulla Stampa, è uscita questa intervista a Zerocalcare.
Non è molto lunga, ma il fumettista (Michele Rech, 32 anni, Rebibbia, nuovo fenomeno di semi-culto) fa comunque in tempo a tratteggiare l’angoscia di una generazione – la nostra – che ha perso i riferimenti e le certezze.
A dirlo così, per via del fatto che le parole sono sempre più consunte e sempre meno attaccate ai loro significati, sembra retorica pura, e quindi Zerocalcare fa qualche esempio: amici laureati in storia che insegnano nuoto, 35enni che vivono in una cameretta troppo cara in una casa condivisa, la pensione come concetto astratto, al quale non si pensa nemmeno.
La riflessione sulla pensione mi ha colpito particolarmente, forse perché la faccio spesso anche io. Quando l’onda mediatica riparte col conto sul sistema misto e le nuove finestre e i prelievi su quelle “d’oro”, il mio tasso di noia sale esponenzialmente: ché io so perfettamente che non la prenderò, o che sarà ridicola, o che comunque la prenderò tre anni prima di schiattare, e finora ho sostanzialmente soltanto pagato per tenere in piedi il sistema. Vorrei non pagarli più i contributi, e mi sorprendo a dirlo, perché io sono una che ha sempre creduto fermamente nello stato sociale e nel fatto che ognuno fa la sua parte per gli altri.
Ovviamente, è successo che non tutti hanno fatto ugualmente la loro parte e oggi ad alcuni si chiede uno sforzo grottesco rispetto a quello che hanno ricevuto, anche in termini di opportunità mancate. Zerocalcare riconosce per esempio che lui ce l’ha fatta, che oggi è un privilegiato. In qualche misura, sembrerebbe sfatare tutto quello detto finora: se hai il talento, alla fine, emergi.
Ma anche questa è una distorsione sociologica e cognitiva terribile. Perché oltre ai geni, agli iper talentuosi (o anche a quelli che sanno muoversi meglio col potere: non è il caso di Zerocalcare, ma nei giornali se ne vedono parecchi), ci sono anche i buoni professionisti: quelli che fanno bene il loro, senza essere “il nome di punta”. Bravi giornalisti, bravi fotografi, bravi esperti di marketing, bravi ingegneri, bravi registi, bravi copywriter. Non i Montanelli, i LaChapelle, i FordCoppola, gli ArmandoTesta: ma comunque seri, preparati e capaci. Ecco, per questi le possibilità si sono assottigliate mostruosamente, tant’è vero che insegnano nuoto, che si fanno scippare l’affitto da proprietari ansiosi di far fruttare la rendita, che saltano sulla prima occasione o la tengono stretta, perché altre non ce ne sono.
Ecco, ora vi chi chiederete cosa c’entra tutto questo discorso con la sharing economy e i temi che si trattano qui. C’entra  intanto perché si parla di economia e di come ripensare alcune cose: e sarebbe bello farlo oltre alle etichette che ormai fanno comodo soprattutto ai titoli dei giornali (sharing, appunto).
Poi c’è quella frase che Zerocalcare dice in chiusura: «Tra noi non si parla molto di pensione, tutti danno per scontato che non l’avremo. Ma riguarda tanta gente: qualcosa, tutti insieme, dovremo inventarci». Già.
L’anno scorso, ad Amsterdam, ho conosciuto un’associazione di lavoratori freelance che ha creato una propria assicurazione fuori dal mercato: si chiama Broodfond, che significa fondo per il pane. Infatti, siccome nessuno stipulava con loro una polizza che garantisse il loro reddito in caso di malattia o infortunio,  si sono messi in gruppo e hanno stabilito una quota da versare: tutto calcolato affinché si potesse restare senza lavorare fino a due anni senza rischiare di non riuscire a pagare il mutuo.
Ci sono diverse quote annuali – proprio come in un’assicurazione tradizionale – a seconda di quanto si vorrebbe ricevere: in ogni caso, a nessuno è chiesto di versare più di qualche decina di euro (i dati da allora potrebbero essere cambiati, ma erano circa 200 euro l’anno). Ogni due anni, l’ammontare del fondo che non è stato utilizzato per aiutare gli iscritti viene redistribuito: i soldi versati non sono a fondo perduto come nelle assicurazioni tradizionali. Nessuno ci deve guadagnare, è un meccanismo sussidiario, non di mercato.
Ecco, non penso che si possa fare una cosa simile con le pensioni dei 30enni: banalmente perché l’assicurazione si basa sul fatto che in realtà non tutti effettivamente ne avranno bisogno, mentre della pensione sì. Però dà il senso di cosa vuol dire mettersi insieme e pensare a qualcosa. La cosa che stupisce dei 30enni, alla fine, è che sono stati annichiliti: sarà che sono senza aspettative e promesse, ma alla fine dicono poco e niente. Non si lamentano nemmeno troppo, se non nei patetici servizi dei tigì. Penso che manchi l’energia: ci si abitua a ogni condizione. Ma l’energia e le idee vengono solo ripartendo dalla collettività. Ha ragione Zerocalcare, s’ha da pensare a qualcosa.

(L’immagine è tratta da Ogni maledetto lunedì di Zerocalcare)

Sharing economy, appuntamento a Roma

Quanto della sharing economy è retorica di un nuovo iper capitalismo? Quali sono i paletti che ci vorrebbero? Quali le aree grigie? Quali i problemi che non stiamo guardando? E quali invece i modelli da replicare?
Domani sera, 26 novembre alle 19, a Roma parliamo di tutto questo. In teoria è un workshop, in pratica ha un modello molto romano: se parla e se magna.
Siamo Luigi Cervo, docente della Luiss, e io.  Con partecipazione speciale di Michele Buono di Report.
Accademia del Cambiamento,
via dei Bruzi 4/6, 
Roma