La biblioteca degli oggetti arriva a Bologna

Negli ultimi tempi è successo che sharing economy sia diventata sempre più un’espressione di retorica sicurissima e un po’ pelosa; fuori splendente di buone intenzioni, dentro rosicchiata da multinazionali genericamente poco inclini a pagare le tasse e a ridistribuire il valore ottenuto; o di consulenti e amministrazioni pubbliche che devono farsi belli e innovativi.
Non serve nemmeno fare i nomi: basta leggere i giornali. La condivisione, motore poderoso di un cambiamento sociale, ecologico ed economico, è finita alla mercé delle strategie di mercato: asset su cui costruire piani, al di là delle reali intenzioni o della volontà di sfondare barriere e abitudini.
Ne ho sentite e lette così tante, di storie di queste genere, che di recente quasi mi sono venute a noia, come se fosse il declino ineluttabile delle buone idee capitalizzate e divorate dal sistema che volevano cambiare (Marx, dì qualcosa, ti prego: lo so che ci sei già passato).
Poi, ogni tanto, succede quella cosa stupenda che restituisce senso e smalto a tutto quanto. Questa volta, per esempio, tocca alla Biblioteca degli oggetti che inaugura sabato 16 aprile a Bologna (maledetti loro: son tutte lì le cose migliori).

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Biblioteca degli oggetti, e cioè un posto in cui le cose si prendono in prestito: perché comprare un carrellino per fare il trasloco se lo userò una volta nella vita? E se l’ho comprato, perché tenermelo in una casa troppo affollata al posto di metterlo a servizio di altri?
(Sì, questa è una citazione personale)

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L’idea è nata in Germania, e se siete lettori di Pane e sharing da un po’ vi ricorderete della prima volta che a Colonia ho visto queste ex cabine del telefono zeppe di libri, e i negozietti pieni di oggetti, chiedendomi se in Italia ce l’avremmo mai fatta.
E quindi sì, ce l’abbiamo fatta: prima al Dynamo, poi probabilmente anche alle Serre dei Giardini (due posti super, oltretutto) ci saranno dei punti dove prendere oggetti, o portarli. Naturalmente con regole e impegni: non si condividono armi, per dire, e un oggetto si tiene al massimo per 4 settimane, ché la biblioteca degli oggetti serve a farli circolare e a prendersene cura connettendo le persone, non a sbarazzarsene.
Il regolamento è qui, se volete leggervelo, e devo dire che quasi un po’ emoziona: perché è semplice ed essenziale, come dovrebbero essere le cose la cui portata di cambiamento è immediatamente comprensibile a tutti.

La Sharing economy avrà una legge (forse)

Una proposta, infine, c’è. È stata presentata il 2 marzo da un gruppo di parlamentari dell’Intergruppo innnovazione appartenenti a entrambi gli schieramenti, e rimarrà aperta per consultazione pubblica online fino al 16 maggio (a questo indirizzo). L’hanno chiamata – forse con poca fantasia – Sharing Economy Act, e riguarda in sostanza tutte le piattaforme che consentono di mettere a disposizione di altri, sotto pagamento, i propri beni e servizi.
REGOLE FISSE PER UBER E COMPAGNI. Si tratta insomma del tentativo di regolarizzare AirBnb, UberPop, Gnammo e compagni vari dell’economia della condivisione, facendoli uscire dalla zona grigia che ne ha in alcuni casi consentito uno sviluppo frenetico (e talvolta irregolare) o che ne ha al contrario sancito l’impossibilità a operare (UberPop, per esempio, dichiarato illegale dal tribunale di Milano a luglio 2015).

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MovieDay, il cinema è di tutti

Non sarà la soluzione per l’industria flagellata dallo streaming, ma l’occasione per rifarsi delle ore passate nei gabbiotti del Dams a vedere Man Ray mentre fuori  l’intero universo gioiva e si accoppiava e vibrava, bè, quello magari sì. Per non menzionare l’esperimento etnografico: qualcuno per prepararsi è arrivato già sbronzo alle 20 e, considerando che sto per raccontarvi di una serata dedicata a Hiroshima Mon Amour, non è che gli si possa dare torto.
Insomma, stiamo parlando di film – alcuni anche bellissimi, restaurati dalla cineteca di Bologna, capolavori che fino a poco tempo fa si vedevano solo in fortunatissime rassegne o nelle sfortunatissime cellette del Dams costruite apposta per punire gli studenti che la mattina non arrivano per tempo alla proiezione in aula – e di cinema, e del fatto che uno può decidere che cosa proiettare in una sala in centro a Milano (ma non solo) per poi aprire una pagina internet e invitare 100 amici o 100 sconosciuti; rendere disponibili i biglietti via web, selezionare la data e poi prepararsi alla serata, con grande godimento.
La trovata è dei ragazzi di MovieDay che hanno traghettato l’idea del cineforum nell’era della condivisione e della flessibilità, nonché dei cinema che spesso hanno sale vuote e bilanci da aiutare. Il risultato è un sito su cui ognuno può iscriversi e organizzare la propria serata: si sceglie quale film, dove e quando, stabilendo un tempo massimo per spargere la voce e per raccogliere adesioni. Il sistema indica quante persone ci vogliono in sala perché si possa fare la proiezione e calcola il costo del biglietto di conseguenza: a quel punto, un po’ come su Facebook, l’evento è creato e bisogna solo dirlo in giro: se non si raggiunge il quorum minimo, la proiezione salta. Per raggiungerlo, va da sé, i biglietti si comprano via internet, direttamente dal sito di MovieDay: nel caso in cui l’evento non si facesse, la spesa di chi riservato un posto verrebbe stornata sulla carta.
I soldi li incassano in parte in cinema e in parte (minima) i ragazzi di MovieDay: il revenue sharing che fa felici tutti.
I biglietti costano sempre meno che il cinema normale, e spesso meno di quello che costa “noleggiare” un film su iTunes – sì, ragazzi, lo so, non dovete spiegarmi che esiste lo streaming, ma vuoi mettere l’esperienza? Oltretutto,  il catalogo consta di 71 pagine, cioè si trova di tutto: i classici della Nuovelle Vague restaurati e i Soliti Idioti, gli autoprodotti e i Die Hard. Puoi organizzare una serata più o meno impegnata come quella dell’altra sera – prima che entrassimo in sala, un amico mi ha detto: l’amore è una guerra atomica, tant’è che per preparasi un certo numero di invitati è arrivato avendo preventivamente consumato tre o quattro birre – o una maratona Ritorno al futuro o persino una cosa per i bambini: ho trovato una serie di film che faranno impazzire mio nipotino, e sto pensando a una sorpresa da fargli.
E poi ti trovi lì seduto, nella serata che hai organizzato tu, con intorno amici o amici di amici, o amici di amici di amici, gente insomma che se fa casino mangiando i popcorn puoi alzarti e sottrarglieli senza indugi, in un clima un po’ familiare e un po’ surreale ma comunque molto partecipato e molto caldo –  di quelli che anche solo dieci anni fa te li saresti sognati, un po’ come quasi tutto quello che raccontiamo qui sopra, d’altronde.

E facciamolo, ‘sto boom

Secondo il Censis, il cui rapporto annuale è diventato un copia incolla sociologicamente motivato di umori, frustrazioni ed entusiasmi rilevabili quotidianamente su Internet, la notizia del 2015 è che l’Italia vive un letargo esistenziale collettivo.
E fin qui non si può certo obiettare granché.
L’istituto di ricerca, tuttavia, segnala che questo sonno delle possibilità possa essere risvegliato dalla sharing economy, traduzione monetizzabile dell’entusiamo e della volontà individuale, in pieno boom: «Due milioni di italiani, il 4% della popolazione, hanno utilizzato il car sharing. Tra i giovani l’8,4%, corrispondente a 940 mila persone».
IL COWORKING COINVOLGE 1,5 MLN DI OCCUPATI. E ancora: «Il coworking nell’ultimo anno ha coinvolto un milione e mezzo di occupati, il 3% della popolazione; per i giovani si arriva al 5%».
Poi c’è il crowdfunding (1,2% della popolazione l’ha usato) e persino il couchsurfing (2,5% dei millenial, i nati dopo 1980, ne è fan).
Memorizzate i dati e metteteli da parte. E guardiamo invece adesso un pezzo uscito praticamente in concomitanza su TechCrunch, bibbia dell’informazione digitale americana, che con grosso sdegno titola: «La sharing economy, la gig economy, la on demand economy non sono mai esistite, quindi smettiamola di fingere» (The On-Demand, Sharing And Gig Economies Never Existed, So Stop Pretending They Did).
IL DIBATTITO AMERICANO TRA RETORICA E LEGGI. Il pezzo prende i tre nomi e li smonta.
Uno, sharing, è solo retorica; l’altro, on-demand, è un concetto vecchio; il terzo, gig economy (economia dei lavoretti) sarebbe quello giusto, ma crea confusione su cosa sia un lavoro, specie nei politici che dovrebbero occuparsi della regolamentazione.
Alla fine, dunque, TechCrunch suggerisce di usare l’espressione ‘Smart Market’, mercati intelligenti: e fine di ogni illusione.
Intendiamoci, non è che si voglia fare i sofisti. Quello che interessa, al di là della correttezza dell’analisi – il couchsurfing è usato da 10 milioni di persone nel mondo e non prevede scambi di denaro; così i sistemi creative commons o l’open source: pura condivisione – è l’esistenza stessa del dibattito. Che rende immediatamente un po’ ridicolo il ‘boom’ italiano.

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S’ha da pensare a qualcosa

Oggi, sulla Stampa, è uscita questa intervista a Zerocalcare.
Non è molto lunga, ma il fumettista (Michele Rech, 32 anni, Rebibbia, nuovo fenomeno di semi-culto) fa comunque in tempo a tratteggiare l’angoscia di una generazione – la nostra – che ha perso i riferimenti e le certezze.
A dirlo così, per via del fatto che le parole sono sempre più consunte e sempre meno attaccate ai loro significati, sembra retorica pura, e quindi Zerocalcare fa qualche esempio: amici laureati in storia che insegnano nuoto, 35enni che vivono in una cameretta troppo cara in una casa condivisa, la pensione come concetto astratto, al quale non si pensa nemmeno.
La riflessione sulla pensione mi ha colpito particolarmente, forse perché la faccio spesso anche io. Quando l’onda mediatica riparte col conto sul sistema misto e le nuove finestre e i prelievi su quelle “d’oro”, il mio tasso di noia sale esponenzialmente: ché io so perfettamente che non la prenderò, o che sarà ridicola, o che comunque la prenderò tre anni prima di schiattare, e finora ho sostanzialmente soltanto pagato per tenere in piedi il sistema. Vorrei non pagarli più i contributi, e mi sorprendo a dirlo, perché io sono una che ha sempre creduto fermamente nello stato sociale e nel fatto che ognuno fa la sua parte per gli altri.
Ovviamente, è successo che non tutti hanno fatto ugualmente la loro parte e oggi ad alcuni si chiede uno sforzo grottesco rispetto a quello che hanno ricevuto, anche in termini di opportunità mancate. Zerocalcare riconosce per esempio che lui ce l’ha fatta, che oggi è un privilegiato. In qualche misura, sembrerebbe sfatare tutto quello detto finora: se hai il talento, alla fine, emergi.
Ma anche questa è una distorsione sociologica e cognitiva terribile. Perché oltre ai geni, agli iper talentuosi (o anche a quelli che sanno muoversi meglio col potere: non è il caso di Zerocalcare, ma nei giornali se ne vedono parecchi), ci sono anche i buoni professionisti: quelli che fanno bene il loro, senza essere “il nome di punta”. Bravi giornalisti, bravi fotografi, bravi esperti di marketing, bravi ingegneri, bravi registi, bravi copywriter. Non i Montanelli, i LaChapelle, i FordCoppola, gli ArmandoTesta: ma comunque seri, preparati e capaci. Ecco, per questi le possibilità si sono assottigliate mostruosamente, tant’è vero che insegnano nuoto, che si fanno scippare l’affitto da proprietari ansiosi di far fruttare la rendita, che saltano sulla prima occasione o la tengono stretta, perché altre non ce ne sono.
Ecco, ora vi chi chiederete cosa c’entra tutto questo discorso con la sharing economy e i temi che si trattano qui. C’entra  intanto perché si parla di economia e di come ripensare alcune cose: e sarebbe bello farlo oltre alle etichette che ormai fanno comodo soprattutto ai titoli dei giornali (sharing, appunto).
Poi c’è quella frase che Zerocalcare dice in chiusura: «Tra noi non si parla molto di pensione, tutti danno per scontato che non l’avremo. Ma riguarda tanta gente: qualcosa, tutti insieme, dovremo inventarci». Già.
L’anno scorso, ad Amsterdam, ho conosciuto un’associazione di lavoratori freelance che ha creato una propria assicurazione fuori dal mercato: si chiama Broodfond, che significa fondo per il pane. Infatti, siccome nessuno stipulava con loro una polizza che garantisse il loro reddito in caso di malattia o infortunio,  si sono messi in gruppo e hanno stabilito una quota da versare: tutto calcolato affinché si potesse restare senza lavorare fino a due anni senza rischiare di non riuscire a pagare il mutuo.
Ci sono diverse quote annuali – proprio come in un’assicurazione tradizionale – a seconda di quanto si vorrebbe ricevere: in ogni caso, a nessuno è chiesto di versare più di qualche decina di euro (i dati da allora potrebbero essere cambiati, ma erano circa 200 euro l’anno). Ogni due anni, l’ammontare del fondo che non è stato utilizzato per aiutare gli iscritti viene redistribuito: i soldi versati non sono a fondo perduto come nelle assicurazioni tradizionali. Nessuno ci deve guadagnare, è un meccanismo sussidiario, non di mercato.
Ecco, non penso che si possa fare una cosa simile con le pensioni dei 30enni: banalmente perché l’assicurazione si basa sul fatto che in realtà non tutti effettivamente ne avranno bisogno, mentre della pensione sì. Però dà il senso di cosa vuol dire mettersi insieme e pensare a qualcosa. La cosa che stupisce dei 30enni, alla fine, è che sono stati annichiliti: sarà che sono senza aspettative e promesse, ma alla fine dicono poco e niente. Non si lamentano nemmeno troppo, se non nei patetici servizi dei tigì. Penso che manchi l’energia: ci si abitua a ogni condizione. Ma l’energia e le idee vengono solo ripartendo dalla collettività. Ha ragione Zerocalcare, s’ha da pensare a qualcosa.

(L’immagine è tratta da Ogni maledetto lunedì di Zerocalcare)

Sharing economy, appuntamento a Roma

Quanto della sharing economy è retorica di un nuovo iper capitalismo? Quali sono i paletti che ci vorrebbero? Quali le aree grigie? Quali i problemi che non stiamo guardando? E quali invece i modelli da replicare?
Domani sera, 26 novembre alle 19, a Roma parliamo di tutto questo. In teoria è un workshop, in pratica ha un modello molto romano: se parla e se magna.
Siamo Luigi Cervo, docente della Luiss, e io.  Con partecipazione speciale di Michele Buono di Report.
Accademia del Cambiamento,
via dei Bruzi 4/6, 
Roma

Non solo soldi: la settimana del baratto

Ci vuole un po’  di intraprendenza, un pizzico di faccia tosta e  la voglia di fare qualcosa di insolito (basta poi anche non avere una lira in tasca: condizione abituale per parecchi). A parte questo, è sufficiente alzare la cornetta o mandare una mail, dopo essersi fatti un giro su B&Baratto e aver individuato il proprio posto: quello al quale si chiede ospitalità in cambio di qualcosa che non son soldi. Potrebbero essere bottiglie di olio o di vino, servizi fotografici, brochure promozionali, lavoretti di manutenzione, videogiochi usati o qualsiasi altra cosa che venga in mente e che possa essere gradita ai proprietari di casa.
Trattasi della settimana del baratto (19-22 novembre): la fantasia è d’obbligo.

Quest’anno  sono 2.500 i bed and brekfast che aderiscono all’iniziativa – una piccola certezza dell’economia alternativa – dislocati un po’ dappertutto in Italia. Ogni struttura scrive sul sito quello che vorrebbe ricevere come pagamenti, ma se anche non ne foste in possesso comunque la pena provare a chiamare facendo una proposta: la flessibilità di molte strutture potrebbe stupire.

E d’altronde ci vuole un po’ di apertura mentale ad aderire allo scambio, oltre che un certo spirito di marketing (coadiuvante di molte buone intenzioni): perché magari qualcuno arriva barattando il soggiorno una volta e poi ritorna pagando con l’intera famiglia, perché magari si barattano vacanze intere a casa di altri in paradisi esotici, perché magari quello che arriva col baratto è il commericalista che risolverà le grane di una vita intera (sì, anche gli insospettabili barattano).

L’anno scorso io sono andata a Trieste e mi è piaciuto un sacco, non solo perché era tutta la vita che chiedevo a qualcuno di portarmici senza successo.
È stato strano chiamare qualcuno che vive di quello che pagano gli ospiti dicendo: «Soldi non ne ho, ma posso scrivere per te se ti interessa». Strano, ma non intendo imbarazzante: straniante, piuttosto,  come quando l’evidenza materiale riporta alla consapevolezza che i soldi sono solo una convenzione, sostituibile con qualsiasi altra cosa abbia un valore in quel momento e in quello specifico ecosistema.

(Poi, in Mi fido di te, ho spiegato che c’è un mondo che fa sta sempre in un altro ecosistema: gli 800 B&B che accettano permanentemente il baratto come forma di pagamento).

Baratto amministrativo, regole per l’uso

Lo hanno infilato nel decreto Sblocca Italia del 2014, tra concessioni edilizie e trivelle per l’estrazione del petrolio non proprio rassicuranti: il posto in cui meno te lo saresti aspettato. Ma il baratto amministrativo da allora esiste e inizia infine a essere una prospettiva concreta anche in Italia: tanto che giovedì 16 ottobre il comune di Massarosa (Lucca) organizza il primo convegno per parlarne. Utile per fare un po’ di chiarezza e per aiutare a tracciare la strada, per amministrazioni magari poco inclini a questi temi e cittadini con voglia di darsi da fare ma molto spaesati.
Se non sapete di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro. Il baratto amministrativo (art 24 del decreto legge n. 133 del 12.09.2014) è, in sostanza, la possibilità di fare lavoretti di pubblica utilità, in accordo col Comune e nelle forme da questo previste, in cambio di sconti su tasse o multe.
I cittadini possono per esempio compiere piccole opere di riqualificazione (dare il bianco nelle scuole), mantenere il verde pubblico, pulire muri imbrattati e via discorrendo: in cambio, l’amministrazione abbatte le tasse dovute (in misura proporzionale al lavoro svolto, va da sé) o cancella vecchie pendenze (per leggere una spiegazione dettagliata, a opera di giurista, che ha anche il pregio di valorizzare l’importanza del senso di cittadinanza e di comunità, andate qui).
Ogni Comune sceglie le modalità che ritiene idonee. Quello di Massarosa, capofila tra gli aderenti  nonché tra i primi a dotarsi di un Regolamento per la cittadinanza attiva, ha deciso di abbattere del 50% la tassa dei rifiuti a chi partecipa ad attività di volontariato civico: l’esperimento è partito già ne 2015, quindi a breve si vedranno i primi risultati. Di recente è arrivata anche l’amministrazione di Milano, che tra le grandi città è senza dubbio quella più attenta ai temi della sharing economy e affini: qui i vantaggi non sono sulle tasse future, ma su quanto si deve e non si è riusciti a pagare nel passato.
Ogni città, insomma, sta cercando la propria strada, con le specificità delle singole necessità e dei propri conti: è chiaro che un comune da 2 milioni di abitanti non può probabilmente lasciare che tutti barattino le proprie tasse con lavoretti, un po’ perché si abbatterebbero le entrate, un po’ perché l’entità dei lavoretti non sarebbe forse sufficiente a coprire la domanda.
L’importante, però, è che il tema entri nel dibattito e che si stabiliscano linee guida. Un po’ perché così si determina una nuova consapevolezza di cittadini, con effetti duraturi e capaci di modificare sul lungo periodo il nostro stare in un luogo (quel tipo di consapevolezza, per capirci, che fa venire la pelle d’oca quando qualcuno butta una carta per terra, e che spinge a fare la raccolta differenziata). E un po’ perché inizia a modificarsi (molto lentamente) il concetto stesso di denaro e di tributo, sostituito con un’attività dallo stesso valore ma altrimenti non monetizzata.
Sono concetti di lungo periodo, che vanno sottratti al battibecco politico e sostenuti con un dibattito profondo. Oggi si consumano in articolati mordi-e-fuggi sui quotidiani ma, in prospettiva, potrebbero cambiare le dinamiche del sentirsi cittadini e del rapporto con il governo degli spazi e della vita pubblica (tasse incluse).
Ammesso che si affronti un percorso, piuttosto lungo, e che nel frattempo le persone si informino e si muovano: il convegno di Massarosa – 22 mila anime molto attive – è un buon punto di partenza.

Airbnb in Lombardia: la prima legge sull’home sharing

Alla fine arrivò. Dopo Expo, anche se doveva nascere per facilitare l’ospitalità durante i giorni dell’esposizione universale. Ma comunque prima di qualsiasi altra regione italiana: è stata pubblicata il 1 ottobre sul bollettino ufficiale (Burl). La regione Lombardia ha steso la nuova legge del Turismo che inquadra anche i fenomeni dell’home sharing, cioè la possibilità di noleggiare casa propria per qualche giorno; Airbnb, come successo in altri Paesi del mondo, è stata coinvolta nella discussione e nella stesura delle regole.
La legge, per intenderci, è la stessa aspramente criticata perché penalizza gli albergatori che ospitano i migranti, ma qui ci limiteremo a parlare delle norme che regolano Airbnb e affini, tecnicamente e per quanto possibile finora.
HOME SHARING LEGALE. I punti fermi infatti sono tre o quattro, di cui il primo fondamentale: affittare temporaneamente la propria casa (ma anche un secondo immobile di cui si dispone, e persino un terzo) diventa legale. Nel testo, voleste mai leggerlo, si inserisce dunque la categoria dell’ospitalità non professionale: cioè noi che ci infiliamo un americano in casa quando siamo a Cuba, per dire.
Prima conseguenza: archiviamo felicemente le menate dei vicini che chiamano l’amministratore comunale perché «questo palazzo non è un albergo»,  visto che la legge è dalla nostra.
NON C’È (ANCORA) UNA DURATA. La formula, tuttavia, è oggi molto (troppo) generica: nessuno ha stabilito quanto duri il temporaneamente, né lo si farà con i decreti attuativi che devono ancora essere scritti. Semplicemente, dalle consuetudini (e dalle proteste, s’immagina) si determinerà la durata del “temporaneamente” (30 giorni? 60?), aprendo a successive modifiche della legge.
«In questo momento “storico” non ci si poteva spingere troppo in là con i dettagli, l’importante era stabilire una prima cornice normativa. Volevamo ottenere che la legge fosse aggiornata e l’abbiamo ottenuto», mi ha detto Matteo Stifanelli, il numero uno di Airbnb in Italia, con una certa soddisfazione.
OBBLIGO DI COMUNICAZIONE ALLE ISTITUZIONI. Il secondo punto è che sarà necessario comunicare al ministero dell’Interno (cioè alla questura) chi sono gli ospiti che arrivano; in teoria, l’obbligo esiste da sempre e per chiunque: se ti metti qualcuno in casa, lo devi dire allo Stato. Nella pratica non lo ha mai fatto quasi nessuno, spesso non lo fanno nemmeno i padroni di casa quando affittano per lungo periodo.
Dal Comune di Milano hanno fatto sapere che anche loro vogliono conoscere i nomi: quindi bisognerà dire chi sono gli ospiti a entrambe le istituzioni. Il come farlo è un punto cruciale: al momento, esistono delle pagine web per queste segnalazioni, ma funzionano solo per gli albergatori e similia. Come consentire ai non professionisti di comunicare i nomi degli ospiti senza perdersi in burocrazia non è chiaro. Airbnb sta lavorando per trovare una soluzione con la Regione: un’idea è consentire l’accesso a quella pagina web anche ai non professionisti (cioè ai suoi host), l’altra è creare una pagina ad hoc, magari linkata direttamente alla piattaforma o ben evidente nei siti di Comune e Regione. «Stiamo studiando le opzioni, la Regione si è impegnata a fare  un modulo facile, compilabile in pochi istanti dal web», mi ha garantito Stiffanelli.
PAGAMENTO TASSA DI SOGGIORNO. Una volta che l’home sharing esce dalla zona grigia, arriva con sé anche l’obbligo di pagare la tassa di soggiorno per i clienti (il che, dal mio punto di vista, è un’ottima notizia, come spiego in Mi fido di te). Se non sapete di cosa si tratta, calma e gesso: nel peggiore dei casi arriva a 5 euro, e in linea di massima sta sotto i 3. Nulla che distruggerà l’economicità di Airbnb, ma un considerevole gettito per una città come Milano, che magari con quei soldi potrà articolare nuovi servizi assai necessari.
In altre città del mondo – Parigi su tutte – Airbnb funziona come sostituto d’imposta: raccoglie cioè i soldi direttamente dai clienti, inserendo la voce “tassa di soggiorno” nel costo per la casa, e poi gira i soldi alle istituzioni. In Lombardia non è ancora chiaro come funzionerà, ma evidentemente si dovrà trovare una soluzione simile, altrimenti i soldi andranno persi: chi va a pagare una tassa che non sa nemmeno come pagare?
SI PARTE ENTRO FINE ANNO. Se in questo momento siete in Lombardia e avete un account su Airbnb il tutto può sembrare fantascienza: al momento sul sito non è cambiato nulla, né per chi è ospite né per chi affitta. I cambiamenti dovrebbero essere operativi entro fine anno, e Airbnb manderà certamente informazioni ai suoi iscritti con i dettagli.
Se tutto va bene, altri posti seguiranno. Il Turismo in Italia è una materia regolata da leggi regionali, e quindi bisogna trattare con ogni regione separatamente. Non tutti i consigli sono ugualmente aperti e disponibili. «In Toscana siamo a buon punto: Firenze vorrebbe fare come Milano. Anche a Venezia abbiamo già parlato con numerosi assessori, ora tocca aprire il dibattito con la Regione», mi ha detto Stiffanelli. Il posto più incasinato, come spesso succede, è Roma: «Stiamo lavorando sul Lazio; A Roma sono cambiati tre assessori al turismo nel giro di pochissimo, ma il nuovo assessore pare avere vedute più ampie».
BISOGNA PAGARE LE TASSE. Non detto, ma esplicito, è che con la nuova legge arriverà anche l’obbligo di pagare le tasse sul reddito prodotto: una volta che si ammette di aver affittato casa a qualcuno, è più probabile che l’erario vada a suonare il campanello a coloro che non dichiarano i proventi. Airbnb, tuttavia, garantisce che non farà da delatore: «Non ci sarà alcuno scambio di dati con comune e regione, tanto è già tutto visibile. Ma è ovvio che i singoli devono prendersi la responsabilità di dare al fisco quando dovuto».
In compenso, ora che finalmente c’è una legge, ci potranno essere iniziative congiunte: magari, chissà, anche in favore di senzatetto e migranti.

La sharing economy è morta?

Negli ultimi 20 giorni ho ricevuto tre richieste su Airbnb che avrebbero potuto mettermi in tasca un bel po’ di soldi. La prima arrivava da un ragazzo che si stava trasferendo a Milano e voleva un posto per tre mesi: invece che trovarsi una stanza con studenti o prendere qualcosa di suo, cercava una soluzione sulla piattaforma. Poi è stata la volta di un professionista che doveva fermarsi 5 settimane, non aveva voglia di un albergo ed evidentemente si era mosso un po’ in ritardo: la richiesta di alloggio partiva già dal giorno successivo. Infine, mi ha scritto una tizia che aveva chiaro quando sarebbe arrivata – dopo una settimana – ma non quando se ne sarebbe andata: forse due mesi, magari tre.
Con irritazione crescente, e nonostante il ricavato sarebbe stato superiore al costo del mio affitto, a tutti ho risposto che non ero la persona per loro: nella casa pubblicata sul sito, infatti, io ci vivo, e non posso semplicemente andarmene per tre mesi, o da un momento all’altro. Airbnb per me funziona ancora con lo spirito con il quale è nato: utilizzare un’eventuale stanza in più per ricavarci qualcosa di quando in quando, oppure riempire la casa quando sono via per lavoro o per vacanza. Due, tre settimane all’anno.
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Tuttavia, l’aumento delle richieste di questo tipo certifica una cosa su cui si discute già da un po’ (purtroppo non nei luoghi che sarebbero deputati a farlo, ossia quelli che dovrebbero legiferare in merito): dopo aver sostituito gli alberghi, Airbnb e simili sono diventati (anche) un mercato prolifico per seconde o terze case, nonché per affittacamere improvvisati e bed and breakfast. Airbnb cioè non è più soltanto un modo intelligente per arrotondare i conti, ma un’alternativa a un mercato che già esiste ed è regolamentato rigidamente, come quello degli affitti di medio e lungo periodo. Con vantaggi evidenti: al posto delle tasse e delle spese dovute quando si affitta regolarmente, scegliendo un ospite online il guadagno è tutto netto, e tutto nero.
I problemi però sono altrettanto evidenti: non solo per gli effetti distorsivi sul mercato “primario” degli affitti, ma anche sulla natura stessa del servizio Airbnb e della famiglia cui appartiene, quella della sharing economy.

Non che la sharing economy abbia mai avuto una definizione chiara e univoca: esperienze e servizi molto diversi, nelle intenzioni e nei mezzi, come il baratto online e UberPop, sono assimilati in effetti soltanto dal fatto che sfuggono a definizioni precise. Tuttavia, il termine ombrello sharing economy – forse necessario a rendere il fenomeno mainstream – ha sempre portato con sé un certo numero di elementi: la sensibilità ambientale, la predisposizione per il riuso e contro gli sprechi, la volontà di creare interazioni, modelli e strutture dal basso, la redistribuzione economica (anche attraverso la disintermediazione), l’uso efficiente di risorse e competenze altrimenti non valorizzate. Il tutto con l’aiuto della tecnologia, che rende le relazioni immediate e le transazioni molto facili.
Di questo paniere di caratteristiche, nel nuovo modello Airbnb ne sopravvivono poche. E comunque stanno sfumando sullo sfondo. L’anno scorso il sito ha anche introdotto una funzione “Prenota immediatamente”, che serve a evitare di dover chiedere preventivamente al proprietario se la casa è disponibile: gli host che attivano la funzione, sostanzialmente, possono ricevere ospiti anche con un preavviso di un’ora. Bisogna esplicitare che quasi certamente se ti puoi permettere di affittare un appartamento da un’ora all’altra non è quello in cui vivi?
Negli Stati Uniti – dove Uber pop, che lì si chiama Uber X, va alla grande – un tribunale della California ha stabilito un precedente importante, accogliendo la richiesta di un autista che guidava parecchie ore al giorno e chiedeva di essere inquadrato come un dipendente della società.
Le cose sono in realtà più complesse di come appaiono (gli autisti scelgono loro se e quando guidare: un dipendente se lo può permettere?), ma portano a una definizione nuova: molti dei campioni della (fu) sharing economy, oggi sono semplicemente campioni della on demand economy. Fanno parte di un nuovo set di servizi che permette di trovare immediatamente quello che serve, normalmente su una App, rivolgendosi perlopiù a privati (le società fanno solo da intermediazione): puoi prenotare una macchina, una casa, una babysitter (Le Cicogne) o persino qualche ora di tempo di qualcuno perché ti faccia le commissioni (Task Rabbit), con quattro o cinque clic. Servizi che funzionano magnificamente, spesso; ma che della collaborazione e condivisione come motore di sviluppo, umano ed economico, conservano poco.
Signfica dunque che la sharing economy è morta? No, affatto.
Ma c’è stato uno spostamento, io credo.
Non perché, come qualcuno dice, alcuni dei suoi esponenti più famosi abbiano trovato delle formule magiche per fare soldi.
L’idea che l’economia collaborativa avrebbe infine sovvertito il capitalismo è sempre stata estremamente naïve: tutt’al più si tratta di cambiarne alcuni meccanismi, il che è peraltro assolutamente necessario alla sua (e nostra) preservazione. In questo senso l’esempio perfetto è BlaBlaCar: chi mai potrebbe dire che un servizio che consente di togliere macchine dalle strade, inquinare meno, spendere meno e socializzare non risponda alle caratteristiche della sharing economy?
Il punto dirimente di ciò che si definisce sharing, o collaborativo, è invece il coinvolgimento dei singoli, la natura del contributo che loro si chiede, la capacità di ridefinire dei modelli socio-economici.
Ho in mente tre esempi che magari aiutano a chiarire le cose. Il primo è Oxway, la piattaforma dell’intelligenza collettiva nata in Italia. Su Oxway aziende, istituzioni, enti possono pubblicare dei challenge, delle sfide, chiedendo agli utenti di aiutare a risolverli. Il sottotesto è che molte persone, con background diversi, apportano idee più fresche e più nuove di poche persone “monoconcentrate”, e magari vincolate a schemi, procedure, rapporti.
Il Milano Film Festival, per esempio, ha chiesto suggerimenti su come rinnovare la propria organizzazione: chi partecipava al challenge riceveva un premio di qualche tipo (in stile Kickstarter), e chi aveva portato le idee migliori veniva invitato a sedere nella giuria del Festival.
TimeRepublik, di cui qui abbiamo già parlato, è una banca del tempo digitale: ci si iscrive elencando le proprie competenze, ossia l’aiuto che si potrebbe dare agli altri. Man mano che si fanno cose per altri il proprio borsellino virtuale di minuti va riempiendosi, e quel capitale accumulato si può usare per “pagare” altre cose. Io, per esempio, do una mano con le traduzioni in inglese e leggo testi di aspiranti scrittori; il tempo guadagnato l’ho speso invece in modo concretissimo: per “pagare” una persona che è venuta ad aggiustarmi il forno e altri che mi fanno dei massaggi alla schiena.
Il terzo esempio, infine, è Sherwood, una piattaforma appena nata in cui si può prendere a noleggio da altri materiale per escursioni, campeggio e gite: dalle tende alle bici. Magari cercandola direttamente nel luogo di destinazione, così è più comodo.
Questo per quello che riguarda il ricco mondo digitale. Esistono poi decine di esprimenti non digitali, forse ancora più numerosi e di successo. Si parte dalle Social Street (quella di via Fondazza è finita sul NyTimes di recente) e si arriva alle associazioni di cittadini che rimettono mano al verde pubblico abbandonato; ci sono gli esperimenti di amministrazione collettiva del bene pubblico e i privati che si reinventano guide turistiche o chef nel tempo libero, con progetti artigianali.

Avranno successo? Chissà. Non è detto che tutte le idee decollino, o che si creino colossi à la Airbnb. Ma questo non ha per forza a che vedere con la vita o la morte della sharing economy.
Piuttosto ha a che vedere con il tasso naturale di mortalità delle start up (altissimo), la fortuna, la bontà dell’idee, gli investimenti su piattaforme tecnologiche facili da usare e immediate, il sapersi proporre nel modo giusto e la cultura “umana” in cui ci si propone. Nell’unico sito di scambio oggetti italiano si offrono in permuta servizi da caffè del Mesozoico e immaginette della Madonna: chi si sorprende che non vadano via come il pane? Nel corrispettivo americano (Yerdle), che ha subito stretto una partnership con un po’ di aziende per fornire loro una specie di mercato dell’usato, si trovano iPad semi nuovi.
Quando gli italiani saranno disposti a barattare cose proprie che loro realmente hanno desiderato, allora magari questi siti di scambio decolleranno.
Anche in America d’altronde molti siti sono falliti; ma, appunto, è fisiologico. Stiamo parlando di una cultura del cambiamento: non arriva nottetempo, va costruita, va resa facile, deve rispondere a esigenze reali.
Airbnb ha sfondato anche perché raccoglieva l’esigenza della due parti, e poi ha saputo costruire una narrazione sopra al tema “condivisione”, aiutando a sdoganare il tema della fiducia e dell’apertura all’altro.
L’errore, dal mio punto di vista, è stato poi diventare soltanto un business. Un errore al quale peraltro si potrebbe rimediare: se il governo fissasse dei paletti per Airbnb, come hanno fatto ad Amsterdam e a San Francisco indicando un numero massimo di giorni in cui si può affittare, la piattaforma non potrebbe più essere un mercato secondario poco pulito. Non tornerebbe automaticamente “sharing”, ma quantomeno si indicherebbe la strada. Anche a beneficio di altre piattaforme.

Update (25 settembre 2015): Il 21 settembre, la Lombardia è stata la prima regione italiana a stabilire di fatto la legalità dell’home sharing (Airbnb e soci). Anche se non penso che sia legge migliore del mondo, e anche se ci sono parecchie cose ancora da stabilire, il primo passo è fatto. E questa è un’ottima notizia.
Mi sono soffermata a leggere i comunicati con cui Airbnb annuncia ai suoi membri i cambiamenti (qui, per esempio) e, dopo aver elencato tutte le cose che non vanno, credo che sia giusto invece sottolineare il tono di cooperazione con le autorità che la piattaforma ha sempre tenuto, a differenza di Uber.

Il che restituisce un concetto già espresso più volte, e sempre più importante: per conservare la sharing economy, e ampliarne le possibilità, il pallino è nelle mani dei governi, cui tocca stabilire le regole e i paletti, a beneficio dell’intera collettività.